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Argomento: Geopolitica

Spesa militare, Taiwan stanzia 25 miliardi

La spesa militare cresce e Taiwan si fa trovare pronta. Il Parlamento ha approvato un pacchetto di spesa militare straordinaria da 25 miliardi di dollari. Una decisione arrivata l’8 maggio dopo mesi di discussioni e di stallo tra l’esecutivo guidato dal presidente Lai Ching-te e l’opposizione, che detiene la maggioranza legislativa. La cifra finale è minore rispetto alla richiesta di 40 miliardi del governo, che è stato costretto a destinare i fondi quasi esclusivamente all’acquisto immediato di armi dagli USA. Lai Ching-te bramava anche un’industria nazionale di droni e un sistema di difesa aerea chiamato “T-Dome”, ma ha dovuto ridimensionare la sua idea a causa dei due partiti di opposizione Kuomintang (KMT) e Partito Popolare (TPP) che hanno imposto un taglio significativo.

Il grande vicino, la Cina

Una necessità di riarmo che è ovviamente condizionata dal grande vicino di Taiwan, la Cina. Secondo il KMT c’è bisogno di armare l’isola, ma accusa il Partito Progressista Democratico (DPP) al governo di provocare eccessivamente i cinesi, con i quali preferisce mantenere aperto il dialogo economico e politico. Pechino reputa l’arcipelago parte integrante del suo territorio e una provincia secessionista da riunificare.

Dalla fine della guerra civile del 1949, anno in cui Taiwan è diventato uno Stato a riconoscimento limitato, riannetterlo è sempre stato il pallino dei governi cinesi, sia per una questione di orgoglio nazionale, sia perché Taiwan offre uno spazio estremamente strategico sull’Oceano Pacifico e ha i mezzi per diventare un hub militare perfetto per la Cina. Pechino andrebbe così a ritagliarsi uno spazio fondamentale tra Giappone e Filippine, spezzando la linea di basi alleate statunitensi presenti nei due Stati e interrompendo l’egemonia a stelle e strisce nel Pacifico. In più sarebbe un territorio chiave per l’innovazione tecnologica, perché nell’isola ci sono alcune fabbriche di semiconduttori avanzati che sono importantissime per l’economia del futuro. Basti pensare che TSMC, leader mondiale del settore, è l’unica azienda al mondo che produce su larga scala i chip di ultima generazione, componenti insostituibili che vengono utilizzati da giganti del tech come NVIDIA, Apple, Tesla e anche dal governo americano per i caccia F-35.

La sede centrale di TSMC a Taipei ©Imagoeconomica

Il ruolo ambivalente degli Stati Uniti

E qui entrano in gioco gli USA, storicamente attratti da ciò che succede a est di Shanghai e guardinghi nei confronti della Cina. La storia tra gli Stati Uniti e Taiwan però non è iniziata benissimo. Nel 1979 Washington riconobbe quello di Pechino come unico governo legittimo, interrompendo di fatto i rapporti con Taipei. Però, nel bel mezzo della Guerra Fredda e scottati dal Vietnam, il Congresso americano approvò il TRA, il Taiwan Relations Act. Per impedire una futura annessione con le armi da parte del governo cinese, questa legge impone legalmente agli Stati Uniti di fornire a Taiwan armi e qualsiasi mezzo per l’autodifesa, anche se in assenza di un trattato di alleanza ufficiale. Si tratta di una legge unica nel suo genere nella storia del diritto internazionale, che per gli USA è un win-win. Washington non dichiara esplicitamente il sostegno a Taiwan in caso di invasione, ma gli garantisce i mezzi necessari per rendere molto complicata una futura occupazione.

Il presidente americano Donald Trump, insieme al Pentagono, negli ultimi mesi ha applicato un forte pressing al Parlamento taiwanese per sbloccare quei 40 miliardi, poi diventati 25. Washington ha avvertito l’esecutivo di Taipei che ulteriori ritardi avrebbero posticipato le consegne. Un’azione insistente causata anche dall’affollamento dell’industria della difesa americana, con la priorità alle zone di conflitto in Ucraina e Medio Oriente. Grazie a questo nuovo stanziamento l’isola si rinforza con i lanciarazzi HIMARS e con l’artiglieria semovente, armamenti importantissimi per colpire le eventuali forze di sbarco cinesi.

I dati sulla spesa militare non mentono: 37% in più rispetto all’anno scorso

I 25 miliardi, nonostante ci sia stato il veto dell’opposizione, sono comunque un incremento del 37% rispetto alla spesa militare del 2025 da parte di Taiwan. L’anno scorso, secondo il rapporto del SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute, lo Stato asiatico ha speso 18,2 miliardi di dollari nella spesa militare. Per il 2026 il numero è stato abbondantemente superato e fotografa il momento storico attuale di Taipei, che si arma e prova a resistere alle minacce (nemmeno troppo velate) cinesi.

Libia, energia e stabilizzazione: la nuova convergenza tra Italia e Stati Uniti

C’è un dettaglio passato come meno centrale nelle dichiarazioni seguite all’incontro tra Giorgia Meloni e Marco Rubio a Palazzo Chigi. Tra i vari dossier affrontati con il segretario di Stato statunitense, la presidente del Consiglio ha citato anche la Libia e la necessità della sua stabilizzazione. Non è un riferimento banale. Per anni Washington ha mantenuto un coinvolgimento intermittente e spesso secondario nel dossier libico, lasciando agli europei e ad altro partner regionali (Egitto, Emirati Arabi Uniti e Turchia su tutti) il compito di gestire relazioni politiche, interessi, crisi migratoria nel Mediterraneo centrale e penetrazioni di attori ostili (come la Russia). Oggi, però, qualcosa sembra cambiare.

Il tema emerge proprio mentre Roma accelera il proprio attivismo nel paese nordafricano. Nei giorni scorsi, mentre un importante impianto energetico destinato ai giacimenti offshore libici lasciava il porto di Ravenna diretto verso la Libia – a Palazzo Chigi, Meloni riceveva il primo ministro Abdul Hamid Dbeibeh. Energia e diplomazia si sono mosse ancora una volta in parallelo. Poche ore dopo dell’incontro con il libico, dall’ufficio della premier passava il capo della diplomazia americana.

Il dossier energetico

Dietro questa dinamica c’è soprattutto la centralità crescente del dossier energetico, tornato cruciale con il blocco di Hormuz. In un contesto segnato dalle tensioni regionali e dall’incertezza sulle rotte marittime globali, il gas libico e il gasdotto GreenStream tornano ad assumere per l’Italia un valore strategico che va oltre la semplice cooperazione commerciale. Roma considera sempre più la stabilità della Libia una componente della propria sicurezza energetica nazionale.

È qui che entra in gioco la dimensione americana. Secondo diverse ricostruzioni circolate nelle ultime settimane, gli Stati Uniti stanno sostenendo un percorso di accomodamento tra i principali centri di potere libici, nel tentativo di favorire una stabilizzazione pragmatica del paese. Più che puntare su una rapida transizione democratica, Washington sembra interessata a consolidare un equilibrio sufficientemente stabile da garantire sicurezza energetica, limitare l’influenza russa e contenere l’instabilità crescente nel Sahel.

Quattro dimensioni strategiche

La Libia, del resto, è tornata centrale in almeno quattro dimensioni strategiche: energia, sicurezza mediterranea, contenimento della Russia in Africa e, collegata, proiezione verso il Sahel – dove è in corso un nuova fase di caos, con il rischio che la regione diventi la roccaforte del terrorismo globale. In questo contesto l’Italia appare sempre più come il principale vettore occidentale sul terreno libico: il paese che dispone delle relazioni politiche più profonde, della presenza economica più radicata e della maggiore esposizione diretta alle conseguenze dell’instabilità. Su tutto, Roma dispone di credibilità, immagine accettata dai libici (come da altre collettività africane), virtù che ora entra anche in gioco nel continuo dialogo con Washington – in un percorso condiviso anche con la Turchia, l’altro grande attore ormai radicato in Libia.

Flintlock 2026 e l’equilibrio possibile

Anche sul piano securitario emergono segnali nuovi. Ad aprile, per la prima volta dalla caduta di Gheddafi nel 2011, forze americane e italiane hanno preso parte a manovre terrestri in Libia nell’ambito dell’esercitazione Flintlock 2026 guidata dal Comando Africa del Pentagono (Africom). Nello stesso periodo, le forze affiliate ai governi rivali libici hanno partecipato ad attività addestrative congiunte. Sono elementi che suggeriscono un tentativo di costruire almeno un coordinamento minimo tra i diversi attori armati del paese.

