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28 Aprile 2026

Stadio Roma, il paradosso di Pietralata: perché l’Italia resta al palo

Burocrazia nel pallone. Dai tempi del Colosseo alla palude dei ricorsi amministrativi: perché costruire uno stadio moderno nel nostro Paese è diventato un incubo senza fine

L’ennesimo stop allo stadio della Roma a Pietralata è la conferma che costruire un impianto in Italia è molto più di un’impresa. Questa volta a fermare tutto è stato il Tar del Lazio che, accogliendo il ricorso dei comitati locali, ha bloccato le attività preliminari fino alla camera di consiglio del 13 maggio. Lo stop è arrivato per 26 alberi. Non è una questione di ecologia contro cemento, ma di un sistema dove qualunque dettaglio diventa un pretesto per l’immobilismo anche perché, nel progetto presentato dalla società giallorossa, quegli abbattimenti saranno compensati da un intero parco. Sono anni che, come nel film “Il giorno della marmotta”, abbiamo la sensazione di rivivere sempre lo stesso giorno.

Il confronto impietoso con l’Europa

Roma non è un’eccezione che fa notizia, ma la normalità di un Paese che, mentre il resto d’Europa continua a inaugurare impianti che sono veri hub economici, fatica a posare la prima pietra. Ben duemila anni fa il Colosseo fu costruito in otto anni. Oggi, nello stesso arco di tempo, non riusciamo nemmeno a finire di timbrare le autorizzazioni per i parcheggi. Forse il problema non è dove costruire, ma come uscire da questa palude burocratica. A Milano, San Siro è in un limbo tra abbattimento, ristrutturazione e traslochi a San Donato o Rozzano. A Firenze, invece, il restyling del Franchi è una battaglia legale continua. Eppure basta varcare il confine italiano che la magia è fatta: a Londra, il Tottenham Hotspur Stadium, costruito in appena quattro anni, non è solo un impianto per il calcio ma è progettato per ospitare concerti, eSports e partite di NFL. A Madrid, il Santiago Bernabéu genera ricavi per milioni di euro grazie a una copertura retrattile e gallerie commerciali. In Italia il tempo sembra essersi fermato ai Mondiali del ’90. Ad oggi sono appena quattro gli impianti di proprietà in Serie A e B, contro gli oltre 80 del Regno Unito e i 50 della Germania. L’età media dei nostri impianti è di 68 anni, la più alta in Europa.

Euro 2032: l’ultima chiamata per il sistema Italia

Il presidente della UEFA, Ceferin, è stato molto chiaro: “Avete infrastrutture calcistiche tra le peggiori d’Europa. Se gli impianti non cambieranno, Euro 2032 da voi non si giocherà”. La vecchia legge sugli stadi è stata un buco nell’acqua, non essendo riuscita a blindare i progetti dai ricorsi amministrativi. La speranza è che la nuova riforma promossa dal Ministro Abodi, perfezionata con il DL Sport 2025/2026, riesca finalmente ad accelerare i tempi. Il cuore della riforma prevede un Commissario Straordinario per snellire l’iter amministrativo, un’autorizzazione unica e il coinvolgimento dei sindaci come sub-commissari. L’obiettivo è aprire i primi cantieri entro la fine del 2026 o l’inizio del 2027. È l’ultima occasione per evitare l’ennesima figuraccia internazionale dopo la mancata qualificazione dell’Italia al Mondiale.

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