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All’assemblea di Confindustria Orsini e Meloni convergono su nucleare ed Europa ma le sfide restano aperte
Emanuele Orsini, Presidente Confindustria
© Imagoeconomica
26 Maggio 2026

All’assemblea di Confindustria Orsini e Meloni convergono su nucleare ed Europa ma le sfide restano aperte

Orsini chiede debito comune europeo, ritorno al nucleare e una riforma fiscale da 20 miliardi. Meloni promette un “cantiere comune” contro la burocrazia e accelera sulla legge delega nucleare. Sullo sfondo la crisi energetica innescata dalla guerra in Medio Oriente.

L’assemblea annuale di Confindustria, tenutasi alla Nuvola dell’Eur a Roma alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha offerto uno dei quadri più nitidi delle tensioni che attraversano l’economia italiana nel 2026. Sul palco e dalla platea si sono intrecciate analisi impietose, richieste politicamente ambiziose e promesse di governo. Protagonisti Emanuele Orsini e Giorgia Meloni.

Un’industria sotto pressione, tra guerra e costi energetici fuori controllo

Emanuele Orsini non ha usato mezze misure. Già nell’incipit del suo intervento ha messo in chiaro la posta in gioco: “Se in Italia e in Europa non saremo capaci di uno sforzo comune, perderemo la nostra industria, ovvero il 15 per cento del Pil e milioni di posti di lavoro”. Una dichiarazione che suona quasi come un atto di accusa preventivo nei confronti di chi, a suo avviso, continua a rimandare scelte che non possono più aspettare.

Il filo conduttore della relazione è stata la parola responsabilità, ripetuta più volte con cadenza deliberata. E il contesto in cui quella responsabilità viene invocata è segnato da due crisi sovrapposte: la guerra in Ucraina e il conflitto in Medio Oriente, con la chiusura dello Stretto di Hormuz che pesa direttamente sui costi energetici delle imprese italiane. Secondo le stime del Centro Studi di Confindustria, il costo energetico aggiuntivo per la manifattura italiana può arrivare a 21 miliardi di euro nel 2026, mentre l’area del Golfo vale per l’Italia 32 miliardi di interscambio commerciale con un saldo attivo di 11 miliardi.
Il tema energetico è rimasto al centro di quasi tutto il discorso. Orsini ha denunciato che per le imprese italiane il prezzo dell’energia è “ormai una vera e propria minaccia esistenziale”, sottolineando come l’Italia, per le scelte compiute in passato rinunciando al nucleare e per i blocchi regionali sulle rinnovabili, si trovi “completamente fuori scala e fuori mercato”. Ha ricordato che restano bloccati oltre 4mila permessi per impianti da fonti rinnovabili e che 131 gigawatt sono ancora in attesa di autorizzazione. “Non si possono invocare più rinnovabili e poi bloccarne le autorizzazioni”, ha detto, rivolgendo un appello trasversale a tutte le forze politiche affinché vengano sbloccate le aree idonee agli impianti fotovoltaici ed eolici di grande taglia, “quelle che continuano a incontrare forti resistenze a livello regionale e locale, indipendentemente dal colore politico.”

Il nucleare, l’Europa e i 20 miliardi della proposta fiscale

Sul ritorno al nucleare Orsini è stato netto, e ha accompagnato le parole con un gesto concreto: “Noi per primi, come imprese, siamo disponibili a ospitare i piccoli reattori modulari nei nostri stabilimenti e nei nostri distretti.” Ha liquidato come “falso” l’argomento secondo cui il nucleare sarebbe inutile perché richiederebbe 10-15 anni per diventare operativo: “Inutile è ogni anno, ogni mese, che si perde.”