Tutto questo non significa che la Libia stia davvero uscendo dalla sua frammentazione. Il paese resta diviso tra Tripolitania e Cirenaica, attraversato da milizie, influenze esterne e istituzioni deboli. Ma proprio questa fragilità spinge oggi Italia e Stati Uniti verso una strategia sempre più pragmatica. L’obiettivo non sembra essere la soluzione definitiva dell’annosa crisi, quanto piuttosto la costruzione di un equilibrio sufficientemente stabile – tecnicamente accettato dalle Nazioni Unite – da proteggere interessi energetici, contenere le pressioni migratorie e impedire che il Mediterraneo centrale diventi un ulteriore spazio di penetrazione di attori rivali.

La missione di Rubio a Roma, disgelo senza promesse

La missione è iniziata il 7 maggio con una tappa carica di valore simbolico: l’udienza in Vaticano con Papa Leone XIV. Il colloquio, durato circa 45 minuti, è stato descritto come “amichevole e costruttivo”, suggellato da uno scambio di doni significativo: una penna in legno d’ulivo dal Pontefice e un pallone da football di cristallo da parte di Rubio, omaggio ai White Sox, squadra del cuore del primo Papa americano. Nonostante la cordialità e il rinnovato impegno per la pace espresso nei successivi incontri con il Cardinale Parolin e monsignor Gallagher, le distanze sulla gestione delle crisi in Medio Oriente restano evidenti. Sebbene Rubio, cattolico di origini cubane, abbia cercato di sanare la frattura tra Washington e il Palazzo Apostolico, la Santa Sede mantiene una linea di cautela rispetto alla strategia di massima pressione degli Stati Uniti verso Teheran.

Gli incontri politici

L’8 maggio il focus si è spostato sugli incontri istituzionali. Particolare rilievo ha assunto il faccia a faccia con il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, focalizzato sulla stabilità del Mediterraneo e sul futuro della missione Unifil in Libano. Rubio ha ribadito la necessità di rafforzare le capacità del governo libanese per arginare l’influenza di Hezbollah, sottolineando che “l’Italia può essere utile in questo senso”. Parallelamente, il colloquio alla Farnesina con Antonio Tajani, protrattosi oltre l’orario previsto, ha toccato il tema dei dazi e della difesa della navigazione nello Stretto di Hormuz. Tajani ha ribadito la contrarietà dell’Italia a guerre commerciali, promuovendo l’idea di un grande mercato transatlantico che includa Europa, USA, Canada e Messico, pur riconoscendo che la materia non rientri nelle competenze dirette del Segretario di Stato.  Il vertice con Meloni a Palazzo Chigi è durato un’ora e mezza. La premier ha parlato di “dialogo franco tra alleati che difendono gli interessi nazionali”. La visita si chiude senza accordi ufficiali né svolte sui dossier aperti, ma con un canale diplomatico riaperto. Rubio (cattolico, alla sua terza visita in Italia da Segretario di Stato)ha svolto quella che i diplomatici chiamano una missione di “cooling the rhetoric”: necessaria, ma non ancora sufficiente.

Bilancio finale

Il bilancio della visita può definirsi positivo ma interlocutorio. Rubio ha agito come un “pontiere”, cercando di raffreddare la retorica accesa dell’amministrazione Trump nei confronti della leadership italiana. Tuttavia, i nodi strutturali restano sul tavolo. Sulla questione NATO, Rubio ha mostrato cautela: pur confermando il sostegno all’Alleanza, ha definito “un problema da approfondire” l’utilizzo delle basi militari statunitensi in territorio europeo, specialmente dopo i rifiuti di alcuni alleati a concederne l’uso per operazioni contro l’Iran. In sintesi, la missione romana ha ripristinato un canale diplomatico personale e istituzionale meno teso, condizione necessaria ma non sufficiente per un riallineamento sostanziale sui dossier geopolitici che continuano a dividere le due sponde dell’Atlantico.

Gas, migranti e prigionieri: il doppio binario dell’asse Roma-Tripoli

C’è un modulo industriale da 5.200 tonnellate che il 7 maggio ha lasciato il porto di Ravenna diretto al giacimento di Bouri, al largo della Libia. Il maxi-impianto, costruito da Rosetti Marino, fa parte del Bouri Gas Utilization Project, un investimento da 1,3 miliardi di euro pensato per recuperare il gas bruciato in torcia e ridurre le emissioni. Qualche ora dopo, nello stesso giorno, a Palazzo Chigi il presidente del Consiglio Giorgia Meloni riceveva il primo ministro libico Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh. Non è una coincidenza. È una mise en scène che dice molto su come funziona la relazione tra i due paesi: la diplomazia si muove in tandem con l’energia, ed ENI è sempre sullo sfondo.

L’incontro è durato circa un’ora e mezza. I due leader hanno sottolineato l’importanza di accelerare l’attuazione dei progetti sul gas e della cooperazione strategica, soprattutto alla luce dei cambiamenti nei mercati energetici regionali e internazionali. Roma e Tripoli consolidano un’intesa che va oltre la semplice cooperazione bilaterale, con particolare attenzione agli investimenti nel settore dell’energia.

Il dossier energetico: Eni, GreenStream e la scommessa offshore

Il volume degli scambi commerciali tra i due paesi ha raggiunto circa 8 miliardi di euro nel 2025, con l’Italia che rimane il primo partner commerciale della Libia. Il cuore di questo legame è il gas. Il gasdotto GreenStream, che si estende per 520 chilometri dai giacimenti di Wafa e Bahr Essalam a Gela, in Sicilia, è diventato un’infrastruttura critica, con una capacità di trasporto fino a 11 miliardi di metri cubi all’anno.

Il problema è che negli ultimi anni questo gasdotto ha lavorato ben al di sotto delle sue possibilità. I flussi dalla Libia attraverso il GreenStream sono in calo: dai 2,5 miliardi di metri cubi del 2023 si è passati agli 1,4 del 2024, fino a circa un miliardo nel 2025. L’obiettivo ora è invertire la rotta, e i progetti di ENI vanno esattamente in questa direzione. Con il progetto Strutture A&E, la produzione di gas è prevista a partire da fine 2026 e raggiungerà a regime fino a 750 milioni di piedi cubi al giorno. A questo si aggiunge la scoperta di due nuovi giacimenti offshore nell’area Bahr Essalam South, con oltre 28 miliardi di metri cubi di gas in posto, il cui sviluppo sarà favorito dalla prossimità alle strutture esistenti.

La spinta italiana non è solo commerciale. L’Italia, dopo il 2022, ha cercato di affrancarsi dal gas russo e si è trovata esposta a una nuova vulnerabilità: la dipendenza dal gas naturale liquefatto, che viaggia su rotte globali oggi condizionate dall’instabilità nello Stretto di Hormuz. In questo scenario, il GreenStream rappresenta una via sicura perché sottratta alle incognite delle rotte marittime internazionali.

Migranti: meno sbarchi, più morti

L’altro grande dossier è quello migratorio. I due leader hanno riaffermato il comune impegno nella gestione dei fenomeni migratori, passando in rassegna anche le principali attività di collaborazione in corso con partner internazionali quali Turchia e Qatar. I numeri, però, raccontano una storia più complicata di quella dei comunicati ufficiali.

Gli sbarchi in Italia si sono dimezzati nei primi cinque mesi del 2026, con un calo superiore al 50 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. Ma il bilancio umano si aggrava: almeno 819 morti e dispersi da inizio anno secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, oltre sei vittime al giorno. Il dato segna un aumento superiore al 160 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025, nonostante la riduzione degli sbarchi. Meno partenze, dunque, ma traversate sempre più pericolose.

La Libia rimane il principale punto di partenza. Dalle coste libiche sono arrivati in Italia 7.271 migranti, pari a circa l’85 per cento del totale. Dall’inizio del 2026, oltre 5.600 migranti sono stati intercettati e riportati a terra in Libia dalla guardia costiera. È qui che si apre la questione più scomoda: le intercettazioni in mare vengono eseguite da un corpo che le Nazioni Unite e diverse organizzazioni per i diritti umani accusano di operare in violazione sistematica dei diritti delle persone che riporta a terra.

I calciatori di Bengasi e il trattato che non funziona

C’è un terzo dossier, più ingombrante degli altri perché tocca direttamente la credibilità giuridica dell’Italia. Al centro del colloquio è stato anche il caso dei cittadini libici detenuti in Italia e le modalità per accelerare le procedure relative all’attuazione dell’accordo sullo scambio di prigionieri. Roma e Tripoli hanno firmato nel settembre 2023 un accordo sul trasferimento dei detenuti, ratificato dall’Italia. Eppure nulla si è mosso. Il caso più noto è quello di Mohannad Nouri Khashiba, detenuto da oltre undici anni: poche settimane fa si era cucito le labbra con ago e filo per protestare contro le condizioni di detenzione e l’accordo mai diventato realtà. Khashiba, insieme ad altri detenuti libici, chiede di avvalersi dell’accordo sullo scambio, guardato però con sospetto da una parte della società civile italiana, che teme possa aprire la strada al rimpatrio forzato di dissidenti o detenuti politicamente esposti. Non c’è riunione ufficiale o colloquio informale tra i funzionari dei due governi in cui non salti fuori lo stesso argomento. La questione è gestita dalla presidenza del Consiglio, con il sottosegretario Alfredo Mantovano che ha accentrato nelle sue mani la politica verso la Libia.

