
Floridia: “Editori ostaggio delle piattaforme, serve una Netflix del servizio pubblico europeo”
Chi controlla le infrastrutture digitali (cloud, data center, algoritmi) controlla di fatto anche la distribuzione dell’informazione. Dal suo osservatorio come presidente della Commissione di Vigilanza, quanto questa dipendenza tecnologica da pochi player privati rappresenta un rischio concreto per il pluralismo informativo?
La concentrazione delle infrastrutture digitali nelle mani di pochi attori come Google, Meta o Amazon rappresenta un rischio gravissimo per il pluralismo informativo. Questi soggetti non sono neutrali: attraverso algoritmi opachi decidono cosa è visibile e cosa no. Il potere si sposta così dal controllo editoriale a quello tecnologico, senza adeguati contrappesi democratici. Anche senza censura esplicita, basta alterare ranking e distribuzione per influenzare il dibattito pubblico. Inoltre, i media dipendono sempre più da queste piattaforme, aumentando la vulnerabilità del sistema. Il risultato è una concentrazione di potere informativo senza precedenti. Senza regole e trasparenza, il pluralismo rischia di diventare una scatola vuota.
Gli editori italiani dipendono sempre più da Google, Meta e poche altre piattaforme per raggiungere i lettori, ma queste stesse piattaforme sottraggono pubblicità e traffico. Come si può riequilibrare questo rapporto? È un problema che si può affrontare a livello nazionale o richiede obbligatoriamente una risposta europea?
La realtà è che gli editori sono ostaggio di piattaforme come Google e Meta: decidono chi esiste e chi scompare nel flusso informativo, mentre drenano risorse pubblicitarie. È un rapporto predatorio, non una partnership. Il valore prodotto dal giornalismo viene sistematicamente estratto da chi controlla gli algoritmi. Pensare di risolvere il problema a livello nazionale è illusorio: questi attori giocano su scala globale. Senza una risposta europea dura, il pluralismo sarà semplicemente sacrificato agli interessi di pochi monopoli digitali.
I modelli di intelligenza artificiale si addestrano su contenuti giornalistici senza compensare chi li ha prodotti, e ora generano sintesi che riducono il traffico verso i siti di informazione. Come valuta questo fenomeno dal punto di vista della comunicazione e del diritto all’informazione? Esiste uno strumento normativo che ritiene urgente attivare?
Il fenomeno è un’appropriazione strutturale di valore: modelli sviluppati da attori come OpenAI, Google e Microsoft si nutrono di contenuti giornalistici senza un corrispettivo adeguato, per poi sostituirsi agli editori nella distribuzione dell’informazione. Il risultato è duplice: impoverimento economico del giornalismo e disintermediazione del traffico verso le fonti originali. Dal punto di vista del diritto all’informazione, è una distorsione grave: si consuma informazione prodotta da altri, ma si premia chi la rielabora in forma sintetica. Serve un intervento normativo urgente su due fronti: remunerazione obbligatoria per l’uso dei contenuti e trasparenza sui dataset di addestramento. Senza regole vincolanti, il rischio è che l’informazione venga progressivamente separata da chi la produce.
Alcuni esperti propongono la blockchain come strumento per certificare l’origine e l’autenticità delle notizie, creando una sorta di ‘notaio digitale’ dell’informazione che renderebbe più difficile la diffusione di contenuti falsi o manipolati. Al momento PPN ADI è l’unica realtà editoriale, insieme all’Ansa, che usa questo strumento. È una soluzione che ritiene percorribile per l’Italia? E chi dovrebbe gestire questa infrastruttura — lo Stato, gli editori, un organismo europeo indipendente?
La blockchain può essere uno strumento utile per tracciare l’origine delle notizie, ma da sola non risolve il problema della manipolazione informativa e rischia di diventare un’illusione tecnologica se non governata. Una simile infrastruttura dovrebbe essere gestita da un organismo europeo indipendente, non da singoli Stati o dagli stessi editori, per garantire neutralità, standard comuni e credibilità del sistema.
La comunicazione istituzionale — dei ministeri, degli enti pubblici, del Parlamento stesso — poggia su infrastrutture spesso gestite da soggetti privati stranieri. Ritiene che l’Italia debba dotarsi di una strategia autonoma su questo fronte? E quale ruolo può avere l’editoria come presidio di informazione indipendente in questo scenario?
Sì, l’Italia dovrebbe dotarsi di una strategia autonoma, perché una comunicazione istituzionale che si appoggia quasi interamente a infrastrutture gestite da soggetti privati stranieri è una vulnerabilità strutturale, non un dettaglio tecnico. Quando la distribuzione dei messaggi pubblici passa da piattaforme come Google o Meta, lo Stato perde una quota di controllo sulla propria stessa visibilità informativa. Ma la tecnologia da sola non basta: il ruolo dell’editoria resta decisivo come presidio critico e indipendente, capace di verificare e contestualizzare l’informazione pubblica. Senza media forti e autonomi, anche la migliore infrastruttura rischia di diventare un megafono unidirezionale.
Tra data center, AI generativa e concentrazione delle piattaforme, il sistema dell’informazione sta cambiando più velocemente di quanto riescano a fare le norme. Qual è secondo lei la priorità assoluta su cui il legislatore dovrebbe intervenire nei prossimi mesi per non arrivare tardi?
La priorità assoluta non è inseguire la tecnologia con norme frammentate, ma recuperare capacità infrastrutturale e distributiva pubblica nello spazio informativo europeo. Da tempo propongo infatti la creazione di una piattaforma unica dei servizi pubblici europei: una sorta di “Netflix del servizio pubblico”, che integri TV e radio dei diversi Paesi in un ecosistema digitale comune, accessibile e competitivo. Oggi contenuti di altissima qualità prodotti dal servizio pubblico europeo vengono dispersi e resi invisibili dentro ecosistemi dominati da Google e Meta, che ne determinano la raggiungibilità. Una piattaforma di questo tipo non sarebbe solo un archivio, ma un’infrastruttura strategica: distribuzione, algoritmi trasparenti, raccomandazione non commerciale e valorizzazione del pluralismo culturale europeo. Il punto è semplice: se non costruiamo canali autonomi, continueremo a normare dentro infrastrutture altrui. E in uno scenario dominato da AI generativa e concentrazione dei dati, chi controlla la distribuzione controlla di fatto anche la gerarchia del reale informativo.





