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Il piano anti dissesto attende da 28 mesi. E nel frattempo l’Italia spende miliardi a riparare i danni
Indice di franosità del territorio italiano, rapporto Ispra 2024
© Ispra
16 Aprile 2026

Il piano anti dissesto attende da 28 mesi. E nel frattempo l’Italia spende miliardi a riparare i danni

Un disegno di legge fermo al ministero dell’Ambiente da oltre due anni, una cabina di regia che non decolla e una spesa per le emergenze che ha già bruciato in tre mesi più di quanto stanziato per tutto il 2026.

Il 94,5% dei comuni italiani vive su un territorio a rischio idrogeologico. Non è una stima pessimistica: è il dato ufficiale contenuto nel rapporto ANCE-CRESME presentato il 15 aprile scorso a Roma, durante il convegno “Un piano per l’Italia” organizzato dall’Associazione nazionale costruttori. Il numero ha il peso di una sentenza, ma l’aspetto più sconcertante non è la cifra in sé, nota da anni, bensì ciò che le sta accanto: nei primi tre mesi del 2026 l’Italia ha già destinato oltre 1,2 miliardi di euro per affrontare le conseguenze di eventi meteo estremi e frane. Una cifra che supera i 933 milioni stanziati con la legge di bilancio per coprire le emergenze dell’intero anno.

Il conto del dissesto, nel frattempo, è lievitato in modo costante: nel 2010 le emergenze legate a frane e alluvioni costavano circa 1,2 miliardi l’anno, oggi si superano i 3,3 miliardi. E da quindici anni, secondo i dati del ministero dell’Ambiente, sono stati finanziati 24mila interventi per un valore di 21,6 miliardi, ma ne sono stati conclusi solo 19mila per 3,9 miliardi, appena il 20% dei fondi disponibili effettivamente speso.

In questo quadro si inserisce la storia di un disegno di legge che avrebbe dovuto cambiare l’approccio del paese al problema e che invece giace, immobile, da ventotto mesi presso gli uffici del ministero dell’Ambiente.

Dal rapporto Ispra sul dissesto idrogeologico 2024 © Ispra

Cosa prevede il ddl

Il provvedimento, elaborato dal dipartimento Casa Italia della presidenza del Consiglio, è stato trasmesso al ministero dell’Ambiente il 29 dicembre 2023. Si compone di quindici articoli e ruota attorno a un’idea centrale: istituire un Sistema nazionale di difesa del suolo, dotato di una cabina di regia a Palazzo Chigi, presieduta dal presidente del Consiglio e composta da sette ministri (Protezione civile, Economia, Ambiente, Infrastrutture, Agricoltura, Interno e Coesione) più un rappresentante per Regioni, Province e Comuni. L’obiettivo dichiarato è mettere ordine in un settore in cui le risorse vengono erogate da ministeri diversi senza una pianificazione comune. Gli interventi di importo superiore ai dieci milioni di euro sarebbero affidati alle sette Autorità di bacino distrettuale, con criteri di programmazione pluriennale modellati sul metodo del PNRR: tempi certi, controlli rigorosi, target verificabili. Il testo prevede anche la creazione di una piattaforma nazionale per la raccolta dei dati e la digitalizzazione del monitoraggio, oltre a meccanismi di finanziamento stabile nel tempo, per superare la logica degli stanziamenti emergenziali.

L’iter (mancato) e le tensioni tra ministeri

Il 29 dicembre 2023 il testo è arrivato al MASE. L’11 gennaio 2024 il capo del dipartimento Casa Italia ha sollecitato un confronto. A febbraio 2024 è stata convocata una riunione interministeriale. Da lì, il silenzio. A oggi il piano è ancora fermo, con le osservazioni tecniche della Direzione generale per l’uso sostenibile delle acque (Ussa) e dell’Ispra trasmesse al gabinetto di Musumeci il 23 settembre 2024, ma senza che il testo abbia fatto un passo avanti.

Le valutazioni dei tecnici del MASE sono critiche su diversi punti. Secondo il documento interno, la proposta non affronta in modo adeguato né la programmazione degli interventi né il problema dell’inerzia delle Regioni nella fase preparatoria dei piani d’intervento. C’è poi una questione di compatibilità giuridica: il ddl opererebbe modificando il decreto legislativo 152/2006, ma secondo i tecnici si scontrerebbe con normative di altri ministeri e con le competenze costituzionali delle Regioni. Infine, rimane aperta la questione della capacità operativa delle sette Autorità di bacino, che “non appaiono attrezzate per la gestione diretta dei lavori”.