Una Libia ancora divisa

Sullo sfondo di tutto questo resta il problema strutturale: la Libia non è un paese unificato. Il governo guidato da Dbeibeh mantiene il riconoscimento internazionale, mentre la Cirenaica resta nell’orbita del maresciallo Haftar. Ad aprile i due governi paralleli hanno raggiunto un accordo su un bilancio nazionale unificato per la prima volta dal 2013, e hanno partecipato a esercitazioni militari sponsorizzate dall’Africom statunitense. Una doppia circostanza che potrebbe essere foriera di normalizzazione, anche se il processo politico resta in una fase di stallo.

Per la prima volta dalla caduta di Gheddafi, nel 2011, truppe americane e italiane hanno condotto manovre terrestri sul territorio libico, nell’esercitazione Flintlock 2026, con 1.500 militari da trenta paesi. È un segnale che la dimensione militare dell’asse Roma-Tripoli, finora rimasta discreta, si fa più visibile. E che l’Italia non sta lavorando solo con Dbeibeh, ma anche con Washington, in un quadro che vede il Sahel sempre più instabile e la Russia con diverse basi in Libia.

Il vertice di Palazzo Chigi, insomma, è molto più di una stretta di mano tra vicini di Mediterraneo. È il tentativo di tenere insieme interessi energetici, flussi migratori, equilibri geopolitici e casi umani irrisolti. Un equilibrio difficile, che l’Italia pratica da decenni e che non ha ancora trovato una forma stabile.

L’incontro in Vaticano tra Papa Leone XIV e Rubio

Marco Rubio, segretario di Stato americano e una delle figure più influenti dell’attuale amministrazione statunitense, è atterrato questa mattina all’aeroporto di Ciampino poco prima delle 9 per una due giorni di incontri delicati volti a favorire nuovi colloqui tra gli Stati Uniti, il Vaticano e l’Italia. Questa mattina c’è stato l’incontro con Papa Leone XIV, durato circa quarantacinque minuti, con l’intenzione di ricomporre la frattura tra il Pontefice e il suo presidente Donald Trump, che nelle ultime settimane ha espresso delle parole dure nei confronti del Papa, scatenando la reazione difensiva del governo italiano. Domani alle 11:30 è atteso a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni per un incontro a quattr’occhi. In seguito, incontrerà il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto.

Alla ricerca della riconciliazione

La scelta di affidare a Rubio questa missione diplomatica è strategica, poiché si tratta del primo cattolico praticante a guidare il Dipartimento di Stato da decenni. La mattinata, infatti, è stata interamente dedicata all’incontro con il Santo Padre dato che, a causa delle ultime esternazioni di Trump, i rapporti tra il Vaticano e Washington non erano così freddi da tempo. Papa Prevost, nato a Chicago e cittadino americano, si è sempre schierato a favore della pace e contro la guerra che Trump sta portando avanti in Iran dal 28 febbraio scorso. A sua volta, il tycoon ha contestato aspramente la linea di politica estera del Pontefice definendolo “debole”, prima e poi, il 5 maggio scorso, dichiarando che: “Sta mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone, per lui va benissimo che l’Iran abbia l’arma nucleare”. Immediata la risposta del Papa: “Predico il Vangelo, ma le persone sono libere di criticarmi”. Rubio, in missione insieme all’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede Brian Burch, in giornata ha incontrato anche il segretario di Stato Pietro Parolin. il cardinale incaricato dei rapporti diplomatici. La sua permanenza al Palazzo apostolico è stata complessivamente di due ore e mezza. Negli incontri si è parlato della difficile situazione in Iran e in Libano, ma anche di Africa e Cuba e di alcune iniziative umanitarie in Occidente.

Dopo l’incontro, la Santa Sede ha dichiarato: “C’è stato uno scambio di vedute sulla situazione regionale e internazionale, con particolare attenzione ai Paesi segnati dalla guerra, da tensioni politiche e da difficili situazioni umanitarie, nonché sulla necessità di lavorare instancabilmente in favore della pace“. Il segretario invece ha commentato su X il confronto con il Papa: “Ho incontrato il Pontefice per sottolineare il nostro impegno comune nel promuovere la pace e la dignità umana”. Parole confermate anche dal Dipartimento di Stato statunitense che in una nota ha sottolineato “la solidità delle relazioni tra gli USA e la Santa Sede, nonché il loro impegno comune a favore della pace e della dignità umana”. Il papa, in segno di distensione, ha regalato a Rubio una penna in legno d’ulivo, la pianta della pace, che ha ricambiato regalando un fermacarte in cristallo a forma di palla da football (la diplomazia dei simboli dice tutto).

Il post su X di Rubio

Prima Meloni, poi Tajani e Crosetto. Il venerdì di Rubio

La scelta di voler incontrare Meloni, Tajani e Crosetto è strategica, soprattutto perché Trump nell’ultimo periodo ha accusato l’Italia di non essergli stata vicina, a cominciare dal rifiuto di Crosetto di fare atterrare i caccia americani a Sigonella a fine marzo. Sul tavolo politico ci sono diversi argomenti: su tutti, il supporto militare nella guerra contro l’Iran e la minaccia USA di uscire dalla NATO (Trump ha minacciato di ritirare le truppe dalle basi italiane, tedesche e spagnole), la questione mediorientale, con l’Italia che condanna il governo di Teheran ma spinge per una risoluzione del conflitto e i dazi, con la minaccia di nuove tariffe sulle esportazioni europee. Tajani commenta così: “Le relazioni con Rubio sono ottime. Gli Stati Uniti sono un nostro alleato fondamentale, crediamo fortemente nelle relazioni transatlantiche. L’Europa ha bisogno degli USA, ma è vero che anche gli USA hanno bisogno dell’Europa”.

Il prezzo della sicurezza: l’Europa tra riarmo e visione strategica

C’è un numero che definisce il perimetro del nostro tempo, più di ogni discorso solenne: 381 miliardi di euro. È la spesa militare complessiva dei ventisette Stati membri dell’Unione Europea nel 2025. In soli quattro anni, dall’inizio del conflitto in Ucraina, il budget per la difesa è quasi raddoppiato rispetto ai 218 miliardi del 2021. Non si tratta di una fiammata passeggera, ma di un cambiamento strutturale che nessun vertice NATO degli ultimi vent’anni era riuscito a produrre. Il riarmo europeo non è più un’intenzione politica; è un fatto contabile che sta ridisegnando le priorità del Continente.

La sovranità si difende insieme

Nell’intervista esclusiva rilasciata a PPN ADI Agenzia delle Infrastrutture, Marco Minniti, già Ministro dell’Interno, ha delineato con chiarezza il rischio che l’Europa corre se ogni Stato continua a riarmarsi per conto proprio: quello di una dipendenza strutturale, politicamente costosa quanto quella economica. La sicurezza, nella sua lettura, non è un tema di bilancio ma il presupposto dell’autonomia politica. La sovranità, oggi, si difende mettendo in comune risorse, tecnologie e dottrine. È una visione che sposta il baricentro della discussione dalla semplice contabilità alla geopolitica, dove la massa critica industriale diventa la vera moneta di scambio.

Il quadro normativo

Il quadro normativo europeo sembra aver recepito questa urgenza. Con il piano ReArm Europe/Readiness 2030, la Commissione punta a mobilitare 800 miliardi entro il decennio, mentre il programma EDIP (European Defence Industry Programme) introduce incentivi fiscali e finanziari per chi sceglie di progettare e acquistare prodotti fabbricati nel Continente. È una rivoluzione culturale che ha finito per piegare persino il Patto di Stabilità: diciassette nazioni hanno già attivato clausole di deroga per finanziare la propria sicurezza senza incorrere in sanzioni comunitarie. Ma aggiungere miliardi a una struttura frammentata non risolve la frammentazione. L’Europa possiede più carri armati degli Stati Uniti, eppure sconta un deficit tecnologico cronico: ogni Paese continua a proteggere il proprio perimetro industriale, duplicando costi, linee di produzione e sistemi logistici. La sfida vera non è quanto si spende, ma come. EDIP incentiva gli acquisti di prodotti europei, ma le scelte di procurement restano nazionali: chi compra cosa, e a chi, continua a essere deciso caso per caso, senza un meccanismo vincolante di coordinamento. Il risultato è che i soldi aumentano, ma l’interoperabilità tra le forze armate dei Ventisette avanza più lentamente dei budget.

