
Il caro carburante spacca i trasporti in due: Lufthansa taglia 20mila voli, il TPL italiano chiede aiuto
Il 22 aprile Lufthansa ha annunciato la cancellazione di oltre 20mila voli a corto raggio programmati tra maggio e ottobre 2026, pari all’uno per cento dei posti-chilometro disponibili, con l’obiettivo di risparmiare 40mila tonnellate di jet fuel. Dal 20 aprile il vettore sopprime circa 120 voli al giorno, intervenendo sulle rotte meno redditizie dagli hub di Monaco e Francoforte, affidate alla divisione regionale CityLine, la cui chiusura, già programmata per il 2027, è stata anticipata. Il gruppo Lufthansa controlla anche Swiss, Austrian Airlines, Eurowings, Air Dolomiti e Ita Airways, di cui ha acquisito il 41 per cento. I tagli riguardano per ora solo CityLine, ma il piano operativo per l’estate, atteso per maggio, potrebbe estendersi alle altre controllate.
Lufthansa non è sola: la scandinava SAS ha già cancellato mille partenze ad aprile, KLM ne annullerà 160 a maggio, Delta Air Lines sta tagliando il 3,5 per cento della sua rete globale. Decine di vettori hanno introdotto supplementi carburante o alzato le tariffe. L’IEA (International Energy Agency) ha avvertito che le scorte europee di jet fuel sono inferiori a sei settimane, una soglia che ha spinto i ministri europei dei Trasporti a riunirsi in videoconferenza per valutare acquisti congiunti di carburante e, in extremis, il ricorso alle riserve strategiche.
Il nodo dei rimborsi ai passeggeri
Sul fronte regolatorio si è aperta una distinzione tecnica rilevante. Il commissario europeo ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas ha chiarito che le cancellazioni per carenza di jet fuel rientrano nelle “circostanze straordinarie”: il passeggero ha diritto al rimborso del biglietto o alla riprotezione, ma non alla compensazione pecuniaria aggiuntiva prevista dal Regolamento 261/2004. Diverso il caso in cui la cancellazione sia motivata dall’eccessivo costo del carburante, che non costituisce circostanza eccezionale: in quel caso scattano le compensazioni da 250 a 600 euro a seconda della distanza del volo. Una distinzione sottile che le compagnie potrebbero sfruttare strumentalmente, e che Tzitzikostas ha già anticipato di voler presidiare con linee guida specifiche previste per maggio.
Sul fronte delle forniture, l’Italia nei primi sedici giorni di aprile ha importato in media 105mila barili al giorno di jet fuel, con India, Arabia Saudita e Spagna come principali fornitori alternativi alla catena mediorientale. Il nostro Paese è tra i sei maggiori consumatori europei di carburante per l’aviazione.
Il trasporto pubblico locale: stessa crisi, strumenti diversi
A terra, il quadro è altrettanto critico ma molto meno visibile. Il settore del trasporto pubblico locale, 110mila addetti, 48mila mezzi, oltre cinque miliardi di passeggeri l’anno, sconta gli stessi aumenti del carburante con una rigidità strutturale che l’aviazione commerciale non ha: i ricavi sono fissati dai contratti di servizio con le stazioni appaltanti, le tariffe non si aggiornano in tempo reale, e il margine di manovra operativa è praticamente nullo.
ASSTRA (Associazione Trasporti) e AGENS (Agenzia Confederale Trasporti e Servizi) stimano in oltre 30 milioni di euro al mese i maggiori costi per il trasporto commerciale con autobus, di cui circa 20 milioni per il solo TPL, 340 milioni su base annua. Nel primo trimestre 2026 il gasolio stradale ha superato stabilmente i 2 euro al litro sulla rete ordinaria, con picchi vicini a 2,60 sulle autostrade. Rispetto a marzo 2025, quando il prezzo medio si attestava a 1,652 euro al litro, l’incremento supera il 25 per cento. Il decreto-legge 33 del 2026 ha introdotto un tax credit per l’autotrasporto merci, escludendo però il trasporto pubblico locale. ASSTRA lo ha definito “una disparità di trattamento non giustificata”, chiedendo un intervento analogo al DL Aiuti-bis del 2022. Il direttore generale di AGENS, Fabrizio Molina, ha alzato il livello dell’allarme: “Le aziende che garantiscono il trasporto pubblico rischiano di dover ridurre drasticamente i propri servizi o fermarli”. Dall’ANAV (Associazione Nazionale Trasporto Viaggiatori) è arrivata la stessa valutazione: “Rischiamo il collasso, servono aiuti subito”.
Il paradosso delle politiche europee
Il piano Accelerate EU della Commissione europea raccomanda esplicitamente di incentivare il trasporto pubblico locale per ridurre il consumo nazionale di petrolio, stimando una riduzione della domanda dall’uno al tre per cento spostando gli spostamenti privati su autobus e treni. Il paradosso è geometrico: lo stesso shock energetico che dovrebbe spingere i cittadini verso il mezzo pubblico sta mettendo in ginocchio le aziende che quel mezzo devono far girare ogni giorno, con risorse insufficienti a coprire i nuovi costi.
Il piano Accelerate EU prevede anche trasporto pubblico meno caro fino alla gratuità per alcune categorie fragili, con un fondo europeo di cofinanziamento delle iniziative nazionali. Ma senza interventi strutturali sul lato dei costi operativi delle aziende, gli incentivi alla domanda rischiano di trovare dall’altra parte un’offerta ridotta, cioè meno corse, meno rotte, meno servizio nelle aree periferiche, esattamente dove la dipendenza dall’auto privata è già più alta.
Cosa manca nella risposta italiana
Il confronto tra i due comparti rivela una lacuna di policy precisa. L’aviazione opera su un mercato con tariffe flessibili e può trasferire i costi sui biglietti, ridurre le rotte meno redditizie, anticipare la rottamazione delle flotte più energivore. Il trasporto pubblico locale non ha nessuno di questi strumenti: è vincolato da contratti pluriennali, soggetto a obblighi di servizio universale, dipendente da finanziamenti pubblici che vengono definiti con anni di anticipo.
Il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen ha avvertito che la crisi “sarà di lunga durata” e che “i prezzi dell’energia saranno più alti per molto tempo”. Se questa previsione è corretta, e i mercati sembrano crederci, con il Brent stabilmente sopra i 100 dollari al barile, il sistema del TPL italiano arriverà all’autunno in condizioni significativamente peggiori di quelle attuali, a meno di un intervento correttivo che il DL 33 non ha previsto. La richiesta delle associazioni di categoria è tecnica e circoscritta: un meccanismo di adeguamento dei contratti di servizio alle variazioni del prezzo del carburante, strutturale e non emergenziale.





