
Bollette, carbone e Qatar: l’Italia di fronte alla sua seconda crisi energetica in quattro anni
L’Italia entra in questa crisi con un’esposizione strutturale che non ha eguali tra le grandi economie europee. Mentre paesi come Francia, Spagna e Portogallo hanno alleggerito la propria esposizione grazie a nucleare e rinnovabili, l’Italia resta molto più sensibile a ogni scossa del mercato del gas. Secondo un’analisi del centro di ricerca sull’energia Ember, il gas ha influenzato il prezzo dell’elettricità per l’89% delle ore dall’inizio del 2026 in Italia, rispetto al solo 15% in Spagna. Il 25% del gas naturale liquido (GNL) consumato nel 2025 dall’Italia proveniva dal Qatar, circa 5-6 miliardi di metri cubi.
Il colpo di Ras Laffan
Il 2 marzo 2026 la crisi ha assunto contorni concreti e drammatici. Due droni iraniani hanno colpito gli impianti energetici di Ras Laffan in Qatar, il più grande centro di esportazione di GNL al mondo, e la compagnia statale QatarEnergy ha sospeso temporaneamente la produzione. Per l’Italia questo si è tradotto subito in un problema contrattuale concreto: il Qatar ha informato Edison che non potrà adempiere ai propri obblighi relativi ad alcune consegne di GNL previste presso il terminale al largo del Polesine a partire dall’inizio di aprile 2026. Nel corso del 2025, questo rigassificatore aveva immesso nella rete nazionale 8,2 miliardi di metri cubi di gas, pari a oltre il 13% dei consumi complessivi del Paese.
La risposta del governo: il decreto bollette
Di fronte all’emergenza, il governo Meloni ha messo in campo una serie di provvedimenti. Il primo, cronologicamente, è arrivato il 18 marzo: il Consiglio dei Ministri ha approvato un intervento emergenziale per far fronte al caro carburanti, articolato in un decreto legge e un decreto interministeriale, recanti disposizioni volte a ridurre per un periodo di venti giorni la tassazione su gasolio, benzina e GPL. È stato inoltre rafforzato il monitoraggio dei prezzi dei carburanti da parte del Garante, con previsione di sanzioni in caso di inadempimento, e riconosciuto un contributo straordinario sotto forma di credito d’imposta per autotrasporto e pesca. Parallelamente è partito l’iter del decreto bollette, approvato dalla Camera e atteso al Senato entro il 21 aprile 2026. La misura più attesa è il contributo straordinario una tantum da 115 euro, destinato ai titolari del bonus sociale elettrico — le famiglie in condizioni di disagio economico — entro un limite di spesa complessivo di 315 milioni di euro stanziati per il 2026. Tuttavia, il giudizio delle associazioni dei consumatori è impietoso. Il Codacons afferma che il decreto bollette è già superato e le misure contenute al suo interno non appaiono in grado di affrontare il nuovo scenario. L’Unione Nazionale Consumatori sottolinea che è grave il fatto che il decreto non abbia agito per tamponare nel breve periodo il rialzo delle bollette, salite dell’8,1% per la luce nel mercato tutelato.
Il ritorno al carbone: scelta obbligata o passo indietro?
La misura più discussa è la proroga delle centrali a carbone. Per far fronte alla crisi energetica, in caso di emergenza si potrà continuare ad attingere al fossile più inquinante fino al 2038, tredici anni oltre la scadenza fissata dal Piano nazionale energia e clima, che prevedeva lo stop entro dicembre 2025. Il rinvio è entrato nel decreto bollette con emendamenti presentati da Lega e Azione. Le posizioni politiche si sono subito divise. Il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti difende la scelta: “Tutte le fonti di energia, almeno nell’immediato, devono essere utilizzate al meglio”. Ma per il Pd si tratta di “chiacchiere pericolose e propaganda”, poiché gli impianti sono fermi da anni e riattivarli richiede tempo. Il leader di Europa Verde Angelo Bonelli accusa il governo di aver violato gli impegni climatici.
Tre scenari per l’economia italiana
Le conseguenze macroeconomiche dipendono in larga misura dalla durata del conflitto. Il Centro Studi Confindustria delinea tre traiettorie distinte. Nello scenario base — guerra conclusa entro fine marzo — il PIL italiano crescerebbe dello 0,5% nel 2026, con inflazione al 2,5%. Nello scenario intermedio, con il conflitto prolungato fino a giugno, l’economia italiana entrerebbe in stagnazione con crescita zero e inflazione al 4,3%, un rincaro dei prezzi energetici del 60% e le imprese manifatturiere costrette a pagare 7 miliardi in più di bollette. La BCE sarebbe costretta a rialzare i tassi di un punto percentuale. Nello scenario peggiore, con guerra estesa per tutto l’anno, si entrerebbe in recessione con un calo del PIL dello 0,7%. Il conto per le famiglie è già reale. L’aumento stimato delle bollette di gas ed elettricità per il 2026 si aggira tra 350 e 585 euro annui rispetto all’anno precedente, con un incremento complessivo stimato al 21,5%.
La fragilità strutturale e il nodo delle rinnovabili
Al di là dell’emergenza immediata, la crisi ha riaperto una domanda scomoda: perché l’Italia si trova, per la seconda volta in quattro anni, più esposta degli altri? Le ragioni del grande ritardo nella transizione verso le fonti rinnovabili sono molte: le lungaggini burocratiche e i vincoli di tutela del paesaggio, ma il problema è soprattutto culturale e politico. Il confronto con la Spagna è emblematico: grazie a una quota elevata di rinnovabili, Madrid subisce in misura molto minore le oscillazioni del prezzo del gas. In Francia il 60% dell’energia è prodotto con il nucleare e solo il 6% viene dal gas, mentre in Spagna quasi il 60% dell’energia è prodotto con fonti rinnovabili. Sul fronte delle soluzioni strutturali, il think tank Ecco ha indicato una via: rinnovabili e riduzione dei consumi potrebbero permettere all’Italia di ridurre la dipendenza dal GNL qatariota nel giro di un anno, attraverso l’efficienza energetica negli edifici e nell’industria, l’elettrificazione dei consumi termici con pompe di calore, e misure immediate di risparmio sistematico.