L’industria si muove

In questo scacchiere, la risposta industriale comincia a prendere forma lentamente, e non senza attriti. Negli ultimi due anni si sono moltiplicati i tentativi di costruire masse critiche continentali nei segmenti in cui l’Europa sconta i ritardi più evidenti. Nel comparto dei veicoli militari da combattimento, Leonardo e Rheinmetall hanno costituito una joint venture comune per sviluppare e produrre sistemi terrestri integrati, unendo l’elettronica italiana alla capacità produttiva tedesca. Nel settore spaziale, Leonardo, Airbus e Thales hanno firmato un memorandum per creare un polo unico che gestisca telecomunicazioni, navigazione e osservazione della Terra con una logica europea. Per i missili, MBDA resta l’unico esempio già maturo di consorzio multinazionale: francese, britannico, italiano, tedesco, capace di competere su scala globale. Sono segnali concreti, ma ancora parziali. Ogni alleanza nasce da negoziati lunghi, riflette equilibri nazionali delicati e lascia aperti i nodi della governance e della catena di comando. Il consolidamento c’è, ma procede per accordi bilaterali e trilaterali, non per una regia comune. E la distanza tra l’annuncio e la capacità reale è parte della storia: il polo spaziale tra Leonardo, Airbus e Thales non sarà operativo prima del 2027; l’acquisizione di Iveco Defence ha richiesto mesi di negoziati oltre le previsioni. Nei tempi dell’industria, l’urgenza geopolitica fatica a trovare il passo.

Il caso Italia

Il perimetro della sicurezza si è allargato ben oltre i sistemi d’arma tradizionali, fino a comprendere infrastrutture critiche, reti digitali, catene di approvvigionamento. È proprio in questo segmento che l’Europa sconta il ritardo più difficile da colmare: la difesa digitale richiede condivisione di dati, standard comuni e fiducia reciproca tra apparati nazionali, esattamente le risorse più scarse quando si tratta di sovranità. Per l’Italia, che in questo segmento ha investito meno di altri, il momento è quanto mai delicato. La dotazione per la difesa nel 2026 è stimata intorno all’1,2% del PIL, lontana dal target del 2% fissato dalla NATO e dalle soglie già raggiunte da molti partner europei. I margini di manovra fiscali restano stretti. In questo contesto, la capacità di partecipare ai principali programmi continentali  industrialmente, diplomaticamente, tecnologicamente, è il vero fattore di posizionamento, più del dato di bilancio. La questione aperta è se l’Italia riesca a costruire una visione di sistema coerente nel tempo, o se continui a muoversi in modo episodico, inseguendo le opportunità senza una strategia che le tenga insieme. I numeri del riarmo europeo sono imponenti. Ma i numeri, da soli, non producono autonomia strategica.

Minniti: “Il vecchio ordine si è rotto. L’Europa deve svegliarsi”

Teheran ha separato la questione di Hormuz da quella del nucleare: è la struttura negoziale giusta, o spacchettare la crisi regala all’Iran un vantaggio tattico irrecuperabile?

Siamo di fronte a uno stallo minaccioso. Le negoziazioni non avanzano e si assiste a un reciproco scambio di pressioni. L’erosione del rapporto di fiducia ha radici precise: gli incontri di Ginevra, qualche giorno prima degli attacchi del 28 febbraio, sembravano aver prodotto risultati inattesi, tanto che il ministro degli Esteri dell’Oman volò a Washington per riferirne direttamente a Vance. Era venerdì. Il sabato arrivarono gli attacchi, bruciando la fiducia costruita. Procedere per step può servire a ricostruirla, ma senza perdere di vista due pilastri fondamentali. Il primo è la piena libertà di navigazione nello Stretto: nessuna condizione, nessun pedaggio. Il secondo è il nucleare: l’Iran non può dotarsi di un’arma atomica, ma questo non esclude un equilibrio tra le aspirazioni civili di Teheran e le esigenze internazionali. La soluzione è un controllo internazionale senza deroghe.

La Cina ha inviato una flotta militare. Che ruolo gioca nei negoziati?

Per capire la Cina bisogna richiamare lo slogan del 1989: Hiding your capabilities and biding your time – Nascondi le tue capacità e aspetta il tuo momento. Quella strategia è ancora in atto. Di fronte agli attacchi americani all’Iran, uno dei principali fornitori di petrolio di Pechino, il Partito ha prodotto condanne formali durissime, ma non ha fatto nulla di più. Quando Trump impose dazi al 125%, la risposta cinese fu chirurgica: bloccò le esportazioni di terre rare verso la costa occidentale americana. Il risultato fu immediato: dalla West Coast chiamarono Washington. La Cina controlla circa il 94% delle riserve globali di terre rare, e senza terre rare l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie collassano. Trump lo sa, e mostra verso Xi un atteggiamento di favore che rasenta il clamoroso. Il paradosso è questo: alla Cina è stato consegnato su un vassoio il ruolo di campione del multilateralismo. Un regalo geopolitico enorme. Ma Pechino non ha alcuna intenzione di farsi trascinare nella crisi iraniana. Il motivo è uno solo: Taiwan. È l’unico obiettivo che conta davvero. E la congiuntura internazionale sta creando le condizioni più favorevoli di sempre per prendersi Taiwan, senza pagarne il prezzo.

L’uscita degli Emirati dall’OPEC segna una rottura tra i protagonisti del mondo sunnita. Come cambia la geometria del potere nel Golfo?

È una separazione strategica che covava da tempo. In Yemen l’Arabia Saudita ha colpito i secessionisti del Sud sostenuti dagli Emirati. In Sudan, Emirati e Arabia Saudita appoggiano fazioni opposte. La frattura era già in atto; la crisi di Hormuz l’ha resa visibile a tutti. Due disegni strategici si fronteggiano: l’Arabia Saudita punta a un ruolo di mediazione regionale, con due alleati sempre più centrali: la Turchia – un cambio epocale – e il Pakistan, con cui ha firmato un accordo di difesa che include una clausola simile all’Articolo 5 NATO. Non è un dettaglio: il Pakistan è l’unica potenza nucleare musulmana, e il generale Munir parla direttamente con Trump. Gli Emirati hanno imboccato una strada diversa. Durante i lanci iraniani su Abu Dhabi, è stato Israele a fornire l’Iron Dome, l’efficiente sistema di protezione dagli attacchi missilistici: il riconoscimento concreto degli Accordi di Abramo (che gli Emirati avevano firmato con Israele e che l’Arabia Saudita non ha mai sottoscritto) a cui Trump tiene moltissimo e che, molto probabilmente, sono la vera causa degli attacchi di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023: Hamas sapeva che se l’Arabia Saudita si fosse aggiunta al blocco Emirati-Israele, non ci sarebbe stata più partita.

C’è però un filo rosso che lega tutto: l’esercito pakistano si rifornisce principalmente dalla Cina; il Pakistan ha firmato con Haftar in Cirenaica un accordo militare da quattro miliardi di dollari, la prima volta nella storia che un paese asiatico arriva sulle coste del Mediterraneo con una presenza militare, portando caccia di fabbricazione cinese. Un’operazione impossibile senza il via libera dell’Arabia Saudita. Fermarsi ad alcuni di questi punti senza unirli significa rischiare un errore di valutazione clamoroso.

Parliamo allora della Libia: il Piano Mattei rischia di essere l’ennesima promessa non mantenuta o un approccio neocolonialista?

Il Piano Mattei è un’intuizione giusta, ma deve compiere un salto di scala. L’Italia da sola non basta: deve diventare quanto prima un piano europeo. L’Africa rappresenta oggi un fattore cruciale negli equilibri globali, attraversata da venti di destabilizzazione profondi. E, di nuovo, c’è un filo rosso che lega la vicenda ucraina all’Africa: quando la Russia ha invaso l’Ucraina, è esplosa una crisi del grano che ha rischiato di far collassare le economie del Nord Africa. Quei corridoi li ha negoziati la Turchia, non l’ONU né l’UE. Il messaggio è chiaro: pace in Ucraina, stabilità in Medio Oriente e futuro dell’Africa non sono dossier separati

In Libia si misura questa complessità in modo esemplare: presenza militare diretta russa in Cirenaica, accordo Pakistan-Haftar, Turchia radicata in Tripolitania, con una svolta significativa: Ankara, che nel 2019 era intervenuta militarmente contro Haftar, oggi ha costruito un rapporto solido proprio con la famiglia Haftar. Il Parlamento di Tobruk discute di estendere all’intera Libia l’accordo sulle acque territoriali che Haftar allora definì un tradimento.

