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L’isola sull’orlo del baratro
L’Avana, Cuba
© Imagoeconomica
18 Maggio 2026

L’isola sull’orlo del baratro

Cuba affronta la crisi più grave dai tempi del crollo dell’Unione Sovietica. Dopo la caduta di Maduro, il blocco petrolifero americano ha spento le luci su undici milioni di persone. Tra trattative opache, minacce giudiziarie e un regime che resiste, il futuro dell’isola non è mai stato così incerto.

Il 3 gennaio 2026, forze speciali americane hanno prelevato Nicolás Maduro da Caracas e lo hanno trasferito a New York per rispondere di accuse federali. È stata un’operazione militare senza precedenti nell’America Latina del dopoguerra, e i suoi effetti si sono propagati istantaneamente verso nord, attraverso il Mar dei Caraibi, fino all’Avana. Il Venezuela forniva a Cuba circa 26.500 barili di greggio al giorno, quasi il 24% del consumo energetico totale dell’isola. Con la caduta di Maduro, quei barili hanno smesso di arrivare.

Trump aveva già annunciato che Cuba sarebbe stata “la prossima”. Il 29 gennaio 2026, il presidente ha firmato l’ordine esecutivo 14380, che dichiarava l’emergenza nazionale e autorizzava l’imposizione di dazi sui Paesi che fornissero petrolio a Cuba direttamente o indirettamente: il blocco navale più stringente che Washington abbia imposto all’isola dai tempi della Crisi dei Missili del 1962. Il Messico, fino a quel momento principale fornitore dell’isola con quasi il 44% delle importazioni totali, si rè ritrovato sotto pressione e ha ridotto progressivamente le consegne. A marzo, un’unica petroliera russa ha raggiunto l’Avana con un carico di greggio donato. Poi il silenzio.

Buio sull’isola

Cuba dispone di otto centrali termoelettriche, alcune operative da oltre quarant’anni, che si guastano di frequente e devono essere messe offline per manutenzione. Già prima del blocco, i blackout erano diventati una costante dolorosa della vita quotidiana. Con il taglio delle forniture, il sistema è semplicemente crollato.

In alcune zone dell’Avana, i residenti hanno trascorso periodi con appena due ore di elettricità nell’arco di trentasei ore. Le interruzioni colpiscono gli ospedali, le pompe dell’acqua, la catena del freddo, le comunicazioni. Il 16 marzo 2026, l’intera rete elettrica nazionale è collassata, lasciando undici milioni di persone al buio. Il 14 maggio, il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy ha dichiarato in televisione che l’isola aveva esaurito le scorte di gasolio e olio combustibile. Non era retorica: era una resa dei conti con la realtà fisica.

Il prezzo della benzina sul mercato nero è passato da circa un dollaro al litro a dieci dollari nel giro di pochi mesi. Il governo ha cancellato le vendite di diesel e razionato la benzina. I camion dell’immondizia si sono fermati: a febbraio, solo 44 dei 106 veicoli della nettezza urbana dell’Avana riuscivano ancora a operare, mentre i rifiuti si accumulavano agli angoli delle strade. Le scaffalature dei negozi sono vuote. I supermercati privati nati dopo le riforme del 2021 resistono a fatica: i costi di trasporto sono quintuplicati, il costo di movimentare un container al porto dell’Avana è passato da 100-150 dollari a oltre 600.

Il 91,5% dei medicinali e del materiale sanitario risulta mancante secondo le autorità cubane. Almeno 96.000 persone sono in lista d’attesa per interventi chirurgici non salvavita. I prezzi dei beni alimentari sono aumentati del 21% nei soli primi tre mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2025.

La CIA all’Avana e l’incriminazione di Castro

Il 14 maggio, è accaduta una cosa insolita all’aeroporto José Martí dell’Avana: un aereo ufficiale della Casa Bianca è atterrato sull’isola con a bordo il direttore della CIA John Ratcliffe, che guidava una delegazione americana per incontrare i vertici del governo cubano. Non era la prima volta che funzionari americani si recavano all’Avana (Barack Obama lo aveva fatto dieci anni prima) ma era la prima volta che la CIA pubblicizzava un proprio incontro con le autorità cubane, diffondendo perfino una foto della riunione.

John Ratcliffe, Direttore CIA © Imagoeconomica

A fare gli onori di casa c’era Raúl Guillermo Rodríguez Castro, detto «el Cangrejo», nipote prediletto dell’ex presidente Raúl Castro e figura chiave di GAESA, il potente consorzio militare che controlla almeno il 40% dell’economia cubana. Ratcliffe avrebbe offerto 100 milioni di dollari in aiuti umanitari, a condizione che il governo accetti “riforme significative”. La situazione è così grave che, secondo il Corriere della Sera, il governo Díaz-Canel aveva già accettato di veicolarne una parte attraverso la Chiesa cattolica.

