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Fondo monetario, all’Europa basta un piccolo shock per finire in recessione
Kristalina Georgieva, direttore generale FMI
© Imagoeconomica
16 Ottobre 2026

Fondo monetario, all’Europa basta un piccolo shock per finire in recessione

Dopo le stime mondiali di martedì, il FMI pubblica il rapporto sull’Europa. Con una crescita potenziale ferma all’1,1% nell’area euro, anche piccoli shock possono portare alla recessione. La ricetta passa da riforme, mercato unico e conti in ordine.

Tre giorni dopo il World Economic Outlook sull’economia mondiale, il Fondo monetario internazionale ha presentato alle assemblee annuali di Bangkok il Regional Economic Outlook dedicato all’Europa, un rapporto a parte che analizza nel dettaglio le prospettive del continente. Secondo il Fondo, l’economia europea ha retto meglio del previsto allo shock energetico causato dalla guerra in Medio Oriente, ma resta ferma su una crescita modesta destinata a durare anche nel medio periodo. Per l’Unione Europea il FMI stima un PIL in aumento dell’1,4% sia nel 2026 sia nel 2027, mentre i Paesi dell’Europa centrale, orientale e sudorientale dovrebbero crescere del 2,2% quest’anno. Il messaggio più importante del rapporto, però, è un altro. Il potenziale di crescita di lungo periodo è ormai intorno all’1,1% nell’area euro e all’1,3% nell’Unione, un livello così basso che basterebbero shock modesti per spingere l’economia in recessione.

Lo shock energetico e il ritorno dell’inflazione

Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, petrolio e gas sono rincarati in modo netto. Oggi, il greggio è tornato sotto il picco raggiunto subito dopo lo scoppio della guerra, ma gas e prodotti raffinati restano molto cari e l’Europa arriva all’inverno con stoccaggi di gas sotto la norma. Nell’area euro l’inflazione è salita dall’1,9% di febbraio al 3,8% di settembre, mentre quella di fondo si è mantenuta tra il 2,1 e il 2,3%. Il Fondo prevede un’inflazione media del 3,1% nel 2026 e del 2,8% nel 2027, con un ritorno all’obiettivo del 2% solo nel corso del 2028. La Banca Centrale Europea ha già alzato i tassi due volte, di 25 punti base ciascuna, a giugno e a settembre, e per il FMI servirà almeno un altro rialzo entro fine anno. Senza la transizione energetica, però, i danni sarebbero stati peggiori. Nel 2025 quasi metà dell’elettricità prodotta nell’Unione arrivava da fonti rinnovabili, contro un quarto negli Stati Uniti, e questo, insieme all’efficienza energetica, ha ridotto di circa l’8% l’effetto dello shock sulla spesa energetica delle famiglie. “Questo indica che l’Europa può ottenere risultati quando agisce unita e con senso d’urgenza”, scrive il Fondo.

L’Italia nel quadro europeo

Sull’Italia il rapporto conferma le stime già contenute nel World Economic Outlook e allunga lo sguardo al 2028. Dopo lo 0,5% del 2025 e lo 0,8% previsto per quest’anno, la crescita dovrebbe scendere allo 0,6% nel 2027 e risalire appena allo 0,7% nel 2028. L’inflazione è attesa al 2,3% nel 2028, ancora sopra il 2,2% dell’area euro. Per il prossimo anno la previsione del Fondo coincide con quella tendenziale indicata dal governo nel Documento Programmatico di Finanza Pubblica e resta sotto lo 0,8% che l’esecutivo punta a raggiungere con la legge di bilancio. Il confronto con la Spagna è impietoso, con una crescita attesa del 2,5% nel 2026 e dell’1,8% sia nel 2027 sia nel 2028.

Conti pubblici sotto pressione

Il Fondo chiede ai governi di non alimentare l’inflazione con politiche di bilancio espansive. Finora gli aiuti contro il caro energia sono costati in media lo 0,3% del PIL nell’Unione, molto meno di quelli decisi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma per lo più distorcono i prezzi e andrebbero riservati alle famiglie più vulnerabili. È nel medio periodo che il quadro si fa più preoccupante. Difesa, transizione energetica e invecchiamento della popolazione faranno crescere la spesa pubblica di circa 4,5 punti di PIL entro il 2040 nelle economie avanzate e di 5,5 punti in quelle dell’Europa centrale e orientale. Il debito è già più alto che all’inizio degli anni Dieci e i rendimenti dei titoli di Stato stanno salendo. Secondo il FMI circa tre Paesi europei su quattro dovranno mettere in campo riforme e correzioni dei conti per circa 3,5 punti di PIL, e per un Paese su quattro lo sforzo dovrà superare i 5 punti, più di quanto si sia di solito riusciti a fare in passato.

Le riforme per tornare a crescere

Tra il 2015 e il 2024 lo sviluppo e l’uso di capitale immateriale, comprese le prime forme di intelligenza artificiale, hanno aggiunto circa tre quarti di punto alla crescita della produttività del lavoro negli Stati Uniti, più del doppio rispetto all’Unione. Il FMI boccia protezionismo e politiche industriali di ampio raggio, che a suo giudizio servono al massimo a prendere tempo. La strada indicata è completare il mercato unico, integrare i mercati dei capitali con l’unione del risparmio e degli investimenti e creare un regime societario europeo comune. Abbattere le barriere che restano potrebbe aumentare la produttività europea di circa il 20%, attirare fino a 800 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi in dieci anni e far crescere nel tempo il PIL pro capite di circa il 35%. Sull’energia il Fondo ribadisce che “proseguire nella transizione energetica è fondamentale per ridurre i costi dell’energia”, chiede reti elettriche più integrate, ricorda che in Italia, Francia e Germania l’energia pulita costa ormai meno di quella fossile e difende il mercato del carbonio, ETS2 compreso. Un messaggio che arriva mentre a Bruxelles è in corso il Consiglio europeo nel quale l’Italia e alcuni Paesi dell’Europa centrale e orientale hanno chiesto, senza successo, di rinviarne l’avvio.

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