
Monte dei Paschi, dopo la scalata a Mediobanca scoppia la guerra di governance
Per capire la portata di ciò che sta accadendo ai vertici del Monte dei Paschi di Siena, occorre ricordare da dove viene la banca. Fondata nel 1472 e quindi la più antica al mondo ancora in attività, MPS ha vissuto oltre un decennio sull’orlo del collasso. Travolta da scelte di gestione disastrose e da perdite miliardarie, nel 2017 è stata salvata dallo Stato italiano, che ne è diventato il primo azionista. Da allora i governi succedutisi hanno cercato senza successo un acquirente privato, mentre le autorità europee premevano perché l’istituto tornasse in mani private.
La svolta arriva con la gestione di Luigi Lovaglio, nominato ad nel 2022 in sostituzione di Guido Bastianini. Dal 2023 MPS è tornata a essere profittevole dopo un dispendioso e travagliato intervento di salvataggio da parte dello Stato. iIl governo, invece di cercare un unico grande compratore privato, ha iniziato a liberarsi della sua partecipazione vendendo azioni in varie tranche a diversi azionisti. Tra i soggetti che le hanno acquistate figurano la famiglia Del Vecchio, tramite la holding Delfin, e la famiglia Caltagirone. Entrambe le famiglie entrarono nel capitale di MPS lo scorso novembre 2024, diventando rispettivamente il secondo e il terzo azionista dopo il governo.
L’Offerta Pubblica di Scambio su Mediobanca
A fine gennaio 2025 MPS annunciò un’Offerta Pubblica di Scambio per acquisire Mediobanca, la più prestigiosa banca d’investimento italiana. L’operazione apparve da subito anomala: le due banche sono diversissime per vocazione (una è una banca commerciale, l’altra una banca d’investimento) e non esistono le cosiddette “sinergie operative” che solitamente giustificano tali fusioni. In più Mediobanca valeva quasi il doppio di MPS.
La stessa dirigenza di Mediobanca disse che l’operazione non avrebbe fatto gli interessi di nessuno se non quelli di alcuni azionisti di MPS in riferimento implicito a Del Vecchio e Caltagirone. La ragione di fondo era chiara agli analisti: Mediobanca è il primo azionista del grande gruppo assicurativo Generali, considerato uno dei “fiori all’occhiello” della finanza italiana, una partecipazione non solo prestigiosa ma anche assai profittevole. Del Vecchio e Caltagirone puntavano da anni al controllo di Generali, sia tramite quote dirette sia attraverso Mediobanca.
Il consiglio di amministrazione di Mediobanca cercò di attuare un piano alternativo per liberarsi della propria quota in Generali, comprando Banca Generali. L’operazione però fallì nell’estate del 2025.
Il successo dell’OPS e il “terzo polo”
A settembre 2025 MPS ha ottenuto più del 60 per cento di Mediobanca, portando così al successo l’operazione, ricordata come una delle più significative del recente risiko bancario italiano. Decisivo fu il rilancio di MPS negli ultimi giorni prima della scadenza: oltre alle azioni di scambio già previste, MPS aggiunse un premio in denaro di 90 centesimi per azione, sufficiente a convincere fondi pensione e hedge fund ad aderire all’offerta.
Il governo ha così ottenuto tre risultati: la graduale dismissione della sua partecipazione in MPS, la creazione del cosiddetto “terzo polo” bancario alternativo al duopolio Intesa–Unicredit, e la conservazione di Banco BPM, banca storicamente vicina alla Lega, fuori da operazioni straordinarie. Al tempo stesso, Del Vecchio e Caltagirone hanno raggiunto l’obiettivo di influire sulla governance di Mediobanca e, per suo tramite, su quella di Generali.

La rottura con Lovaglio e la battaglia per il CDA
L’epilogo di questa vicenda assume i contorni di uno scontro istituzionale senza precedenti. Il consiglio di amministrazione uscente di MPS ha deciso di non rinnovare il mandato a Lovaglio, escludendolo dalla lista dei candidati per il prossimo triennio. Il banchiere lucano ha risposto candidandosi nella lista alternativa promossa da PLT Holding, società della famiglia Tortora, che lo indica come futuro amministratore delegato affiancato da Cesare Bisoni alla presidenza.
Il CDA ha quindi prima revocato le deleghe di amministratore delegato a Lovaglio e poi disposto la sua sospensione dall’incarico di direttore generale. Con la delibera del 7 aprile 2026, il rapporto è stato formalmente interrotto con una “risoluzione unilaterale per giusta causa”. Secondo il board, Lovaglio, entrando nella lista alternativa promossa da Pierluigi Tortora, avrebbe agito in contrasto con il processo di selezione del consiglio a cui aveva partecipato, determinando il venir meno del rapporto fiduciario. Pronta la replica del socio Pierluigi Tortora, che ha definito il licenziamento “un’iniziativa infondata e abnorme”, sostenendo che l’unica motivazione reale risieda nell’aver accettato la candidatura nella lista PLT Holding dopo essere stato escluso dalla lista del CDA.
I tre scenari verso il 15 aprile
L’assemblea convocata per il 15 aprile a Siena si presenta come il momento più incerto nella storia recente della banca. Tre liste sono in campo: quella del CDA uscente, con Nicola Maione indicato alla presidenza e Fabrizio Palermo come amministratore delegato; quella di PLT Holding, con Cesare Bisoni presidente e Lovaglio CEO; e quella di minoranza presentata tramite Assogestioni dai fondi di gestione.
L’asse degli equilibri ruota attorno a Delfin: la presenza di Delfin in assemblea preannuncia un’affluenza vicina o superiore al 70%, con il suo primo azionista destinato a divenire l’ago della bilancia nella partita che ridisegnerà la governance della banca. L’orientamento ipotizzato sarebbe quello dell’astensione. Caltagirone, con l’11,45% del capitale, avrà un ruolo di primo piano a sostegno della lista del CDA.
Sul candidato della lista di maggioranza, Fabrizio Palermo, pesa però una riserva significativa: la vigilanza di Francoforte ha segnalato una potenziale “inesperienza bancaria” per il candidato, che sarà valutato dalla BCE solo dopo l’eventuale nomina del 15 aprile. I due principali proxy advisor internazionali, ISS e Glass Lewis, hanno entrambi raccomandato il voto a favore della lista del CDA, pur con rilievi specifici su alcune candidature. Questa indicazione è normalmente seguita da BlackRock, Vanguard e Norges Bank, i tre maggiori fondi istituzionali presenti nel capitale.
Lo scenario più probabile, secondo le analisi disponibili, vede la vittoria della lista del CDA con Palermo alla guida operativa, con la lista PLT che potrebbe però conquistare una significativa rappresentanza minoritaria nel nuovo consiglio in base alle norme della Legge Capitali. Resta aperto il nodo del contenzioso legale avviato da Lovaglio sul licenziamento, che potrebbe trascinare ulteriore incertezza nei mesi a venire. Il futuro di MPS, e con esso quello di Mediobanca e di Generali, si deciderà in pochi giorni.





