
Piano Casa, le categorie criticano il decreto: risorse insufficienti, troppi commissari, PMI a rischio esclusione
Il decreto legge sul Piano Casa convince tutti sulla diagnosi (l’emergenza abitativa è reale e non più rinviabile) ma divide sulle terapie. Nelle audizioni del 18 e 19 maggio davanti alla Commissione Ambiente della Camera, le principali associazioni di categoria hanno composto un quadro critico su tre assi: risorse stanziate, governance e accesso al mercato per le PMI. Sul fronte finanziario, l’ANCI ha calcolato che circa 60 mila alloggi pubblici inagibili richiederebbero 1,2 miliardi per essere recuperati. I 116 milioni stanziati per il 2026 “non bastano”, ha detto l’associazione dei Comuni, avvertendo che quelle risorse “derivano da una riduzione di altri fondi europei e nazionali”. Confapi Aniem ha messo in fila gli ordini di grandezza: con 200 milioni l’anno si recuperano circa 10 mila alloggi, con 1 miliardo se ne costruiscono 5 mila nuovi. “Le risorse appaiono incerte e inadeguate”, ha dichiarato il presidente Delpiano, aggiungendo che l’impianto sembra rispondere “più a logiche finanziarie che imprenditoriali”. Assoimmobiliare ha segnalato l’assenza di una leva fiscale: mancano la detrazione dell’IVA o la riduzione dell’aliquota fino al 5%. Confindustria ha mantenuto un tono favorevole, chiedendo però misure fiscali aggiuntive per attrarre capitali privati.
Governance, trasparenza e visione sociale
Sul fronte della governance, i rilievi più articolati sono arrivati dall’ANAC. Il presidente Giuseppe Busia ha messo in guardia contro “l’eccessiva proliferazione di commissari con regimi giuridici differenziati”, che secondo l’autorità creerebbe problemi interpretativi e rallentamenti. Ha chiesto che non si deroghi agli appalti digitali, che si estenda la progettazione BIM anche sopra i due milioni di euro e che venga costruita una banca dati unica dei progetti collegata alla ricognizione degli immobili pubblici. Sul piano della trasparenza, Busia ha sollecitato una piattaforma digitale per la gestione degli incentivi ai privati, con “revoca automatica dei finanziamenti” nei casi in cui la tracciabilità dei flussi non sia garantita. Legacoop ha invece sollevato il rischio che il piano venga gestito con logiche prevalentemente finanziarie, senza una visione sociale strutturale. Il presidente Simone Gamberini ha proposto una logica limited profit con la cooperazione di abitanti tra i soggetti attuatori e priorità alla locazione a canone calmierato come “quarto pilastro trasversale”. “L’emergenza abitativa non può essere affrontata esclusivamente con logiche finanziarie”, ha detto, chiedendo una politica dell’abitare fondata su affitto accessibile e coesione sociale.
Il rischio di esclusione per le PMI
Il terzo nodo riguarda il rischio concreto di esclusione delle piccole e medie imprese. CNA e Confartigianato hanno chiesto che il Piano non diventi “una grande operazione immobiliare riservata soltanto ai grandi operatori”, sollecitando lotti funzionali, la riserva di almeno il 40% dei lavori nei partenariati pubblico-privato ad ATI e consorzi di PMI e controlli più stringenti contro dumping contrattuale e subappalto a cascata. Confapi Aniem ha avvertito che “l’impresa rischia di essere relegata a un ruolo solo esecutivo, con condizioni dettate dai grandi fondi immobiliari”. ANCE ha valutato positivamente l’avvio di una politica strutturata, ma ha segnalato che le semplificazioni più incisive restano riservate agli investimenti superiori al miliardo, lasciando gli interventi di media dimensione con agevolazioni insufficienti: la presidente Brancaccio ha messo in guardia sui tempi, avvertendo che l’assenza di norme attuative rischia di vanificare gli obiettivi dichiarati. Il ciclo di audizioni proseguirà nelle prossime settimane, con la commissione chiamata a stabilire se e come recepire le indicazioni ricevute prima della conversione in legge.







