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Digital twin, dati e territorio. Misuriello (Esri Italia) racconta la trasformazione digitale dell’Italia che non si vede
Emilio Misuriello
© Esri Italia
10 Giugno 2026

Digital twin, dati e territorio. Misuriello (Esri Italia) racconta la trasformazione digitale dell’Italia che non si vede

Emilio Misuriello, AD di Esri Italia, spiega perché il digital twin non è un modello 3D, lo stato reale del PNRR e il ritardo digitale delle città italiane.

Esri Italia è l’azienda di riferimento nel nostro paese per le soluzioni GIS (Geographic Information System) applicate alla pubblica amministrazione e alle imprese. Nata nei primi anni Novanta come spin-off di Telespazio, oggi è parte della rete Esri One Company, un sistema di oltre ottanta aziende operative in circa duecento paesi che fa capo a Esri Inc., leader mondiale nel software per l’intelligenza territoriale. L’80% del capitale rimane in mani italiane, mentre il 20% appartiene al fondatore di Esri Inc., l’americano Jack Dangermond. La piattaforma ArcGIS, cuore dell’offerta, è il sistema con cui enti come ANAS, RFI, Autostrade per l’Italia, Enel, Terna e decine di amministrazioni locali gestiscono, analizzano e visualizzano dati territoriali. Ne abbiamo parlato con il suo Amministratore Delegato, Emilio Misuriello, da oltre vent’anni al vertice dell’azienda.

Per iniziare, può spiegare brevemente come è nata Esri Italia e cosa fa?

Esri Italia nasce agli albori degli anni Novanta da uno spin-off di Telespazio. Quell’azienda aveva stipulato un accordo con Esri America per la distribuzione, perché stava gestendo un satellite per l’osservazione della Terra e aveva bisogno di strumenti software per elaborare a terra le immagini satellitari. In seguito, fu costituita una joint venture con Esri che, attraverso le successive vicissitudini societarie di Telespazio e poi di Telecom, arrivò al 2000: Telecom decise di cedere le unità più piccole del suo portafoglio e il manager che gestiva Esri Italia ne acquistò tutte le quote. Da allora l’azienda è indipendente.

Ci occupiamo della gestione di dati territoriali: li integriamo e permettiamo di condurre analisi spaziali. Significa, per esempio, incrociare dati lineari come i grafi stradali con aree poligonali di natura catastale o urbanistica. Integriamo basi informative eterogenee e le rendiamo interrogabili. Con l’evoluzione tecnologica, e ora con l’intelligenza artificiale, quello che si può fare diventa ogni giorno più interessante.

Sul tema del digital twin lei ha espresso più volte una posizione critica, anche in Parlamento. Il termine è entrato nel vocabolario di qualsiasi appalto e piano industriale, ma spesso sembra un sinonimo di modello 3D. C’è davvero tanta confusione?

Pensare che il digital twin si esaurisca in un modello tridimensionale è un errore strutturale. Il digital twin è molto di più: è l’integrazione di dati eterogenei. C’è il dato tridimensionale, che è fondamentale, e deve riguardare tanto il sovrasuolo quanto il sottosuolo: in un digital twin territoriale non basta sapere cosa c’è in superficie, bisogna sapere anche cosa c’è sotto, dal punto di vista delle reti e delle infrastrutture. Poi deve essere collegato al BIM, il Building Information Modeling. GIS e BIM sono complementari come un telescopio e un microscopio: il GIS ti dà la visione dall’alto, il BIM ti dice come è fatta quella parete, dove passa l’impianto elettrico, dove si trova una presa. Avere i due strumenti che dialogano è un elemento imprescindibile. A questo si aggiungono le informazioni dinamiche, perché il territorio cambia in tempo reale: il traffico, le condizioni meteorologiche, la semaforica, i sensori di vario tipo. Tutti questi elementi IoT producono dati dinamici che devono essere integrati nel modello.

Può farci un esempio concreto di come questa integrazione funziona in pratica?

Prendiamo il caso dell’esondazione del Seveso a Milano. I sensori IoT rilevano l’esondazione in tempo reale. Nella centrale operativa, il sistema identifica le aree da avvisare per la protezione civile: è una gestione semi-automatica, dove l’intervento umano rimane centrale. Ma si può andare oltre: l’intelligenza artificiale può elaborare dati meteo previsionali, integrarli con quelli IoT e attivare avvisi in modo automatico prima che il fenomeno si manifesti. Abbiamo visto convergere in questo esempio diverse tecnologie: GIS, BIM, IoT, intelligenza artificiale. La nostra piattaforma è una componente di questo ecosistema.

