Passa al contenuto principale
Seguici su:
Tieniti aggiornato:

Argomento: Geopolitica

Guerra in Iran: a che punto siamo dopo un mese dall’inizio del conflitto

La guerra in corso ha ormai superato da tempo i confini iraniani, coinvolgendo pienamente anche il Libano, dove Israele ha intensificato le operazioni militari distruggendo diverse infrastrutture, tra cui ponti strategici nel Sud del Paese. Parallelamente, l’Iran continua a lanciare missili e droni verso obiettivi regionali, mostrando capacità belliche più avanzate rispetto alle stime iniziali. Gli attacchi hanno interessato infrastrutture energetiche e militari in vari Paesi del Golfo, contribuendo a un forte rialzo dei prezzi internazionali di petrolio e gas.

In questo scenario, lo Stretto di Hormuz rimane uno dei punti più sensibili: minacciato e parzialmente chiuso in più occasioni, rappresenta un nodo critico per la stabilità dei flussi energetici globali. L’insieme di questi elementi ha trasformato il conflitto in una crisi regionale ad alta intensità, con effetti immediati sui mercati e sulle dinamiche politiche mediorientali.

Negoziati confusi e comunicazione contraddittoria

Sul piano diplomatico, la comunicazione rimane contraddittoria. Gli Stati Uniti sostengono che siano in corso colloqui preliminari con Teheran, definiti “produttivi” dall’amministrazione statunitense, mentre l’Iran continua a negare qualsiasi trattativa. Questa ambiguità crea un clima di incertezza, aggravato dal continuo rinvio degli ultimatum americani sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e dalle smentite incrociate delle parti.

Nel frattempo, si moltiplicano le indicazioni di un possibile intervento via terra. Secondo analisi recenti, il Pentagono sta valutando l’invio di ulteriori forze, fino a 10.000 soldati, pronte a partecipare a operazioni mirate sul territorio iraniano. L’obiettivo potrebbe essere quello di occupare siti strategici, come alcune isole controllate da Teheran, per mettere in sicurezza materiali sensibili come l’uranio arricchito. Sebbene non vi sia conferma ufficiale di un imminente sbarco, la preparazione di queste truppe segnala che l’opzione di un’azione terrestre non è stata esclusa.

Questo scenario convive con paralleli tentativi diplomatici, sostenuti da Paesi mediatori come Egitto, Qatar e Regno Unito, che avrebbero facilitato scambi indiretti di comunicazioni tra Washington e Teheran. Le condizioni fissate dagli Stati Uniti includono lo smantellamento di siti nucleari e limiti severi ai programmi missilistici iraniani, mentre l’Iran pone richieste vincolanti prima di intavolare qualsiasi trattativa, come ad esempio una compensazione economica per i danni subiti finora.

Il coinvolgimento degli attori regionali

Israele continua a essere fortemente coinvolto nelle operazioni militari, con attacchi a obiettivi strategici iraniani e azioni parallele nel Sud del Libano. Anche il Regno Unito ha ampliato il proprio ruolo autorizzando l’uso delle sue basi militari da parte delle forze statunitensi, segnale della crescente dimensione internazionale del conflitto.

All’interno dell’Iran, nel frattempo, emergono segnali di tensione politica: l’assenza prolungata di figure centrali come Mojtaba Khamenei, la nuova Guida suprema dell’Iran – proclamata dopo la morte del padre l’ayatollah Ali Khamenei, ucciso da un bombardamento mirato il primo giorno del conflitto – solleva interrogativi sulla stabilità interna e sulle possibili divisioni nella leadership del Paese.

Prospettive: tra rischi di escalation e spiragli difficili

Le dichiarazioni pubbliche degli attori coinvolti oscillano tra inviti alla calma, minacce di nuovi attacchi e annunci di trattative “ben avviate”, spesso smentite nel giro di poche ore. Mentre si parla di possibili tregue e piani di pace, le operazioni militari continuano su più fronti e non emergono segnali concreti di una de-escalation duratura.

Il rischio di un’espansione ulteriore del conflitto resta elevato: l’ingresso di nuove forze sul campo, l’intensificazione delle operazioni transfrontaliere e la fragilità delle vie diplomatiche indicano un quadro in cui l’uscita dalla crisi appare ancora lontana. Finché negoziati e minacce continueranno a procedere in parallelo, il conflitto resterà sospeso tra la possibilità di un accordo temporaneo e quella di una nuova accelerazione delle ostilità.