Per le migrazioni serve un Patto per le migrazioni legali tra Unione Europea e Unione Africana. Due pilastri: il contrasto ai trafficanti, che assomigliano ai cartelli messicani per struttura e capacità operativa, e che alcuni stati africani non riescono a contrastare da soli, e la gestione delle migrazioni come risorsa strategica, non come emergenza. Il rischio è concreto: ogni vuoto che l’Europa lascia viene riempito da qualcun altro. Il reclutamento da parte della Russia di migliaia di giovani kenioti per combattere in Ucraina ne è la prova più drammatica.

Restiamo in Africa: il Mali è precipitato nel caos, JNIM e ribelli tuareg avanzano, l’Afrikakorps russo arretra. Il Sahel sta diventando l’incubatore del terrorismo mondiale?

Quello che accade in Mali è il risultato di scelte sbagliate che si rincorrono da anni. Tre colpi di stato militari in rapida successione, Mali, Burkina Faso, Niger, hanno colto l’UE impreparata. La risposta europea è stata emblematica: evacuazione del contingente militare dal Niger. La sola presenza occidentale rimasta è quella italiana, e abbiamo fatto bene a tenerla: il Niger è uno dei principali produttori mondiali di uranio, e l’Iran era andato lì a trattarne l’approvvigionamento prima dell’inizio delle ostilità.

Nel vuoto lasciato dall’Occidente sono entrati i russi, prima con il gruppo Wagner, ribattezzato alquanto improvvidamente Afrikakorps, un nome che già nella storia non era finito bene. Ebbene, quelle forze sono state colpite duramente dall’offensiva di JNIM e dei tuareg. Bamako è di fatto circondata. Il capo di JNIM ha dichiarato apertamente: se cade, diventerà la capitale del califfato africano. E a resistere a JNIM, in questo momento, sono i combattenti dello Stato Islamico. I due principali movimenti terroristici globali si fronteggiano sul campo africano, a poche centinaia di chilometri dalle coste europee.

Il rischio è quello che Christopher Clark, nel suo studio sulla Prima Guerra Mondiale, chiamò The Sleepwalkers: uomini che precipitarono in una catastrofe camminando nel sonno. L’Europa ha bisogno di un’operazione di sveglia, condotta con prudenza, perché svegliare di colpo un sonnambulo può avere effetti collaterali, ma non svegliarsi affatto sarebbe molto peggio.

Come può un’Europa che fatica a definire cosa sia “sicurezza” costruire una politica comune di difesa? E come la mettiamo con la NATO?

Il Sud del mondo teme che Trump porti gli USA a uno scivolamento da America First ad America Alone. E questi paesi hanno bisogno di un interlocutore globale credibile che non sia solo la Cina. Quell’interlocutore deve essere l’Europa. L’Europa è il continente del soft power, ma per esercitarlo nel mondo di oggi devi avere alle spalle un’autonoma capacità di difesa. La credibilità diplomatica si regge anche sulla capacità di non dipendere militarmente da altri. È per questo che la difesa comune deve diventare la priorità assoluta, senza perdersi in discussioni sullo zerovirgola. E una difesa europea non è in contraddizione con la NATO, il quadro concettuale esiste già, sono le tre D che Madeleine Albright enunciò alla fine degli anni Novanta: no discrimination, no duplication, no decoupling – nessuna discriminazione, nessuna duplicazione, nessuna separazione. Un’Europa che si difende da sola, ma dentro l’alleanza, non contro di essa. Questo assetto conviene anche agli Stati Uniti: governare il mondo con l’unilateralismo radicale non funziona, e prima o poi Washington lo capirà fino in fondo.

L’Italia, in questo quadro, ha un ruolo non solo importante ma decisivo. Non per ragioni astratte, ma geografiche: è il punto di congiunzione tra l’Occidente e il Sud del mondo. Nell’ultimo anno la presidente Meloni è stata invitata al Consiglio di Cooperazione del Golfo — l’ultimo europeo era Theresa May — e come ospite d’onore al Consiglio dell’Unione Africana ad Addis Abeba, dove l’ultimo europeo era stato Hollande. Non sono dettagli protocollari: sono indicatori di una collocazione geopolitica che l’Italia sta recuperando

Sul piano istituzionale, questo percorso porta verso forme di governo europeo più capaci di decidere. Superare il diritto di veto, costruire una politica estera e di difesa comune: non sono cessioni di sovranità, sono moltiplicatori di potere. Ci sono momenti nella storia in cui il disegno complessivo non è ancora visibile. La forza di chi riesce a intuirlo è incommensurabilmente superiore a quella di chi aspetta che diventi ovvio. Questo è uno di quei momenti

Qual è la singola priorità infrastrutturale che l’Italia dovrebbe mettere in cima all’agenda nei prossimi dodici mesi?

La priorità è una sola: il corridoio IMEC. Il corridoio economico India–Medio Oriente–Europa è un elemento strutturale decisivo, ed è già stato avviato. Va esattamente nella direzione della visione che abbiamo disegnato: connettere l’Occidente con il Sud del mondo, ridurre la dipendenza dai choke points, costruire reti non ricattabili. È un punto di partenza, non un punto di arrivo. Ma realizzarlo significa cominciare a tradurre in infrastruttura concreta quella visione del mondo.

Hormuz, la nuova escalation è dietro l’angolo

La notte in genere porta consiglio, tra il 4 e il 5 maggio ne ha portati pure troppi, sia lato USA, sia lato Iran. Nelle acque mediorientali dello Stretto di Hormuz il silenzio è stato rotto dalle esplosioni e dal brusio dei droni. Nelle ultime ore ci sono stati degli scontri a fuoco tra le forze americane che hanno cercato di neutralizzare sei imbarcazioni veloci dei guardiani della rivoluzione iraniana, che stavano cercando di chiudere il passaggio nel corridoio marittimo. Nello stesso momento, il terminal petrolifero di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti è stato bombardato a causa di un raid attribuito a Teheran.

Il piano di Trump

A scatenare l’offensiva iraniana c’è l’iniziativa voluta dal presidente americano Donald Trump, chiamata “Project Freedom”. Non un’operazione di controllo dello Stretto, ma un ultimatum militare e logistico. L’obiettivo dichiarato di Washington è estrarre le molteplici navi mercantili e petroliere che da settimane sostano inermi tra l’Oman e l’Iran e soggette a continue minacce da parte di Teheran. Secondo quando riferito dallo United States Central Command, il piano prevede 2000 imbarcazioni civili, con circa 20.000 marittimi a bordo. Dalla Corea del Sud approvano la strategia e valutano se partecipare alla missione americana, con il ministro degli Esteri Cho Hyun che ha dichiarato: “Riteniamo che la sicurezza e la libertà di navigazione nelle rotte marittime internazionali rappresentino un interesse comune di tutte le nazioni e debbano essere tutelate nel rispetto del diritto internazionale”.

I dettagli del Project Freedom

Il Project Freedom è stato pensato per funzionare su due binari: l’aspetto umanitario, perché molte di queste navi, definite da Trump come “spettatori neutrali e innocenti”, stanno terminando le provviste di cibo e il carburante per i generatori e l’aspetto di forza geopolitica, perché il Pentagono ha creato un canale di transito sicuro vicino alla costa omanita, monitorato costantemente dai radar e protetto dalla marina statunitense. L’ordine che gli è stato impartito è perentorio: qualsiasi interferenza iraniana è da considerare ostile e da reprimere nell’immediato. Per quanto la Casa Bianca parli di sforzo umanitario per liberare i marinai, l’Iran pensa che sia una violazione della sovranità nazionale e di una provocazione bellica. Queste le parole su X del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi: “Gli eventi a Hormuz chiariscono che non esiste una soluzione militare a una crisi politica. Poiché i colloqui stanno facendo progressi grazie al cortese sforzo del Pakistan, gli Stati Uniti dovrebbero guardarsi dall’essere trascinati di nuovo in un pantano da parte di malintenzionati. Lo stesso – conclude il ministro – dovrebbero fare gli Emirati Arabi Uniti”, che chiosa: “Project Freedom è un progetto morto”.

La dichiarazione di Araghchi su X

Il caso Alliance Fairfax

Dalla Danimarca è arrivato il primo segnale dell’efficacia e dei rischi di questa manovra. Poche ore fa Maersk, multinazionale danese del trasporto marittimo, ha confermato che una delle sue navi cargo che batte la bandiera a stelle e strisce, la Alliance Fairfax, è riuscita ad attraversare lo Stretto di Hormuz ed è riuscita ad attraccare nel porto emiratino di Khalifa, tra Abu Dhabi e Dubai. L’imbarcazione era rimasta bloccata dall’inizio delle ostilità di febbraio scorso. Se da Maersk hanno espresso gratitudine per il coordinamento militare che ha garantito il passaggio in sicurezza, dall’Iran hanno sminuito l’operazione definendola mera propaganda occidentale.

