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UE, stop al commercio e all’importazione di oro dal Sudan
© Imagoeconomica
20 Luglio 2026

UE, stop al commercio e all’importazione di oro dal Sudan

La stretta di Bruxelles blocca i reagenti chimici per la raffinazione, mirando a privare l’esercito e i paramilitari dei fondi con cui acquistano le armi. Un provvedimento drastico per stroncare i profitti dei generali golpisti, la cui efficacia dipenderà però dal controllo sui transiti illegali verso gli hub arabi.

Il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di prendere posizione e di soffocare i canali finanziari che alimentano la cruenta guerra civile in Sudan. A partire dal 15 luglio 2026 Bruxelles ha imposto un divieto totale su acquisto, importazione e trasferimento di oro proveniente dal Paese africano o da esso esportato in territorio europeo e qualsiasi paese terzo. La misura non si limita a bloccare i flussi in uscita del prezioso metallo, ma punta a paralizzarne la produzione alla radice: il provvedimento vieta infatti la vendita, la fornitura e l’esportazione verso il Paese africano di precursori chimici essenziali per l’estrazione aurifera, in primis il mercurio, il cianuro e l’ossicianuro di sodio.

L’obiettivo è chiaro: colpire il pilastro economico che permette alle fazioni militari in lotta di acquistare armamenti e prolungare le sofferenze della popolazione civile. Il regolamento prevede deroghe minime, limitate esclusivamente a operazioni umanitarie o di emergenza sanitaria e concede un breve periodo transitorio, fino al 16 gennaio 2027, solo per i contratti legati ai reagenti chimici stipulati prima dell’entrata in vigore del pacchetto.

Il contesto storico

Per comprendere la portata di questo intervento è necessario tracciare un breve quadro del contesto storico. Il Sudan è sprofondato nell’attuale guerra civile nell’aprile del 2023. A scontrarsi sono le Forze armate sudanesi (SAF), ovvero l’esercito regolare guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Forze di supporto rapido (RSF), una potente organizzazione paramilitare capitanata da Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti.

Le miniere d’oro sono il cuore strategico di questo scontro interno. Qualche anno prima dello scoppio del conflitto, Hemedti e le RSF sono riusciti a conquistare il controllo sulle principali aree di estrazione nelle zone del Darfur e del Kordofan. Attraverso la militarizzazione dei siti estrattivi, i paramilitari hanno edificato un vero e proprio impero finanziario. Tuttavia, anche le SAF controllano una fetta non indifferente della produzione nazionale, rendendo l’oro il principale combustibile economico per entrambe le forze belligeranti.

Il tragitto dorato

Il vero nodo problematico, che rischia di minare l’efficacia immediata delle restrizioni di Bruxelles, risiede nelle rotte globali del contrabbando. Gran parte dell’oro sudanese non viaggia infatti attraverso canali trasparenti, né è storicamente diretto in via ufficiale verso l’Europa. Il metallo prezioso lascia il paese illegalmente o mimetizzato, transitando in nazioni vicine come il Ciad, l’Egitto e la Libia. Da lì, la destinazione finale d’elezione sono i mercati internazionali del Medio Oriente, in particolar modo gli Emirati Arabi Uniti e l’hub di Dubai, dove l’oro viene fuso, ripulito della propria identità d’origine e immesso legalmente nei circuiti globali.

Colpire le due fazioni

L’intervento dell’Unione europea lancia un forte segnale politico in concomitanza con le crescenti pressioni internazionali, tra cui i recenti appelli del G7 e le sanzioni mirate imposte dal Regno Unito contro le reti finanziarie collegate a Dubai e Hong Kong. Bloccando l’accesso ai precursori chimici necessari alla raffinazione, l’Europa tenta di infliggere un danno strutturale e tecnologico alla filiera estrattiva all’interno del Sudan.

Gli osservatori internazionali però rimangono cauti: senza una reale e stringente cooperazione diplomatica con i paesi terzi e senza un monitoraggio severo dei canali di transito commerciali, l’oro del Sudan rischia di continuare a circolare sotto mentite spoglie. La mossa europea è un passo cruciale, ma la partita per la pace in Sudan si gioca soprattutto sulla capacità della comunità internazionale di spezzare, in modo coeso, le radici di un’economia di guerra transnazionale che continua a prosperare sulla pelle di milioni di sfollati.

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