Poche ore dopo la visita di Ratcliffe, è emersa la notizia che la procura federale del distretto meridionale della Florida stava preparando un atto di incriminazione contro Raúl Castro, 94 anni, ex presidente del Consiglio di Stato dal 2008 al 2018. Le accuse in esame riguarderebbero la responsabilità di Castro nell’abbattimento, nel 1996, di due aerei civili dell’organizzazione di esuli cubani Brothers to the Rescue: quattro uomini (di cui tre cittadini americani) furono uccisi in quell’operazione militare. L’atto di accusa potrebbe essere reso pubblico il 20 maggio, in coincidenza con una cerimonia commemorativa per le vittime organizzata dai procuratori federali di Miami. Un calendario che non sembra casuale.

Secondo Richard Feinberg, professore di America Latina all’Università della California, un’eventuale incriminazione difficilmente convincerà i generali del Pentagono ad aprire un altro fronte a 150 chilometri dalle coste americane: “A Cuba è difficile immaginare un cambio di regime senza truppe statunitensi sul terreno”. Ma la mossa giudiziaria, comunque vada, altera il campo. L’incriminazione di Maduro è rimasta per anni una carta diplomatica. Poi è diventata il pretesto per un blitz.

Chi comanda davvero

La figura di Díaz-Canel, presidente formale della Repubblica, appare sempre più sbiadita nel racconto che emerge dall’isola. Il potere reale a Cuba risiede nel clan Castro, in Raúl e nella sua famiglia, e poi in GAESA, il conglomerato militare che controlla circa il 60% dell’economia. Díaz-Canel, nella lettura di molti analisti, detiene formalmente le cariche ma non le leve. È Raúl, che pure ha ceduto il timone del Partito Comunista nel 2021, a esercitare ancora un’influenza determinante, soprattutto attraverso il nipote “Raulito”. È lo stesso Raulito che avrebbe accolto Ratcliffe insieme al ministro dell’Interno e al direttore dell’intelligence locale, Lázaro Álvarez Casas. Non ha un ruolo istituzionale formale, ma è l’interlocutore scelto dagli americani per trattare con l’isola. Un’anomalia che rivela la struttura reale del potere cubano: non lo Stato, non il Partito, ma una rete familiare e militare che si sovrappone a entrambi e li attraversa.

In questo contesto, il termine “Cubastroika” (riforme economiche senza apertura politica, sul modello di ciò che Gorbaciov tentò in Urss) circola sempre più frequentemente tra gli analisti come ipotesi di lavoro per Havana. Il decreto-legge 144, varato alla fine del 2025, che consente partnership tra imprese statali e private, è letto da alcuni economisti come un segnale al mondo esterno. Non una riforma strutturale: un’apertura tattica per guadagnare tempo e capitali.

Gli scenari

La maggior parte degli analisti identifica oggi tre scenari principali per il futuro prossimo dell’isola: una transizione negoziata, con rilascio di prigionieri politici, legalizzazione dell’opposizione e apertura economica graduale; un collasso disordinato, con implosione del sistema senza accordo preventivo e rischio di vuoto di potere; un’imposizione esterna, innescata da una crisi migratoria o da un’insurrezione interna che giustifichi un intervento americano.

Lo scenario più probabile resta per ora quello di un rimpasto interno ai vertici che lasci il sistema sostanzialmente intatto. Díaz-Canel potrebbe essere rimosso come parte di un accordo negoziato, mentre rimarrebbero in piedi il Partito Comunista, il complesso militare e le reti di affari statali che dominano l’economia. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha parlato esplicitamente di un possibile “regime change al rallentatore”, simile al processo venezuelano ma più graduale.

Il modello Venezuela, tuttavia, non si replica facilmente: a Cuba non esiste alcuno scenario di transizione rapida in cui la democrazia venga ripristinata nel breve termine: le infrastrutture e l’organizzazione dell’opposizione non esistono; qualsiasi cambio di leadership o di regime produrrà nel breve periodo un esito meno che democratico. Il rischio, avvertono i ricercatori del CSIS di Washington, è che la pressione economica prolungata produca non una transizione ordinata, ma un collasso caotico, con conseguenze migratorie di proporzioni ingestibili per gli Stati Uniti stessi.

Da marzo, Trump ha consentito a una petroliera russa di consegnare greggio all’isola: un gesto che può essere letto come volontà di non precipitare la situazione umanitaria oltre il punto di non ritorno, o come segnale che i negoziati segreti con l’Avana stiano procedendo meglio di quanto appaia in pubblico. Quello che è certo è che il tempo stringe. Il governo cubano non ha un piano credibile per affrontare la crisi, non ha la volontà politica di ricostruire il vecchio patto sociale né, almeno ufficialmente, di negoziare con Washington. Ma l’unica opzione rimasta è quella trattativa. L’isola che per oltre sessant’anni ha resistito a tutto, all’embargo, al crollo dell’Unione Sovietica, al Covid, si trova oggi di fronte a un nemico che non si può combattere con la retorica: il buio.

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