La posizione dell’Alliance Fairfax sul sito Marine Traffic

E non solo, perché da Teheran accusano gli Stati Uniti per un attacco a due navi mercantili al largo delle coste dell’Oman, dove hanno perso la vita cinque civili. Lo ha fatto una fonte militare iraniana, citata dall’agenzia di stampa statale Tasnim. Oltre all’Alliance Fairfax, l’emittente newyorkese Cbs, dopo essere stati avvisati da funzionari della difesa americana, ha rivelato che due navi militari hanno attraversato lo Stretto riuscendo a schivare raid iraniani. Si tratta dei cacciatorpediniere USS Truxtun e la USS Mason.

Perché la missione di Rubio a Roma è un ponte (fragile) tra Casa Bianca, Vaticano e Palazzo Chigi

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio è atteso a Roma giovedì 7 maggio per una visita che ha il sapore del rammendo fatto in emergenza. Non è una missione di routine: Rubio, volto moderato del trumpismo e cattolico praticante, arriva in Italia con l’ingrato compito di “rassicurare” due interlocutori finiti nel mirino dell’imprevedibilità di Donald Trump: il Vaticano e il governo di Giorgia Meloni.

Il “fattore cattolico”: ricucire con Leone XIV

L’obiettivo prioritario, pianificato direttamente da Washington, è l’incontro con Papa Leone XIV fissato per la mattina del 7 maggio. I rapporti tra la Casa Bianca e Oltretevere sono ai minimi storici dopo che Trump ha definito il Pontefice, il primo nato negli Stati Uniti, “debole” e “pessimo in politica estera”, ricevendone in cambio una ferma replica sul dovere cristiano della pace. Per Trump, in calo nei sondaggi e preoccupato di perdere il voto cattolico in vista delle elezioni di midterm, la missione di Rubio è una necessità elettorale. Il Segretario di Stato cercherà di spiegare le ragioni americane sulla crisi in Iran, ma il Vaticano non sembra intenzionato a retrocedere: Parolin e il Papa solleveranno i dossier scottanti di Libano, Gaza e Cuba, isola verso la quale Rubio, figlio di esuli cubani, è particolarmente sensibile.

Il gelo con Meloni e l’ombra di Salvini

Sul fronte politico, la visita serve a sanare lo strappo con Giorgia Meloni. La premier, un tempo alleata prediletta, è stata recentemente tacciata di “voltafaccia” dal Tycoon per non aver sostenuto lo sforzo bellico contro l’Iran e per aver negato l’uso della base di Sigonella. Mentre Meloni cerca sponde in Europa partecipando al summit della Comunità Politica Europea in Armenia, la diplomazia lavora freneticamente per incastrare un bilaterale a Palazzo Chigi con Rubio. A complicare il quadro ci ha pensato lo stesso Trump, che nelle ultime ore ha rilanciato sui social un’intervista di Matteo Salvini (risalente allo scorso febbraio ma pubblicata solo in questi giorni), indicandolo implicitamente come il suo interlocutore privilegiato in Italia. Uno sgarbo politico che Rubio dovrà provare a smussare negli incontri previsti a Villa Madama con i ministri Tajani e Crosetto.

Basi militari e dazi: i dossier sul tavolo

Oltre alla diplomazia dei sorrisi, ci sono temi pesantissimi. Difesa e Basi: Trump ha minacciato il ritiro parziale delle truppe Usa dall’Italia (attualmente circa 13.000 militari in 8 basi). Crosetto cercherà di blindare la presenza americana e di trattare sulla missione in Libano dopo la fine di Unifil. Commercio: L’ombra dei nuovi dazi sulle auto europee preoccupa Roma e Bruxelles. Tajani cercherà di capire se esistano spiragli di trattativa per evitare una guerra commerciale.

In questo clima di incertezza, la visita di Rubio rappresenta l’ultimo tentativo della diplomazia tradizionale di contenere le “bizze” della Casa Bianca. Se basterà una stretta di mano a cancellare settimane di insulti social e minacce economiche, resta tutto da vedere.

Abu Dhabi abbandona il cartello del petrolio e cambia le regole del gioco energetico globale

L’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio nacque il 14 settembre 1960 a Baghdad, da un accordo tra cinque nazioni, Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela, con un obiettivo preciso: sottrarre il controllo dei prezzi del greggio alle cosiddette “Sette Sorelle”, le grandi compagnie petrolifere angloamericane che allora dominavano il mercato globale. Per i primi anni l’organizzazione ebbe poco mordente, ma il salto di qualità arrivò con la guerra del Kippur nel 1973, quando i Paesi arabi dell’OPEC dichiararono l’embargo petrolifero contro gli Stati Uniti e i loro alleati, il prezzo del barile passò da 3 a quasi 12 dollari in pochi mesi, mandando in recessione buona parte del mondo occidentale e trasferendo verso il Golfo Persico una quantità di ricchezza senza precedenti nella storia. Da quel momento l’OPEC non fu più soltanto un club di esportatori: divenne uno strumento geopolitico.

Negli anni successivi l’organizzazione si allargò fino a includere 13 membri, controllò oltre il 40% della produzione mondiale e continuò a influenzare i mercati attraverso tagli e aumenti coordinati della produzione. Non senza tensioni interne: ogni Paese ha interessi diversi, orizzonti temporali diversi, debiti da ripagare e popoli da nutrire. L’OPEC ha sempre combattuto contro la propria natura di cartello in cui ogni socio è tentato di imbrogliare gli altri aumentando la produzione di nascosto. Nel 2016, per rafforzare la presa sul mercato, l’organizzazione si allargò ulteriormente con la nascita dell’OPEC+, che includeva la Russia e altri produttori non membri. Ma la coesione è rimasta fragile: il Qatar se n’era già andato nel 2019, l’Angola a inizio 2024. Ora tocca agli Emirati.

La rottura di Abu Dhabi e il colpo all’Arabia Saudita

L’annuncio è arrivato come un fulmine a ciel sereno, nel bel mezzo di un vertice d’emergenza del Consiglio di Cooperazione del Golfo convocato a Gedda proprio per mostrare unità. Il ministro dell’energia emiratino Suhail al-Mazrouei ha detto che si tratta di una decisione presa guardando al futuro, alla “visione strategica ed economica di lungo termine” del Paese. Non ha consultato nessun altro membro del cartello, nemmeno Riad.

La scelta colpisce soprattutto l’Arabia Saudita, che dell’OPEC è da sempre il motore, il garante e il principale beneficiario. Perdere gli Emirati, il terzo produttore del cartello, è uno schiaffo politico oltre che economico. Le ragioni della frattura tra i due Paesi sono antiche e si sono accumulate negli anni: divisioni sullo Yemen, rivalità commerciale, divergenze sulla velocità con cui aumentare la produzione. Abu Dhabi ha una capacità estrattiva enorme, circa 4,8 milioni di barili al giorno, ma il sistema di quote OPEC la costringeva a pompare circa 3,2 milioni, lasciando sul tavolo una quantità enorme di potenziale produttivo e di guadagni mancati. Una frustrazione cresciuta per anni e ora esplosa in un momento di crisi regionale che offriva la copertura politica giusta.

Chi ci guadagna e chi ci perde

La chiave per capire l’impatto economico dell’uscita emiratina è distinguere tra il breve e il lungo periodo.

Nel brevissimo termine, gli Emirati si trovano in una posizione più favorevole rispetto agli altri produttori del Golfo, ma non senza vulnerabilità. Abu Dhabi dispone infatti dell’ADCOP (Abu Dhabi Crude Oil Pipeline), un oleodotto di 400 chilometri che bypassa completamente Hormuz collegando i campi petroliferi interni al porto di Fujairah sul Golfo dell’Oman, con una capacità di 1,5-1,8 milioni di barili al giorno. Grazie a questa infrastruttura, le esportazioni emiratine di greggio non si sono fermate anzi, i flussi via Fujairah sono aumentati sensibilmente dalla chiusura dello stretto. Tuttavia il vantaggio è solo parziale. I prodotti raffinati del gigantesco complesso petrolchimico di Ruwais dipendono ancora in larga misura da rotte marittime che transitano per Hormuz. E soprattutto, a marzo l’Iran ha colpito con i droni sia il terminale di Fujairah sia la raffineria di Ruwais, costringendo ADNOC a uno stop temporaneo e dimostrando che nessuna infrastruttura alternativa è al sicuro in questo conflitto. Paradossalmente, il vero vincitore nell’immediato è l’Oman: Teheran lascia passare le navi omanite, e le entrate petrolifere di Muscat sono salite di circa il 50% rispetto a prima della guerra.