Piano Mattei: l’Italia accelera in Africa con quattro nuovi partner strategici

A due anni dal suo lancio ufficiale, il Piano Mattei per l’Africa entra in una nuova fase operativa. Durante l’ultima cabina di regia tenutasi a Palazzo Chigi a marzo 2026, il governo ha ufficializzato l’estensione del programma a quattro nuovi paesi: Gabon, Ruanda, Repubblica Democratica del Congo e Zambia. Salgono così a 18 le nazioni africane coinvolte in un progetto che mira a superare la logica dell’assistenzialismo in favore di un “partenariato paritario” ispirato alla visione di Enrico Mattei.

Una strategia in sei pilastri

Il Piano non è solo un accordo diplomatico, ma una struttura operativa che si muove su direttrici precise per favorire lo sviluppo locale e la stabilità regionale:

  1. Istruzione e formazione: Creazione di centri d’eccellenza per arginare la “fuga dei cervelli”.
  2. Sanità: Rafforzamento dei sistemi sanitari locali, come il recente progetto approvato per il Ciad.
  3. Agricoltura: Implementazione di tecnologie di precisione e contrasto all’insicurezza alimentare (es. progetti in Burkina Faso e Kenya).
  4. Acqua: Gestione delle risorse idriche e potabilizzazione.
  5. Energia: Sviluppo di filiere per i biocarburanti e infrastrutture per la transizione ecologica.
  6. Infrastrutture fisiche e digitali: Potenziamento della connettività satellitare e della logistica.

I numeri e i finanziamenti del 2026

La sostenibilità economica del Piano poggia su un mix di risorse pubbliche e investimenti multilaterali. Nel marzo 2026, il Comitato Congiunto per la Cooperazione allo Sviluppo ha approvato un nuovo pacchetto di iniziative dal valore di 246 milioni di euro.

A queste si aggiungono le leve finanziarie consolidate:

  • Fondo Italiano per il Clima: Il motore principale per i progetti di transizione energetica.
  • Cassa Depositi e Prestiti (CDP): Coinvolta con linee di credito fino a 400 milioni di euro in 5 anni per le PMI africane.
  • Conversione del debito: La Presidenza del Consiglio ha confermato l’intenzione di convertire circa 235 milioni di euro di crediti bilaterali in progetti di sviluppo concreto sul territorio africano nei prossimi dieci anni.

Tra geopolitica e tecnologia

L’edizione 2026 del Piano Mattei pone un’enfasi senza precedenti sull’innovazione. A Roma è stato lanciato il primo AI Hub per lo Sviluppo Sostenibile, pensato per formare specialisti africani nell’uso dell’intelligenza artificiale applicata all’agricoltura e alla gestione dei rischi naturali.

L’obiettivo geopolitico resta chiaro: posizionare l’Italia come il ponte naturale tra l’Europa e l’Africa, collaborando con l’iniziativa europea Global Gateway. Tuttavia, la sfida rimane quella della messa a terra dei progetti: il passaggio dalle dichiarazioni d’intenti ai cantieri aperti sarà il vero termometro del successo di questa strategia nel lungo periodo.

Follow the Oil: il nuovo ordine mondiale di Trump tra blitz e barili

Il riequilibrio che Donald Trump vuole imporre al mondo, esclusivamente a favore degli Stati Uniti, potrebbe essere riassunto in una battuta: follow the oil, segui il petrolio. Un po’ come quando il giudice Falcone capì che per ricostruire i business delle mafie bisognava seguire il denaro e coniò il famoso “follow the money”, ora, per provare a dare una spiegazione logica a cosa sta accadendo, bisogna interpretare le intenzioni di Trump verso quei paesi che non sono allineati al volere occidentale ma che sono ricchi di petrolio ma anche di terre rare.

Il Blitz di Caracas: L’Operazione “Absolute Resolve”

Tutto inizia i primi di gennaio con l’operazione “Absolute Resolve”, rapido blitz per esfiltrare Nicolas Maduro e sua moglie, Cilia Flores, da Caracas verso una meno comoda prigione a New York City. Qualche vittima, soprattutto tra le guardie del corpo cubane del dittatore sudamericano, e la sostituzione con una persona non vicina agli Stati Uniti ma sicuramente molto più incline e affabile, ma forse sarebbe meglio dire ricattabile, ad assecondare le richieste americane, Delcy Rodriguez. Con il Venezuela e i suoi 303 miliardi di barili di riserve provate nuovamente nell’orbita d’influenza americana, Trump ha messo in sicurezza il più grande deposito di greggio del pianeta.

