
Abu Dhabi abbandona il cartello del petrolio e cambia le regole del gioco energetico globale
L’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio nacque il 14 settembre 1960 a Baghdad, da un accordo tra cinque nazioni, Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela, con un obiettivo preciso: sottrarre il controllo dei prezzi del greggio alle cosiddette “Sette Sorelle”, le grandi compagnie petrolifere angloamericane che allora dominavano il mercato globale. Per i primi anni l’organizzazione ebbe poco mordente, ma il salto di qualità arrivò con la guerra del Kippur nel 1973, quando i Paesi arabi dell’OPEC dichiararono l’embargo petrolifero contro gli Stati Uniti e i loro alleati, il prezzo del barile passò da 3 a quasi 12 dollari in pochi mesi, mandando in recessione buona parte del mondo occidentale e trasferendo verso il Golfo Persico una quantità di ricchezza senza precedenti nella storia. Da quel momento l’OPEC non fu più soltanto un club di esportatori: divenne uno strumento geopolitico.
Negli anni successivi l’organizzazione si allargò fino a includere 13 membri, controllò oltre il 40% della produzione mondiale e continuò a influenzare i mercati attraverso tagli e aumenti coordinati della produzione. Non senza tensioni interne: ogni Paese ha interessi diversi, orizzonti temporali diversi, debiti da ripagare e popoli da nutrire. L’OPEC ha sempre combattuto contro la propria natura di cartello in cui ogni socio è tentato di imbrogliare gli altri aumentando la produzione di nascosto. Nel 2016, per rafforzare la presa sul mercato, l’organizzazione si allargò ulteriormente con la nascita dell’OPEC+, che includeva la Russia e altri produttori non membri. Ma la coesione è rimasta fragile: il Qatar se n’era già andato nel 2019, l’Angola a inizio 2024. Ora tocca agli Emirati.
La rottura di Abu Dhabi e il colpo all’Arabia Saudita
L’annuncio è arrivato come un fulmine a ciel sereno, nel bel mezzo di un vertice d’emergenza del Consiglio di Cooperazione del Golfo convocato a Gedda proprio per mostrare unità. Il ministro dell’energia emiratino Suhail al-Mazrouei ha detto che si tratta di una decisione presa guardando al futuro, alla “visione strategica ed economica di lungo termine” del Paese. Non ha consultato nessun altro membro del cartello, nemmeno Riad.
La scelta colpisce soprattutto l’Arabia Saudita, che dell’OPEC è da sempre il motore, il garante e il principale beneficiario. Perdere gli Emirati, il terzo produttore del cartello, è uno schiaffo politico oltre che economico. Le ragioni della frattura tra i due Paesi sono antiche e si sono accumulate negli anni: divisioni sullo Yemen, rivalità commerciale, divergenze sulla velocità con cui aumentare la produzione. Abu Dhabi ha una capacità estrattiva enorme, circa 4,8 milioni di barili al giorno, ma il sistema di quote OPEC la costringeva a pompare circa 3,2 milioni, lasciando sul tavolo una quantità enorme di potenziale produttivo e di guadagni mancati. Una frustrazione cresciuta per anni e ora esplosa in un momento di crisi regionale che offriva la copertura politica giusta.
Chi ci guadagna e chi ci perde
La chiave per capire l’impatto economico dell’uscita emiratina è distinguere tra il breve e il lungo periodo.
Nel brevissimo termine, gli Emirati si trovano in una posizione più favorevole rispetto agli altri produttori del Golfo, ma non senza vulnerabilità. Abu Dhabi dispone infatti dell’ADCOP (Abu Dhabi Crude Oil Pipeline), un oleodotto di 400 chilometri che bypassa completamente Hormuz collegando i campi petroliferi interni al porto di Fujairah sul Golfo dell’Oman, con una capacità di 1,5-1,8 milioni di barili al giorno. Grazie a questa infrastruttura, le esportazioni emiratine di greggio non si sono fermate anzi, i flussi via Fujairah sono aumentati sensibilmente dalla chiusura dello stretto. Tuttavia il vantaggio è solo parziale. I prodotti raffinati del gigantesco complesso petrolchimico di Ruwais dipendono ancora in larga misura da rotte marittime che transitano per Hormuz. E soprattutto, a marzo l’Iran ha colpito con i droni sia il terminale di Fujairah sia la raffineria di Ruwais, costringendo ADNOC a uno stop temporaneo e dimostrando che nessuna infrastruttura alternativa è al sicuro in questo conflitto. Paradossalmente, il vero vincitore nell’immediato è l’Oman: Teheran lascia passare le navi omanite, e le entrate petrolifere di Muscat sono salite di circa il 50% rispetto a prima della guerra.
