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Hormuz senza data di riapertura: quanto ci costerà l’incertezza
Il vertice di aprile sullo Stretto di Hormuz
© Imagoeconomica
25 Maggio 2026

Hormuz senza data di riapertura: quanto ci costerà l’incertezza

Un accordo sembra vicino ma non è ancora firmato, il traffico navale resta paralizzato e i mercati già scontano i tempi lunghi del ritorno alla normalità. Lo scenario economico è quello di una crisi che non si chiuderà con un tratto di penna

Tre mesi di blocco, sette decreti carburanti in Italia, quarantadue miliardi di euro in più sulla bolletta energetica europea. Lo Stretto di Hormuz è ancora fermo, e non lo è per una sola ragione ma per due sovrapposte: l’Iran controlla militarmente il passaggio attraverso i Guardiani della Rivoluzione, mentre gli Stati Uniti hanno imposto un blocco navale sui porti iraniani. Finché entrambi i blocchi restano in piedi, il corridoio attraverso cui transitavano ogni giorno fino a venti milioni di barili di greggio, un quinto del fabbisogno mondiale, rimane di fatto inaccessibile alla navigazione commerciale ordinaria.

In questi giorni si parla di una bozza di accordo che sarebbe stata finalizzata e che prevederebbe una tregua di sessanta giorni, la riapertura dello stretto e la rinuncia iraniana alle scorte di uranio, ma la firma non è arrivata. Da Teheran non è giunto il via libera politico sul testo, e la Casa Bianca ha fatto sapere di non voler affrettare la conclusione. Nel frattempo, l’Iran sta trattando con l’Oman per introdurre una forma di pedaggio sulle navi in transito, una prospettiva contro cui si sono schierati l’Unione Europea e numerosi leader internazionali: una Convenzione delle Nazioni Unite del 1982 vieta ai paesi che si affacciano su passaggi internazionali di chiedere pedaggi, e l’istituzione di un precedente simile preoccupa vari esperti per le possibili imitazioni da parte di altri stati. Teheran ha già formalizzato la propria strategia istituendo l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico, un organismo incaricato di gestire i transiti e riscuotere tariffe, con alcune navi che avrebbero già pagato fino a due milioni di dollari per singolo passaggio.

Prezzi, scorte e tempi di recupero

Anche nell’ipotesi migliore, cioè quella di un accordo credibile firmato nei prossimi giorni, il ritorno alla normalità economica non sarà immediato. Secondo molti analisti, ci vorrà circa un mese per normalizzare i flussi petroliferi al cento per cento, mentre per i prodotti raffinati, i chimici e l’alluminio i tempi si allungano a tre-sei mesi. L’effetto sui prezzi potrebbe però anticipare quello sui flussi fisici: se l’accordo sarà convincente, i mercati dei future potrebbero reagire positivamente già prima che le navi riprendano a circolare. Sul fronte petrolifero, il WTI è salito da meno di sessanta dollari a inizio anno a quasi cento dollari al barile a metà maggio, mentre il Brent ha superato i centocinque dollari. La riapertura potrebbe portare a un calo rapido e brusco: se Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti salissero al massimo della loro capacità estrattiva, il mercato globale si ritroverebbe con un’offerta aggiuntiva di tre-quattro milioni di barili al giorno, un surplus capace di far crollare le quotazioni in tempi brevi. Ma anche le infrastrutture danneggiate pesano sui calcoli: il terminale GNL di Ras Laffan in Qatar, danneggiato durante il conflitto, richiederà tempi di recupero più lunghi per tornare alla piena capacità produttiva di gas naturale liquefatto.

Lo scenario per l’Europa e l’Italia

Per l’economia europea la posta è alta. Con la fine delle ostilità e il ritorno alla libera circolazione nello stretto, gli effetti negativi sulla crescita dell’eurozona si limiterebbero a meno tre decimi di punto percentuale per il 2026, e a meno quattro decimi per l’Italia: cifre significative ma gestibili, ben diverse dagli scenari di prolungamento del blocco. Il problema è che nemmeno la firma dell’accordo chiuderebbe il capitolo in modo definitivo. Teheran ha avvertito che in caso di accordo la situazione nello stretto non tornerà alle condizioni precedenti alla guerra, e che l’Iran intende continuare a esercitare la propria sovranità sul passaggio in vari modi. Questo significa che armatori e assicuratori non torneranno rapidamente ad assumere i rischi di quella rotta: il premio assicurativo rimarrà elevato, le tariffe di nolo resteranno alte, e la filiera dei prodotti che dipendono da Hormuz, dai fertilizzanti all’alluminio, dalla chimica alla raffinazione, continuerà a scontare un’incertezza strutturale. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha chiesto esplicitamente un accordo che garantisca la piena libertà di navigazione senza ostacoli, ma ottenere quella garanzia da un Paese che ha già dimostrato di saper usare lo stretto come leva negoziale è tutt’altra cosa rispetto al firmare un cessate il fuoco. Il nodo vero, insomma, non è quando riaprirà Hormuz: è a quali condizioni, e chi pagherà il conto dell’incertezza che nel frattempo si è accumulata.

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