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Guerra nel Golfo, Trump annuncia l’accordo con l’Iran e punta su Ginevra per la firma
© Imagoeconomica
12 Giugno 2026

Guerra nel Golfo, Trump annuncia l’accordo con l’Iran e punta su Ginevra per la firma

Trump annuncia l’accordo con l’Iran e cancella i raid. La firma del memorandum d’intesa potrebbe avvenire domenica a Ginevra. Teheran mantiene riserve, atteso il via libera di Khamenei.

È stata una giornata di accelerazioni brusche e inversioni di rotta. Trump ha iniziato la giornata di giovedì con minacce di nuovi bombardamenti sull’Iran e con l’annuncio di voler occupare l’isola petrolifera di Kharg, poi nel pomeriggio ha cancellato i raid programmati e ha dichiarato dallo Studio Ovale di aver raggiunto un accordo con Teheran: “Abbiamo appena fatto un grande accordo”, ha detto il presidente americano ai giornalisti, aggiungendo che il testo “è soggetto a finalizzazione” e che la firma potrebbe avvenire “probabilmente nel weekend, forse in Europa”. In serata ha rivendicato la vittoria con toni più netti: “Abbiamo vinto la guerra in Iran, l’Europa era irrilevante”.

Ginevra come sede: le indiscrezioni di Reuters, Bloomberg e Axios

Secondo quanto riferito da Reuters e Bloomberg, citando fonti di parte occidentale, il memorandum d’intesa tra Washington e Teheran potrebbe essere firmato già domenica a Ginevra. L’obiettivo sarebbe definire il testo entro sabato, per consentire la firma da parte del vicepresidente Vance e del presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf. Axios ha aggiunto che quattro aerei militari C-17 statunitensi sono già decollati verso l’Europa trasportando materiale logistico per la delegazione americana. La scelta di Ginevra non sarebbe casuale: la città svizzera ha ospitato in passato round cruciali sui dossier nucleari ed è sede di numerose missioni diplomatiche, il che ne fa una location capace di conferire legittimazione internazionale all’intesa.

Cosa prevede il memorandum

Secondo le ricostruzioni di Axios, che cita fonti anonime vicine ai negoziati, il documento sarebbe un memorandum d’intesa di una pagina con tre o quattro punti essenziali, rinviando a trattative successive le questioni più complesse. I contenuti centrali sarebbero la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz senza pedaggi, la proroga del cessate il fuoco per sessanta giorni (estesa anche al fronte libanese, su richiesta iraniana) e l’avvio di negoziati sul programma nucleare nel medesimo arco temporale. Sul fronte economico, il testo prevederebbe un alleggerimento progressivo delle sanzioni legato al rispetto degli impegni da parte di Teheran. L’agenzia iraniana Mehr ha parlato anche di uno sblocco di 24 miliardi di dollari in fondi congelati, ma la questione resta controversa: secondo Axios, Washington vuole rilasciarli a tranche, mentre Teheran chiede una quota immediata al momento della firma. Un funzionario americano ha smentito l’esistenza di accordi segreti paralleli su questo punto.

Il nodo nucleare rimandato alla fase due

Il punto più delicato rimane fuori dal perimetro del memorandum. Come riporta il Corriere della Sera, le questioni spinose sul nucleare, cioè le scorte di uranio arricchito all’80 per cento, il futuro degli impianti di arricchimento, il ruolo dell’Aiea nelle ispezioni, finiscono nella cosiddetta “fase due”: i sessanta giorni di trattativa successivi alla firma. Reuters cita una fonte iraniana secondo cui Teheran non ha accettato di cedere le proprie riserve di uranio altamente arricchito e che la questione nucleare non fa parte dell’accordo preliminare. Gli americani avrebbero proposto che le trattative di questa seconda fase si svolgano in Svizzera. In ambienti politici italiani circola anche l’ipotesi del Vaticano come sede, forte del precedente del riavvicinamento tra Trump e Zelensky, ma non vi sono conferme ufficiali.

La posizione di Teheran tra riserve e rivendicazioni

La risposta iraniana è rimasta, anche in questa fase, ostinatamente ambivalente. L’agenzia Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, ha in un primo momento smentito l’accordo per poi aggiornare la propria posizione sostenendo che Trump avesse accolto la proposta iraniana, non il contrario. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baqaei ha dichiarato che l’Iran “non ha ancora deciso se firmare”, mentre Ghalibaf ha scritto su X che il suo paese ha ottenuto “concessioni non attraverso i negoziati, ma attraverso i missili”. L’elemento decisivo rimane l’approvazione della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, che secondo Axios non avrebbe ancora dato il via libera formale. Trump ha tuttavia detto di credere che Khamenei abbia approvato l’intesa. Il quadro, stando alle fonti giornalistiche disponibili, è quello di un testo sostanzialmente concordato sul piano tecnico ma non ancora sancito sul piano politico dalla parte iraniana.

Netanyahu fuori dalla stanza e la variabile israeliana

Israele figura tra i dodici Paesi che Trump ha citato come firmatari del memorandum, ma la realtà è più sfumata. Secondo alcune fonti, Netanyahu sarebbe stato colto di sorpresa dall’annuncio e non era a conoscenza dell’accordo imminente: una fonte israeliana citata dalla CNN ha parlato di “escalation aspettata, non di svolta”. Il premier ha sospeso una riunione sulla sicurezza per parlare al telefono con Trump, senza che il contenuto della conversazione sia stato reso noto. La fine dei raid contro Hezbollah è una delle condizioni imprescindibili che Teheran pone per siglare qualsiasi intesa, e Netanyahu si trova nella posizione scomoda di non poter bloccare l’accordo senza compromettere il rapporto con Washington, né di accettarlo senza rinunciare agli obiettivi militari in Libano.

Mercati e mediatori

I mercati finanziari hanno reagito con ottimismo alla notizia dell’accordo. Il prezzo del petrolio è sceso a 88 dollari al barile, Wall Street ha chiuso in rialzo con il Dow Jones a più 1,86 per cento e il Nasdaq a più 1,54 per cento, e le borse asiatiche ed europee hanno accelerato nella mattina del 12 giugno. Il merito diplomatico dell’avanzamento va in larga misura al Qatar. L’emiro Al Thani ha inviato immediatamente una delegazione a Teheran nel momento critico di mercoledì sera, con in testa Ali Al-Thawadi, l’uomo che aveva portato i Mondiali di calcio a Doha e che in questa crisi ha svolto il ruolo di interlocutore privilegiato tra Araghchi e gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner. Circa sei miliardi dei fondi iraniani congelati si trovano proprio nelle banche del Qatar, il che attribuisce a Doha un peso specifico non solo diplomatico ma anche finanziario nell’esito della trattativa.

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