Il ministro della Protezione civile Nello Musumeci, intervenuto al question time alla Camera e poi al convegno Ance, ha riconosciuto apertamente il ritardo, dichiarando di aver sollecitato gli uffici del MASE affinché “possano finalmente licenziare il documento”. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha risposto che le valutazioni tecniche sono già state trasmesse e che si è in attesa della controreplica di Musumeci, aggiungendo che le osservazioni della settimana precedente “valgono ancora”.

Il ddl, di fatto, non è ancora approdato in Consiglio dei ministri e non ha quindi avviato nessun iter parlamentare.

I punti di forza della proposta

L’impianto del provvedimento raccoglie un consenso trasversale tra gli esperti del settore sul piano dei principi. L’idea di una cabina di regia interministeriale risponde a un problema reale: oggi le risorse per il dissesto vengono stanziate da fonti diverse (MASE, Protezione civile, PNRR fondi di coesione) senza che esista un unico soggetto in grado di coordinare la spesa, verificare l’avanzamento dei cantieri e impedire che i fondi restino inutilizzati. La Corte dei conti, in una delibera del 2025, aveva già segnalato che la durata media complessiva di un intervento di contrasto al dissesto è di 4,2 anni, di cui il 57% del tempo viene assorbito dalla sola fase di progettazione.

L’adozione del metodo PNRR per gli interventi sopra soglia è un altro punto difeso da molti. Le esperienze degli ultimi anni hanno dimostrato che quando si fissano scadenze e target vincolanti i cantieri avanzano, mentre la logica dell’emergenza, cioè di interventi finanziati dopo il disastro, senza pianificazione, produce spesa inefficiente. Anche la proposta di finanziamenti stabili e pluriennali va in questa direzione: stando ai dati ANCE, ogni euro investito in adattamento e prevenzione fa risparmiare mediamente quattro euro di danni, con un rapporto che nel solo settore idrico sale fino a dieci a uno.

Le criticità che frenano il provvedimento

Le perplessità dei tecnici del MASE non sono prive di fondamento. La prima riguarda la governance: creare una cabina di regia a Palazzo Chigi senza affrontare il nodo delle competenze regionali rischia di aggiungere un livello burocratico senza risolvere il problema dell’attuazione. Le Regioni, già oggi commissari straordinari per gli interventi sul loro territorio, temono una compressione delle loro prerogative, e il testo non chiarisce come si articolerebbe il rapporto tra la cabina nazionale e le amministrazioni locali.

C’è poi la questione delle Autorità di bacino: affidare loro gli interventi sopra i dieci milioni implica un potenziamento significativo della loro struttura tecnica e amministrativa, che oggi, secondo i tecnici ministeriali, non è all’altezza del compito. Formare e assumere personale qualificato richiede tempo e risorse, e il ddl su questo punto non è preciso.

Infine, la Corte dei conti ha segnalato un altro problema strutturale: quasi la metà dei ritardi negli interventi anti-dissesto è riconducibile ai cosiddetti “tempi di attraversamento”, cioè le pause tra una fase procedurale e l’altra (progettazione preliminare, definitiva, esecutiva, affidamento, esecuzione) che sono di natura prevalentemente amministrativa. Una cabina di regia interministeriale non risolve automaticamente questo tipo di blocchi, che dipendono dalla capacità degli uffici tecnici comunali e regionali di gestire le pratiche.

Il nodo politico

Dietro al ritardo ci sono anche ragioni politiche che riguardano i rapporti tra dicasteri. Il ddl è stato elaborato dal dipartimento che fa capo a Musumeci (Protezione civile), ma per entrare in vigore deve passare per il MASE di Pichetto Fratin, che ha espresso riserve sostanziali e procedurali. L’Ance ha intanto lanciato una proposta parallela in cinque punti (adattamento climatico, nuova governance, metodo PNRR, digitalizzazione, stabilità dei finanziamenti) che in parte anticipa e in parte integra il ddl governativo. Anche il CNEL, a ottobre 2025, ha approvato un proprio disegno di legge per rafforzare il ruolo dei Consorzi di bonifica nella manutenzione del territorio. Proposte che si accumulano, senza che nessuna abbia ancora trovato la strada del Parlamento.

Nel frattempo l’Italia continua a spendere per riparare quello che non ha prevenuto.

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