Nel medio e lungo periodo, però, lo scenario cambia radicalmente. Quando lo stretto riaprirà Abu Dhabi si troverà libera da ogni vincolo di quota. Gli analisti calcolano che potrebbe aumentare la produzione di quasi un milione di barili al giorno rispetto ai livelli attuali. Quello che è un ottimo affare per gli Emirati è però una pessima notizia per chi vuole mantenere i prezzi alti: più greggio sul mercato significa prezzi più bassi. Donald Trump, che ha sempre accusato l’OPEC di tenere i prezzi artificialmente gonfiati, ne è probabilmente soddisfatto, e la mossa emiratina gli fa comodo politicamente in un momento in cui la sua popolarità segna minimi storici.

Per l’OPEC il danno è strutturale. Gli Emirati erano, insieme all’Arabia Saudita, uno dei pochissimi Paesi con vera capacità di riserva: potevano aumentare o diminuire la produzione rapidamente, e questo era il principale strumento del cartello per gestire le emergenze di mercato. Il rischio concreto è che altri produttori seguano l’esempio, accelerando una dissoluzione lenta che si trascina da anni.

I veri perdenti nel breve termine sono i Paesi del Golfo con costi di estrazione più alti e rotte di esportazione più dipendenti da Hormuz. Arabia Saudita, Kuwait e Bahrain hanno visto calare i loro introiti dal petrolio mentre il blocco dello stretto mordeva le esportazioni. Chi invece si trova in una posizione di forza inaspettata è l’Iran: nonostante la guerra, Teheran controlla il rubinetto del traffico nello stretto e può scegliere a chi fare passare le navi.

Le nuove alleanze che ridisegnano il Golfo

L’uscita degli Emirati dall’OPEC non è soltanto una decisione energetica. È la cartina di tornasole di una frantumazione geopolitica in corso nel Golfo Persico e in tutta quella porzione occidentale dell’Asia che si estende dalla Turchia al Pakistan.

Da un lato, Abu Dhabi si muove sempre più apertamente nella direzione di USA e Israele. Gli Accordi di Abramo del 2020 avevano già segnato una svolta storica nei rapporti tra gli Emirati e Israele. Oggi quel riavvicinamento si è trasformato in un asse strategico più solido, che include cooperazione militare, tecnologica e di intelligence. Netanyahu ha delineato pubblicamente un progetto di “esagono di alleanze” (Israele, India, Grecia, Cipro e altri Paesi arabi e africani) pensato per contenere sia la minaccia sciita iraniana sia quella sunnita turco-pakistana. Gli Emirati sono implicitamente parte di questo disegno, anche se non lo dichiarano esplicitamente per non alienarsi ulteriori partner regionali.

India e Abu Dhabi, nel frattempo, hanno intensificato i rapporti economici in modo significativo: a gennaio New Delhi ha siglato un accordo da tre miliardi di dollari per acquistare gas naturale liquefatto emiratino, con estensioni nel campo dell’energia nucleare civile. Per l’India è un’operazione duplice: diversificare le forniture energetiche in un momento di crisi globale e consolidare i rapporti con un partner che condivide la diffidenza verso l’Iran e la Turchia.

Dall’altro lato si consolida un asse alternativo, che ha la sua spina dorsale nel rapporto tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Riad e Islamabad hanno firmato nel settembre 2025 un accordo di difesa reciproca che prevede che un’aggressione a uno dei due Paesi sia considerata un’aggressione a entrambi, una logica di mutua difesa che ricorda l’articolo 5 della NATO. Il Pakistan, mediatore nei negoziati tra Washington e Teheran, si trova in una posizione delicata ma centrale. Ankara, dal canto suo, ha intensificato i legami con Doha e con Riad, alimentando quello che alcuni analisti già definiscono una sorta di “NATO islamica” informale, che integra la deterrenza nucleare pakistana, la potenza finanziaria saudita e la proiezione militare turca.

In questo quadro già complicato si inserisce anche la Russia, che nell’OPEC+ aveva trovato un canale privilegiato per coordinare la politica energetica con i Paesi del Golfo. La reazione di Mosca all’uscita emiratina è stata diplomaticamente morbida: il portavoce presidenziale Dmitry Peskov ha definito la decisione “sovrana” e degna di rispetto, ha auspicato che il formato OPEC+ non venga messo in discussione e ha assicurato che gli Emirati “continueranno a coordinarsi bilateralmente” con la Russia sul piano energetico. Parole studiate, che nascondono una preoccupazione reale. Mosca sa che Abu Dhabi si stava già allontanando dall’OPEC+ anche per frustrazione nei confronti del sostegno russo all’Iran durante il conflitto, e che la mossa emiratina indebolisce ulteriormente la tenuta del cartello allargato, di cui la Russia è pilastro fondamentale sin dal 2016. Mantenere aperto il canale con Abu Dhabi, anche fuori dall’OPEC+, è per Mosca una necessità tanto economica quanto geopolitica, in un momento in cui il suo isolamento internazionale rende ogni relazione bilaterale rimasta in piedi ancora più preziosa.

Materie prime critiche, il grande assedio. In 15 anni le restrizioni alle esportazioni sono quintuplicate

Prendete un minerale. Qualunque minerale critico: cobalto per le batterie delle auto elettriche, grafite per i semiconduttori, terre rare per i magneti dei motori eolici. Poi immaginate che il Paese che lo estrae decida di limitarne l’esportazione: con una tassa, un divieto, un obbligo di licenza. Questo scenario, fino a quindici anni fa quasi eccezionale, è diventato la norma. Secondo il nuovo Rapporto OCSE sulle restrizioni all’export di materie prime critiche, pubblicato ad aprile 2026, dal 2009 al 2024 le misure di questo tipo sono aumentate di cinque volte. Un’escalation che non ha precedenti nella storia del commercio globale di risorse naturali.

Il dato più significativo non è solo la quantità, ma la direzione di marcia: nel 2024 la crescita si è rallentata rispetto ai picchi del biennio 2022-2023, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva fatto impennare i prezzi delle materie prime e ogni governo produttore aveva alzato i propri steccati. Ma il livello rimane storicamente altissimo, e i segnali per il 2025, con Pechino che a dicembre 2024 ha ristretto l’export di gallio, germanio e antimonio verso gli Stati Uniti, seguito da ulteriori annunci nei primi mesi del 2025 su tungsteno, tellurio e sette elementi delle terre rare pesanti, confermano che la tendenza non si è invertita.

Cobalto, grafite, manganese: i materiali più a rischio

Alcuni minerali sono più esposti di altri. Il rapporto OCSE documenta che tra il 2022 e il 2024 circa il 70% delle esportazioni mondiali di cobalto e manganese era già soggetto ad almeno una misura restrittiva. Per la grafite si arriva al 47%, per le terre rare al 45%, per lo stagno al 41%. Non si tratta di quote marginali: significa che quasi la metà del commercio globale di questi materiali avviene in condizioni di accesso vincolato, opaco o potenzialmente revocabile con un decreto ministeriale.

Questi materiali non sono astrazioni: sono dentro le batterie dei veicoli elettrici, nei chip, nelle turbine eoliche, nei sistemi militari. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, la concentrazione geografica della raffinazione è aumentata per quasi tutti i minerali critici tra il 2020 e il 2024, con circa il 90% della crescita dell’offerta proveniente da un unico fornitore per ciascun materiale chiave: l’Indonesia per il nichel, la Cina per cobalto, grafite e terre rare. Una dipendenza strutturale che le restrizioni all’export trasformano in una leva di pressione politica ed economica.

Chi restringe, e perché

Il rapporto OCSE mappa con precisione i paesi che hanno introdotto più misure tra il 2009 e il 2024: India, Cina, Argentina, Vietnam e Burundi guidano la classifica, coprendo insieme oltre la metà di tutte le restrizioni adottate nel periodo. Ma nel 2024 il fenomeno si è allargato geograficamente: Myanmar ha introdotto il maggior numero di nuovi prodotti colpiti (21,7%), seguito da Sierra Leone e Nigeria. Africa e Asia centrale emergono come nuovi protagonisti di una politica commerciale sempre più usata come strumento di sviluppo industriale interno.

La ragione dichiarata, in oltre il 47% dei casi nel 2024, è la generazione di entrate pubbliche ed è la motivazione in più rapida crescita nell’intero arco temporale osservato. Ma dietro ci sono anche obiettivi di politica industriale: trattenere la lavorazione in loco, sviluppare industrie a valle, proteggere mercati domestici. Il messaggio ai paesi importatori è semplice: se volete il minerale lavorato, venite a investire qui.