E nella cantieristica questo ragionamento si applica allo stesso modo?

Assolutamente sì. L’integrazione tra cantiere e territorio è fondamentale nelle grandi infrastrutture. Se devo organizzare un trasporto eccezionale, devo capire come interrompere la circolazione in un dato momento e quale interferenza avrò sul contesto urbano circostante. E poi c’è tutta la gestione della sicurezza in cantiere. Non è un aspetto banale.

Questo approccio richiederebbe una regia unificata sulla gestione di tutte queste informazioni. I vari attori che rielaborano i dati devono poter comunicare tra loro. È così?

È un processo che deve ancora essere digerito e consolidato. Oggi ciascuno ha il proprio digital twin: chi gestisce le utility ha il suo, la città ha il suo, il BIM di un singolo edificio è già di per sé un digital twin. L’integrazione di questi elementi è la sfida in corso. Una sfida che si sta affrontando, ma che è ancora agli inizi.

Quali sono gli ostacoli principali?

La grande quantità di dati e la capacità di elaborarli. L’intelligenza artificiale richiede molta energia e infrastrutture in grado di sostenere carichi enormi. Negli Stati Uniti si discute già di bloccare l’apertura di nuovi data center perché appesantiscono le reti elettriche. Il costo energetico cresce, e bisogna prenderne atto: la tecnologia inquina e consuma risorse. È una questione che non possiamo ignorare.

Può darci un esempio positivo in cui i dati spaziali hanno davvero cambiato la gestione di un’opera, e uno negativo in cui il potenziale non è stato raccolto?

Un caso positivo è quello del Bosco Verticale a Milano, dove la modellazione spaziale ha permesso di capire come sette ettari di verde potessero diventare nove, ottimizzando la distribuzione del patrimonio vegetale. Sempre su Milano, ho visto un progetto molto interessante che riguarda il recupero del sedime ferroviario dismesso come percorso verde continuo, capace di connettere quartieri oggi separati. Sono esempi positivi, a condizione che la pubblica amministrazione li recepisca e li trasformi in realtà. Sul fronte negativo, vediamo purtroppo come questi strumenti vengano utilizzati anche in contesti bellici, per identificare obiettivi da colpire con precisione. Sono strumenti potenti, e possono essere usati bene o male.

Il GIS è uno strumento fondamentale per il monitoraggio e la rendicontazione del PNRR. Lei ha un osservatorio privilegiato: può farci un bilancio reale? La tecnologia è stata usata per accelerare i processi, o principalmente per giustificarli ex post?

Il PNRR ha rappresentato un momento importante per la nostra pubblica amministrazione, perché ha permesso di sbloccare l’adozione del digitale in molti enti. Ma è solo l’inizio di un percorso che deve essere portato a termine: non basta avviare i processi, bisogna garantirne la manutenzione nel tempo, perché le applicazioni tecnologiche evolvono continuamente. Devo però fare anche una critica alle aziende, incluse quelle tecnologiche: alcune hanno approfittato del PNRR senza dare il meglio. Si poteva fare di più e meglio.

Dal suo osservatorio privilegiato, a che punto è l’Italia nel governo digitale del territorio?

Siamo molto indietro, purtroppo. Tra le realtà più avanzate c’è il Comune di Milano, che tuttavia non ha ancora completato passaggi importanti, come una vera integrazione tra territorio e Internet of Things, la sensoristica diffusa. Siamo ancora alle prime battute. L’integrazione tra BIM e GIS si sta sviluppando, ma non è prassi comune negli enti pubblici, nemmeno nelle grandi città. Il digital twin è una parola che riempie i documenti, ma deve essere riempita di contenuti reali. Altrimenti rimane uno slogan, e di slogan abbiamo già abbastanza.

E Roma? Abbiamo appena chiuso il Giubileo, si parla già del prossimo, di una candidatura olimpica, del piano casa. Sembra che sulla Capitale i tempi di realizzazione siano sempre molto lunghi rispetto al consenso immediato che certi annunci generano. Come si conciliano le due cose?

Roma ha oggi delle grandi opportunità ed è una città che sta pensando al futuro. I limiti sono nella burocrazia e nella complessità dei processi decisionali. Si possono superare, ma richiede una concertazione politica seria: con chi vive la città e con chi la gestisce. E non è solo il Comune a gestirla: ci sono le municipalizzate, ci sono i privati, ci sono interessi spesso contrapposti. La strada si sta segnando, ma la concertazione non è mai facile.

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