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Stretto di Hormuz, le risorse che passano non sono solo gas e petrolio
Immagine generata con intelligenza artificiale
15 Aprile 2026

Stretto di Hormuz, le risorse che passano non sono solo gas e petrolio

Senza i fertilizzanti c’è il rischio di una catastrofe agroalimentare. L’allarme arriva dalla FAO: il 40% del commercio marittimo mondiale di urea e oltre il 45% dello zolfo passano per l’imboccatura del Golfo Persico. Il blocco di Trump mette compromette la circolazione di acciaio, alluminio e cemento: penalizzati soprattutto India e Sud-est asiatico.

Sicurezza alimentare, produzione agricola e materie prime industriali. Non sono solo gas e petrolio le risorse che passano per lo Stretto di Hormuz. Certo, è vero che ogni giorno passano più o meno 20 milioni di barili di greggio, ma è anche vero che si tratta di un tratto marittimo fondamentale per l’economia reale globale, ben oltre il settore legato all’energia. La chiusura del 13 aprile del presidente americano Donald Trump ha quasi paralizzato questa arteria vitale per il commercio mondiale. Oltre al blocco marittimo che sta innescando una crisi dei prezzi dei carburanti, potrebbe manifestarsi una paralisi della produzione industriale, seguita da una possibile catastrofe alimentare. Da questo collo di bottiglia transitano le basi chimiche della vita moderna: minerali utili per la transizione ecologica, nutrienti per i suoli agricoli e, banalmente, beni utili per l’economia dei Paesi mediorientali.

Il blocco che spaventa alluminio, cemento e acciaio

Il Golfo si è trasformato in un hub metallurgico globale grazie alla capacità di riuscire a trasformare il gas naturale in energia a basso costo. Multinazionali come la EGA, Emirates Global Aluminium, producono alluminio purissimo, che è un materiale centrale sia per la costruzione della parte anteriore delle fusoliere degli aeroplani e per l’automotive occidentale, ma soprattutto per il mondo green, poiché essenziale per i pannelli solari e le reti elettriche. In parallelo all’importanza al settore verde, le zone industriali di Jebel Ali (porto di Dubai) e Abu Dhabi esportano 365 giorni l’anno enormi quantità di acciaio e cemento verso l’India e il sud-est asiatico (Vietnam, Thailandia e Indonesia come principali clienti), contribuendo al boom infrastrutturale della zona. Un blocco duraturo di Hormuz congelerebbe la produzione di auto elettriche e i cantieri delle metropoli emergenti.

Golfo, pericolo crescita tecnologica e urbana

E ci sarebbe un rischio di interruzione delle catene di approvvigionamento nel porto di Jebel Ali. Lo scalo di Dubai è uno dei primi dieci hub container al mondo e smista il comparto tecnologico e meccanico provenienti da Cina, Corea del Sud e Giappone verso mercati cruciali come Arabia Saudita, Iraq e Kuwait. Con il traffico marino interdetto non solo si frena il consumo quotidiano, ma la crescita tecnologica e urbana del Medio Oriente.

La FAO avverte: problemi per il passaggio di zolfo e urea, vitali per le piante. Pericolo disastro agroalimentare mondiale

Poi c’è l’appello della FAO. Secondo il report pubblicato il 3 aprile scorso, le previsioni di semina globale sono a rischio per i prezzi altissimi dei fertilizzanti. Un tema di cui si sta parlando ancora troppo poco e che merita attenzione, perché potenzialmente molto pericoloso in termini di impatto globale. I Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo non esportano solo idrocarburi, ma anche i sottoprodotti chimici come lo zolfo, soprattutto da Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar. Inoltre, con l’utilizzo del gas come materia prima, l’intera regione è un enorme polo per la produzione di urea, il fertilizzante azotato più diffuso al mondo. Le piante hanno bisogno di azoto per crescere, ma non possono assorbire quello presente nell’aria. L’urea dà loro azoto in forma solida molto concentrata facile da trasportare e distribuire sui campi. Secondo la FAO c’è una correlazione diretta tra la stabilità dei prezzi alimentari mondiali e il costo e la disponibilità dei fertilizzanti. Ed ecco perché lo Stretto di Hormuz ha un’importanza strategica: da lì passa circa il 40% del commercio marittimo mondiale di urea e oltre il 45% dello zolfo, insostituibile per i concimi fosfatici.

La chiusura porrebbe fine temporaneamente alle forniture vitali verso i mercati agricoli africani e asiatici, con l’India come nazione maggiormente danneggiata (importa ogni anno dal Golfo 2,2 milioni di tonnellate di urea). Essendo queste aree alquanto vulnerabili, la mancanza di questi nutrienti potrebbe abbattere la produzione di cereali e mais fino al 40% in una sola stagione e, di conseguenza, ogni aumento del costo dei fertilizzanti si tradurrebbe secondo le stime in un aumento del 3/5% dei prezzi alimentari locali.

Da un lato i fertilizzanti, dall’altro la FAO segue con interesse e preoccupazione le scorte di cibo in entrata. I paesi del CCG sono tra i meno autosufficienti al mondo e devono importare circa il 90% del loro fabbisogno alimentare da altre zone. Tramite Hormuz transita quasi la totalità di riso, grano e mais che proviene dalle Americhe e dall’Europa. La minaccia catastrofe alimentare e umanitaria è dietro l’angolo.

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