Lo strumento cambia: più divieti, meno tasse

Cambia anche il tipo di misura adottata. Le tasse all’export e i regimi di licenza restano i più diffusi, ma l’OCSE segnala un aumento significativo delle forme più severe: i divieti di esportazione, teoricamente proibiti dalle regole WTO, sono cresciuti dopo il 2019. Nel 2024 hanno rappresentato circa un quarto di tutte le nuove misure introdotte, con le quote di export che aggiungono un altro 12%. Negli ultimi tre anni la Cina ha adottato una serie di misure di controllo delle esportazioni riguardanti materie prime critiche, tra cui gallio, tungsteno, bismuto e terre rare, ma anche prodotti finiti come batterie o apparecchiature per la lavorazione di elementi delle terre rare.

L’Europa corre ai ripari, ma partendo da lontano

Per l’Unione Europea il quadro è preoccupante ma non immobile. Il Regolamento europeo sulle materie prime critiche (UE 2024/1252) è entrato in vigore il 23 maggio 2024, con l’obiettivo di garantire un approvvigionamento sicuro e sostenibile fissando tra le altre cose che non più del 65% del fabbisogno annuale dell’UE dovrebbe provenire da un singolo paese terzo. Un obiettivo ambizioso, considerando che oggi la dipendenza dalla Cina per molti materiali strategici è ben oltre quella soglia.

Il nodo vero è la raffinazione. Il vantaggio più duraturo della Cina sull’industria occidentale non sta sempre nell’estrazione mineraria, ma nel processamento e nella raffinazione: è lì che il minerale grezzo diventa materiale utilizzabile, dove la qualità viene controllata, e dove le catene di approvvigionamento possono essere strozzate in silenzio. Estrarre in Australia o in Congo non basta: se la lavorazione avviene in Cina, la dipendenza rimane.

Il rapporto OCSE conclude con un monito che suona come un appello alla cooperazione internazionale: le restrizioni imposte dai grandi produttori tendono a innescare reazioni a catena, con altri paesi che adottano misure simili, prezzi che salgono e offerta globale che si contrae. La transizione energetica e la competizione tecnologica dipendono da questi materiali. E il modo in cui il mondo li gestirà nei prossimi anni, con accordi multilaterali o con barriere crescenti, potrebbe definire gli equilibri geopolitici del decennio.

Neom e Dubai, le cattedrali nel deserto penalizzate da Hormuz

La situazione di stallo (non proprio alla messicana) tra Iran e Stati Uniti sta avendo delle ripercussioni su tutto il Golfo. Il collo di bottiglia del Medio Oriente ha messo in difficoltà il mercato globale, tra impennate generali dei prezzi e un contesto per niente florido per gli affari. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha trasformato il corridoio logistico in un’area a rischio, che ha fatto lievitare i prezzi delle polizze assicurative sui cantieri strategici e ha messo a rischio le infrastrutture dell’area. Chi ne risente sono gli Stati limitrofi, soprattutto Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che giorno dopo giorno sperano che questa guerra possa finire quanto prima per riprendere gli affari a pieno regime.

Con le rotte marittime deviate il costo dei materiali da costruzione è aumentato del 30%, rendendo obsoleti i piani finanziari di fondi d’investimento enormi come il Public Investment Fund (PIF). Il colosso saudita si è ritrovato a fronteggiare un deficit di finanziamento strutturale, vista la limitata possibilità di spesa (15 miliardi nell’anno corrente rispetto ai 50 del 2025) e si è dovuto adattare. Da qui le decisioni dei governi di Riyadh e Abu Dhabi di ridimensionare i loro progetti, come l’ampliamento di Neom, città futuristica saudita o gli investimenti immobiliari di Dubai.

Neom, un caso più unico che raro

Nel 2017 la annunciò in pompa magna il principe Mohammed bin Salman, nel 2026 è stata fortemente riorganizzata. La città di fondazione Neom nacque nove anni fa come il manifesto di Saudi Vision 2030, un programma promosso dal regno per ridurre la propria dipendenza dal petrolio e diversificare il settore economico. Un progetto con costi stimati intorno ai 500 miliardi di dollari (decuplicati post Hormuz), esteso su 26.500 km² nella provincia di Tabuk. Un’area enorme: per intenderci, più estesa della Sicilia. Concepita per operare al di fuori dei sistemi giudiziari e fiscali statali e alimentata al 100% da energie rinnovabili, il fulcro di Neom è “The Line”, una città lineare lunga circa 170 km.

Un’immagine del progetto originale di The Line. ©Sito ufficiale Neom

Un’impostazione adatta alle nuove tecnologie, che però si è scontrata con l’instabile clima geopolitico. Nel 2026 l’enorme cantiere è stato ridotto notevolmente, si è passati letteralmente dalla megalopoli alla cattedrale nel deserto. I lavori che verranno completati entro il 2030 sono racchiusi in appena 2,4 chilometri per colpa della già citata crisi di liquidità che ha colpito il fondo PIF post-guerra in Iran. Da bin Salman è arrivato l’ordine di una selezione naturale dei cantieri: solo le infrastrutture funzionali all’economia del regno sopravvivono ai tagli.

The Line e Trojena, cambio di marcia

Con il deficit saudita al 3,3% del PIL e i costi di protezione anti-drone che pesano per il 7% sugli appalti, il Regno ha imposto una gerarchia brutale: tutto il cemento e capitali statali vengono drenati dal deserto del Tabuk verso Riyadh per Expo 2030 e i Mondiali 2034.

L’esempio perfetto che fotografa la difficoltà economica araba è la recessione del contratto da 4,7 miliardi da parte di PIF per un appalto assegnato alla multinazionale italiana Webuild, specializzata in costruzioni. L’azienda avrebbe dovuto costruire tre dighe in una delle roccaforti di Neom, Trojena. Pensata per essere la prima destinazione sciistica all’aperto in Arabia Saudita e votata all’unanimità come sede dei X Giochi asiatici invernali del 2029, non si farà più. Una ritirata ufficiale dal 29 marzo, che coinvolge non solo Webuild, ma anche altri colossi come Eversendai, holding malese specializzata nell’acciaio che ha contribuito alla costruzione anche del Burj Khalifa di Dubai e delle Petronas Twin Towers di Kuala Lumpur.

Il comunicato stampa di Webuild

Tra le grandi aziende che non parteciperanno più alla costruzione di Neom, ci sono anche Samsung e Hyundai. Avevano tra le mani un contratto da 1 miliardo di dollari per i tunnel ferroviari ad alta velocità sotto The Line. Anche per loro è scattata la clausola di recesso e, vista la riduzione dell’opera, il lavoro della cordata sudcoreana è diventato pressoché inutile. Neom quindi ha adottato un aspetto più camaleontico: discostata dall’estetica della città hi-tech, ha abbracciato un approccio più pratico dedicato a data center, risorse idriche e portualità. Un hub più piccolo, concentrato sulla polifunzionalità, che ha saputo sacrificare il sogno avveniristico per garantire la propria sopravvivenza finanziaria.

Dubai, la città degli investimenti milionari rallenta

Oltre a Neom, il prezzo di Hormuz lo sta pagando caro anche Dubai. La città emiratina è estremamente vicina alla linea del fronte e sta attraversando un momento di saturazione del mercato immobiliare. Una grande ondata di consegne di immobili ultimati, circa 120mila unità nel 2026, che si scontra con una scarsa domanda internazionale. Fitch Ratings, agenzia di valutazione leader del settore, conferma una contrazione dei prezzi del 15%. Un campanello d’allarme per il modello di vendita di edifici non ancora costruiti, che sostiene le infrastrutture cittadine. Oppure basti pensare al prezzo dell’acciaio strutturale, aumentato del 40% a causa dei costi di trasporto e costretto a passare via terra dall’Oman.

Immagine generata dall’Intelligenza Artificiale

Questa riduzione dei flussi turistici causata dalle restrizioni dello spazio aereo non sta aiutando le tasche dell’economia della città asiatica preferita dai milionari: la liquidità dei costruttori locali è sotto pressione e sta portando al rallentamento di progetti giganti come il rilancio di Palm Jebel Ali.

Il “fattore Hormuz”

Il blocco in Iran sta agendo da deterrente: l’instabilità dello Stretto proietta un’ombra di incertezza che ha già provocato una contrazione del 12% degli investimenti diretti esteri nel mercato del real estate locale, secondo i dati del UNCTAD World Investment Report. I capitali cercano lidi più sicuri (Batumi, Marbella e Cipro) e mercati meno esposti. Il mito dell’invulnerabilità del Golfo è sotto scacco matto dalla chiusura dello stretto iraniano.