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Governo digitale, l’Italia avanza ma non abbastanza. Cosa dice il rapporto OCSE
Immagine generata dall’intelligenza artificiale
16 Giugno 2026

Governo digitale, l’Italia avanza ma non abbastanza. Cosa dice il rapporto OCSE

Il rapporto Digital Government Outlook 2026 dell’OCSE evidenzia il processo di digitalizzazione degli stati membri dell’UE. L’Italia si classifica sotto la media europea con un punteggio complessivo di 0,67 a fronte dello 0,70.

Il rapido progresso dell’intelligenza artificiale sottopone i governi a una pressione crescente per fornire servizi più rapidi e al passo con i tempi. L’utilizzo delle tecnologie digitali non è più un’opzione: sono essenziali per le prestazioni, per garantire un servizio efficiente e la fiducia dei cittadini nel settore pubblico. La sfida, per i governi, non è solo costruire le fondamenta, ma quella di completare la trasformazione digitale.

Il rapporto Digital Government Outlook 2026dell’OCSE analizza i dati contenuti nel Digital Government Index 2025, l’indice che misura i progressi della trasformazione digitale dei paesi. Ciò che emerge dal rapporto è che i 36 stati membri, e gli 8 candidati, hanno compiuto progressi significativi nella costruzione di un “governo digitale” rispetto al 2023, ma nel complesso ci sono ancora margini di miglioramento. È il caso dell’Italia, che in due anni è salita da un punteggio complessivo di 0,58 a uno di 0,67, salendo di soli 0,09 punti e rimanendo comunque al di sotto della media europea (0,70).

Dove l’Italia si posiziona bene

Il rapporto analizza tutte e sei le dimensioni del processo di digitalizzazione: digital by design, data-driven public sector, government as a platform, open by default, user-driven e proactiveness.

L’Italia si attesta al di sopra della media europea nei settori data-driven public sector (un modello di amministrazione che considera i dati come un patrimonio strategico) e open by default (la trasparenza dei dati). Ha ottenuto rispettivamente un punteggio di 0,77 (contro lo 0,74 europeo) e 0,73 (contro lo 0,59 europeo). Risultati che dimostrano come, sul fronte della trasparenza e dell’utilizzo delle informazioni nei processi decisionali, l’Italia abbia compiuto progressi significativi, portandosi anche al di sopra della media europea. Ne è un esempio concreto il portale dati.gov.it, che oggi rende accessibili oltre 36.000 dataset pubblici a cittadini, imprese e ricercatori.

Margini di miglioramento

Sugli altri quattro indicatori, l’Italia non raggiunge la media europea. In particolare, sull’utilizzo dei dati per la prevenzione ai problemi o per anticipare le esigenze dei cittadini (proactiveness) il punteggio è molto distante dalla media europea: 0,39 contro lo 0,67. Significa che lo Stato interviene a posteriori, al momento in cui il cittadino presenta un problema, invece di attivarsi in anticipo. In Estonia il sistema informa automaticamente i genitori delle prestazioni a cui hanno diritto alla nascita di un figlio, senza che debbano farne richiesta. Anche l’orientamento all’utente (user-driven) è in ritardo, con uno 0,69 a fronte di uno 0,71. L’indicatore government as a platform, un modello di erogazione dei servizi pubblici in cui lo Stato funge da infrastruttura tecnologica centrale, si ferma a 0,68 rispetto alla media europea di 0,71. Nella progettazione digitale (digital by design), ossia l’ideare e sviluppare processi e servizi in ottica digitale fin dal principio, l’Italia se la cava meglio, ma comunque rimane sotto gli standard europei, ottenendo uno 0,74 contro 0,75. Il quadro complessivo indica che il nodo principale da sciogliere è la capacità di anticipare le esigenze degli utenti tramite una progettazione proattiva dei servizi.

©OCSE

OURdata

Un altro aspetto analizzato dal rapporto OCSE è l’indice OURdata (acronimo di Open, Useful and Re-usable data) che valuta l’impegno dei governi nel rendere il patrimonio informativo pubblico aperto, utilizzabile e riutilizzabile. L’Italia va bene sull’accessibilità, con uno 0,68 leggermente superiore alla media europea di 0,67, e sulla disponibilità (0,54 a fronte dello 0,53 europeo): segnali concreti degli sforzi compiuti per garantire un accesso trasparente e di qualità. Il punto più critico rimane invece il riutilizzo (0,32 contro 0,40), che indica ancora spazio per rafforzare e promuovere l’impiego secondario dei dati governativi: i dati ci sono, ma stentano a diventare strumenti attivi nelle mani di imprese o enti locali che potrebbero usarli per creare servizi, analisi o soluzioni.

©OCSE

Le soluzioni concrete

È da evidenziare come negli ultimi anni l’Italia abbia fatto dei passi avanti nella digitalizzazione delle Pubbliche Amministrazioni. Ha istituito il Dipartimento per la Trasformazione Digitale, che guida l’innovazione tecnologica e l’Agenzia per l’Italia Digitale, ente tecnico che traina la trasformazione digitale del paese. Per colmare le carenze, lo Stato ha scelto di agire alla radice, puntando sulla formazione sia per le PA sia per i cittadini. È stata creata la Piattaforma Syllabus, che offre percorsi di e-learning su misura per le amministrazioni, con moduli che spaziano dalla cybersecurity alla gestione dei dati, fino all’uso consapevole dell’intelligenza artificiale. Non sono esenti il personale comunale e delle amministrazioni locali, che possono aggiornarsi tramite l’Accademia dei Comuni Digitali dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani). Per rispondere invece alle carenze digitali nella popolazione più ampia, è nata la Repubblica Digitale.

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