Teheran e l’operazione “Ruggito del Leone”

A fine febbraio, l’operazione congiunta israelo-americana “Ruggito del leone” ha portato, a differenza dell’operazione venezuelana, all’eliminazione fisica della guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, Ali Khamenei, di buona parte dei comandanti militari e di alcuni esponenti di governo. Colpire l’Iran significa colpire il terzo serbatoio mondiale di petrolio (209 miliardi di barili), rendendo insicura e costosa ogni goccia di greggio che Teheran tenta di esportare verso est. Per ora però, a differenza del Venezuela, in Iran non si prevede un governo amico ma anzi una continuità in linea familiare con l’elezione, da parte dell’Assemblea degli esperti, di Mojtaba Khamenei secondogenito di Alì Khamenei. Gli USA e soprattutto Israele, quindi, continueranno sicuramente nella loro azione bellica per provare a posizionare politici che rendano l’Iran un paese più amico.

Il “Follow the Oil” come dottrina anti-Cinese

Ma perché, per mettere ordine in questo caos avviato dalla presidenza Trump, bisogna seguire la sottile linea nera del petrolio? I primi dieci paesi con le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, nella classifica stilata dall’OPEC, l’Organizzazione dei paesi produttori di petrolio, troviamo al primo posto il Venezuela con 303 miliardi di barili di riserve provate, a seguire l’Arabia Saudita, 267 miliardi, ma già salda alleata degli Stati Uniti, e poi l’Iran con 209 miliardi. Insieme rappresentano circa il 50% dei trilioni di barili di riserve provate stimati globalmente. Solo questa classifica basta per spiegare ciò che sta accadendo nel mondo in cui la transizione ecologica, a cui Trump non ha mai creduto, fatica ad imporsi e non solo per gli alti costi di produzione, mentre il petrolio e la sua industria, che continuano ad essere il motore del mondo, sono ancora viste in maniera ostile dall’Unione Europea che si è attaccata da tempo alla transizione green con il risultato di trascinare le economie nazionali dei paesi aderenti quasi al collasso. Ma è così che gli Stati Uniti provano a controllare gli equilibri mondiali a partire dalla sicurezza fino all’economia, spezzando l’asse degli stati canaglia, ossia quei paesi che mostrano comportamenti aggressivi e pericolosi, e che non sono “allineati” al resto dell’Occidente. Non esiste una lista ufficiale di questi Stati ma è facile pensare che con le operazioni in Venezuela e Iran, giustificate anche dal fatto che in questo modo sono stati deposti e sostituiti dei pericolosi regimi dittatoriali che minacciavano i diritti umani, sono state colpite (poco) indirettamente le economie di due superpotenze come la Russia, con la quale sotto sotto Trump spera sempre di creare il nuovo ordine mondiale, ma soprattutto della Cina, che si approvvigionava a prezzi scontati di petrolio da Caracas e Teheran, ma che è il principale concorrente commerciale e minaccia militare degli Stati Uniti.

Verso un nuovo ordine mondiale

Trump sta ridisegnando la nuova carta del potere geopolitico e poco gli importa di mettere in difficoltà economiche gli alleati, soprattutto quelli europei. Il petrolio è ancora e sempre un mezzo di controllo, uno strumento di pressione. In questa nuova mappa energetica ridisegnata da quelle che in una prima lettura si presentano come azioni sconclusionate del miliardario presidente degli Stati Uniti, si delinea invece una sottile strategia energetica per controllare i governi. Ora bisogna solo sperare che non ci sia qualcuno che, invece di perdersi in nuovi lunghi e costosi conflitti stile Vietnam, prema subito un tasto per far partire un missile nucleare, potente strumento di deterrenza contro le intenzioni militari espansionistiche di alcuni paesi. Il petrolio invece, paradossalmente, continua a rimanere ancora la principale esigenza intorno a cui continua a girare l’economia mondiale. Trump questo lo ha capito molto bene e lo utilizza per riconquistare spazi e potere.