
Nucleare, il Governo entro l’estate presenterà una legge delega per la reintroduzione
Quello sull’energia è un dibattito che è entrato nelle case degli italiani da ormai più di 40 anni, complice il primo referendum, post disastro di Chernobyl, del 1987. Ora il tema del nucleare è più vivo che mai, perché, come annunciato dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni il 13 maggio in Senato, il Governo punta a presentare entro l’estate una legge delega per la reintroduzione del nucleare. Una misura volta a contrastare il caro bollette e il caro prezzi in generale, ma soprattutto capace di superare la fase di tabù atomico vissuto in questi anni.
Obiettivo 11% entro il 2050
L’obiettivo dell’esecutivo è ambizioso: coprire entro il 2050 almeno l’11% della domanda nazionale di energia elettrica con il nucleare, con la possibilità di arrivare al 22%, raddoppiando la domanda. Il cambio di strategia è rappresentato dagli SMR, gli Small Modular Reactors, reattori di piccole dimensioni che permettono tempi di costruzione ridotti, maggiore flessibilità e una sicurezza ulteriore. La legge delega servirà a riorganizzare gli enti regolatori, definire le procedure di autorizzazione e, soprattutto, chiarire il quadro degli investimenti necessari per riportare la filiera in Italia.
L’analisi dei costi-benefici
La complessità della sfida è rappresentata però dall’analisi costi-benefici. I sostenitori della riforma, rappresentati dalla maggioranza di centrodestra e supportati, ovviamente, dai grandi industriali, credono che il nucleare sia la principale fonte in grado di garantire il “baseload”, una produzione costante di energia decarbonizzata che il settore dell’energia solare e dell’eolico non possono assicurare. C’è una centralizzazione dell’atomo, considerato lo strumento che aiuta ad abbassare e stabilizzare i prezzi delle bollette e ridurre la dipendenza dalle importazioni di gas, con la garanzia della competitività delle imprese italiane nel medio/lungo periodo.
L’opposizione ha dubbi su costi e tempistiche
Questa proposta non ha incontrato i favori dell’opposizione (Movimento 5 stelle in primis) e dei movimenti ambientalisti. La fazione contraria solleva i dubbi sulla sostenibilità economica dell’operazione (costi elevati di produzione in relazione all’anno in cui i reattori saranno attivi). Le critiche sono alimentate da dei dubbi sui pesanti costi iniziali che ricadrebbero sulle casse pubbliche o sulle bollette dei cittadini, siccome il nucleare rimane una tecnologia che richiede massicce garanzie statali per essere accettabile. Viene inoltre evidenziato il “fattore tempo”: anche con una procedura d’urgenza, i primi reattori non entrerebbero in funzione prima di 10-15 anni, un orizzonte giudicato troppo lontano per rispondere agli obiettivi climatici del 2030.
Oltre all’importante aspetto economico, le discussioni si fanno calde anche sul nodo della sicurezza e della gestione dei rifiuti. Da una parte il Governo punta sulla maggiore affidabilità dei reattori di terza e quarta generazione, dall’altra l’opposizione ricorda che l’Italia non ha ancora risolto il problema del deposito nazionale per i rifiuti radioattivi già esistenti. La scelta dei siti dove ospitare i nuovi reattori e le scorie rappresenta un potenziale terreno di scontro elettorale con i territori, rendendo il percorso della legge delega politicamente accidentato.
Di nuovo produttori di energia atomica?
L’estate è alle porte e rappresenterà dunque un vero e proprio spartiacque. Qualora la legge dovesse essere approvata, l’Italia comincerà ufficialmente il percorso per tornare a essere un Paese produttore di energia atomica. La sfida dell’esecutivo è la trasformazione da una legge delega a un piano industriale granitico, capace di resistere all’emisfero ambientalista, alle inevitabili proteste e ai mercati energetici globali






