
Petrolio, l’industria della raffinazione europea è in crisi
Il Vecchio continente deve fare i conti con un nuovo problema: la scarsità di petrolio. In Europa l’industria della raffinazione è con le spalle al muro, sta vivendo un periodo di crisi prolungato e ci sarà un peggioramento progressivo visto l’attuale contesto geopolitico. Un grattacapo evidente, anche perché nell’ultimo ventennio c’è stato uno smantellamento progressivo sulla capacità di trasformazione del greggio. A testimonianza di ciò, i numeri che non mentono mai: perdita del 30% del potenziale produttivo (circa due milioni di barili al giorno) e la diminuzione da 117 raffinerie operative del 2009 alle 94 attuali.
Cercasi greggio
Visto il conflitto tra USA e Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz, non solo sono stati interrotti i flussi di petrolio greggio, ma sono stati paralizzati gli output delle grandi raffinerie del Golfo. Che cosa cambia? L’Occidente è costretto a una ricerca travagliata verso nuove rotte logistiche. E, ovviamente, anche l’Italia. Pur mantenendo una rete di undici impianti, la dipendenza dalle importazioni di prodotti impacchettati come il diesel e il jet fuel ha raggiunto livelli quasi mai visti prima. Il sistema nazionale soffre di una frammentazione della proprietà che vede i principali nodi logistici controllati da capitali stranieri: Saras (Sarroch), sotto il controllo del colosso del trading Vitol, fondamentale per il mercato del diesel, Augusta, gestita dall’algerina Sonatrach e ISAB (Priolo Gargallo), gestita da Goi Energy, costantemente sotto pressione per il reperimento di greggio non sanzionato. E poi c’è una questione di fondo: impianti vecchi e altissimi costi di manutenzione, che spesso superano i margini di profitto. Così, precise come formule matematiche, arrivano altre chiusure.
La Nigeria quintuplica le esportazioni di cherosene
Il cuore nevralgico degli approvvigionamenti si è diretto verso l’Africa Occidentale, soprattutto a Dangote, in Nigeria. Posto a una manciata di chilometri dalla capitale Lagos, secondo i dati di Kpler, una delle piattaforme di data intelligence più avanzate al mondo, il sito è passato a fornire il 3% del cherosene europeo pre-guerra al 16% di aprile 2026 (circa 640 mila barili giornalieri). Per la prima volta, grazie a questo impianto, la Nigeria si è trasformata in un esportatore netto di benzina. Questo ribalta i flussi storici (prima l’Europa raffinava e mandava in Africa, ora accade il contrario) e sancisce la perdita di centralità delle raffinerie europee. Ha più che quintuplicato la sua produzione e sebbene dimostri una flessibilità logistica, fa porre tante domande sulla sicurezza energetica e sulla sovranità industriale del continente.

La grande contraddizione di Bruxelles
Il paradosso principale risiede nelle politiche ambientali dell’Unione Europea, in particolare nel sistema ETS (Emission Trading System), che ha agito come una tassa sui produttori interni. Sebbene l’obiettivo fosse la riduzione delle emissioni, l’effetto concreto è stato il trasferimento della produzione verso aree prive di simili vincoli. Nuovi attori non quotati in borsa e meno sensibili alle pressioni su impatto ambientale che detengono le chiavi della mobilità europea.
Senza un cambiamento di rotta che includa dazi ambientali come il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) anche per i derivati petroliferi, l’Europa rischia una transizione energetica incompiuta e un arretramento strutturale. La domanda di fossili resta elevata (con la benzina in Italia a +7,9% nel primo trimestre 2026), ma la capacità di controllarne la filiera è ormai delocalizzata altrove, in mani meno vincolate ai valori di sicurezza e sostenibilità del continente e meno prevedibili.