Sul fronte europeo, la relazione si è fatta ancora più dura. Orsini ha riconosciuto di credere nell’Europa, ma ha subito precisato che l’Europa “deve cambiare strada e deve cambiare passo”, perché “Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività”. Ha citato dati che parlano da soli: negli ultimi 25 anni la quota di PIL mondiale prodotta dall’Unione Europea è scesa di circa 7 punti percentuali, pari a oltre 7mila miliardi di euro di prodotto perso, “in gran parte finiti all’industria cinese”. La Cina, ha osservato, “è oggi l’unica vera superpotenza industriale: da sola genera il 35 per cento della produzione manifatturiera mondiale, più di quanto producano insieme gli altri otto principali Paesi industrializzati”. La proposta di Confindustria si articola su tre leve: un vero mercato unico dell’energia con la sospensione degli ETS, un mercato unico dei capitali e del risparmio e, la più ambiziosa, un debito comune europeo per finanziare una vera politica industriale comunitaria, escludendo però che possa servire a coprire la spesa corrente degli Stati.

Non meno dirompente è stata la proposta sul fronte fiscale interno. Orsini ha lanciato un’idea concreta al governo e alle parti sociali: identificare 20 miliardi da riallocare senza aumentare il debito, da distribuire in parti uguali tra crescita, sanità e scuola, attraverso una revisione condivisa della spesa pubblica. “È un atto concreto di responsabilità da compiere con decisioni condivise di maggioranza e opposizione”, ha spiegato, invocando “fiducia e coraggio politico”. L’obiettivo dichiarato è tornare a una crescita del 2 per cento annuo, che Orsini ha definito “non solo necessaria ma possibile”.

Meloni fra Europa, nucleare e la promessa di riformare la burocrazia

L’intervento della presidente del Consiglio ha preso atto di molte delle critiche avanzate da Orsini, spesso giocando d’anticipo sul terreno più favorevole al governo, quello energetico. Meloni ha riconosciuto esplicitamente che il costo dell’energia pesa sulla competitività italiana e ha raccolto la sfida nucleare con un impegno preciso: “Vogliamo proseguire speditamente sulla strada per il ritorno dell’energia nucleare in Italia, puntando sulle tecnologie più innovative, con mini-reattori modulari sicuri e puliti”. Ha fissato una scadenza: “Entro l’estate, sarà approvata la legge delega e poi saranno adottati i decreti attuativi”. Un calendario stringente che ha subito raccolto l’apprezzamento formale di Orsini, che ha detto di aver “molto apprezzato” l’intenzione della premier di accelerare in Parlamento l’iter delle misure necessarie al ritorno al nucleare.

Sulla governance europea, Meloni non ha lesinato le critiche all’impianto comunitario, in evidente sintonia con la platea: “La principale, enorme fragilità che ci riguarda da vicino è l’attuale configurazione dell’Unione Europea, un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato la competitività, la crescita strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici”. Ha aggiunto che “l’Europa è stata inarrestabile nella capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune ma miope quando si trattava di far sentire la propria voce nella vita globale”. Una lettura che si sovrappone quasi perfettamente a quella di Orsini, segnale di una convergenza politico-industriale su questo tema che va al di là della consueta dialettica governo-associazioni di categoria. Meloni ha anche citato la crisi in Iran come elemento che “giustifica ampiamente l’estensione della flessibilità già concessa per le spese di sicurezza e difesa anche agli investimenti necessari a far fronte alla crisi energetica”, chiedendo a Bruxelles spazio per allocare le risorse disponibili senza creare nuovo debito nazionale.

Sul versante interno, la proposta più concreta di Meloni è stata quella di avviare “subito un cantiere comune per arrivare a una riforma radicale della burocrazia in Italia“, da costruire insieme alle imprese perché “quando c’è un servizio che non funziona, se vuoi risolvere quel problema, devi interrogare gli utenti”. Ha anche aperto a includere negli incentivi di Transizione 5.0 gli investimenti su software e cloud, definendo questa scelta “corretta e intelligente” per fare i conti “con il mondo verso il quale andiamo.” In chiusura, ha parlato anche di difesa e sicurezza senza rinunciare alla sua posizione: ha ribadito di non aver “affatto cambiato atteggiamento” sulla necessità di aumentare le spese per la difesa, pur riconoscendo che “se noi oggi non aiutiamo le famiglie e le imprese a superare l’impatto di una crisi che è significativa, rischiamo che domani non ci sia più niente da difendere.” Poi, rivolgendosi direttamente alla platea degli industriali: “Vi chiedo di non avere paura, siate coraggiosi e vi prometto che io farò lo stesso.”

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