Nel medio e lungo periodo, però, lo scenario cambia radicalmente. Quando lo stretto riaprirà Abu Dhabi si troverà libera da ogni vincolo di quota. Gli analisti calcolano che potrebbe aumentare la produzione di quasi un milione di barili al giorno rispetto ai livelli attuali. Quello che è un ottimo affare per gli Emirati è però una pessima notizia per chi vuole mantenere i prezzi alti: più greggio sul mercato significa prezzi più bassi. Donald Trump, che ha sempre accusato l’OPEC di tenere i prezzi artificialmente gonfiati, ne è probabilmente soddisfatto, e la mossa emiratina gli fa comodo politicamente in un momento in cui la sua popolarità segna minimi storici.
Per l’OPEC il danno è strutturale. Gli Emirati erano, insieme all’Arabia Saudita, uno dei pochissimi Paesi con vera capacità di riserva: potevano aumentare o diminuire la produzione rapidamente, e questo era il principale strumento del cartello per gestire le emergenze di mercato. Il rischio concreto è che altri produttori seguano l’esempio, accelerando una dissoluzione lenta che si trascina da anni.
I veri perdenti nel breve termine sono i Paesi del Golfo con costi di estrazione più alti e rotte di esportazione più dipendenti da Hormuz. Arabia Saudita, Kuwait e Bahrain hanno visto calare i loro introiti dal petrolio mentre il blocco dello stretto mordeva le esportazioni. Chi invece si trova in una posizione di forza inaspettata è l’Iran: nonostante la guerra, Teheran controlla il rubinetto del traffico nello stretto e può scegliere a chi fare passare le navi.
Le nuove alleanze che ridisegnano il Golfo
L’uscita degli Emirati dall’OPEC non è soltanto una decisione energetica. È la cartina di tornasole di una frantumazione geopolitica in corso nel Golfo Persico e in tutta quella porzione occidentale dell’Asia che si estende dalla Turchia al Pakistan.

Da un lato, Abu Dhabi si muove sempre più apertamente nella direzione di USA e Israele. Gli Accordi di Abramo del 2020 avevano già segnato una svolta storica nei rapporti tra gli Emirati e Israele. Oggi quel riavvicinamento si è trasformato in un asse strategico più solido, che include cooperazione militare, tecnologica e di intelligence. Netanyahu ha delineato pubblicamente un progetto di “esagono di alleanze” (Israele, India, Grecia, Cipro e altri Paesi arabi e africani) pensato per contenere sia la minaccia sciita iraniana sia quella sunnita turco-pakistana. Gli Emirati sono implicitamente parte di questo disegno, anche se non lo dichiarano esplicitamente per non alienarsi ulteriori partner regionali.
India e Abu Dhabi, nel frattempo, hanno intensificato i rapporti economici in modo significativo: a gennaio New Delhi ha siglato un accordo da tre miliardi di dollari per acquistare gas naturale liquefatto emiratino, con estensioni nel campo dell’energia nucleare civile. Per l’India è un’operazione duplice: diversificare le forniture energetiche in un momento di crisi globale e consolidare i rapporti con un partner che condivide la diffidenza verso l’Iran e la Turchia.
Dall’altro lato si consolida un asse alternativo, che ha la sua spina dorsale nel rapporto tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Riad e Islamabad hanno firmato nel settembre 2025 un accordo di difesa reciproca che prevede che un’aggressione a uno dei due Paesi sia considerata un’aggressione a entrambi, una logica di mutua difesa che ricorda l’articolo 5 della NATO. Il Pakistan, mediatore nei negoziati tra Washington e Teheran, si trova in una posizione delicata ma centrale. Ankara, dal canto suo, ha intensificato i legami con Doha e con Riad, alimentando quello che alcuni analisti già definiscono una sorta di “NATO islamica” informale, che integra la deterrenza nucleare pakistana, la potenza finanziaria saudita e la proiezione militare turca.
In questo quadro già complicato si inserisce anche la Russia, che nell’OPEC+ aveva trovato un canale privilegiato per coordinare la politica energetica con i Paesi del Golfo. La reazione di Mosca all’uscita emiratina è stata diplomaticamente morbida: il portavoce presidenziale Dmitry Peskov ha definito la decisione “sovrana” e degna di rispetto, ha auspicato che il formato OPEC+ non venga messo in discussione e ha assicurato che gli Emirati “continueranno a coordinarsi bilateralmente” con la Russia sul piano energetico. Parole studiate, che nascondono una preoccupazione reale. Mosca sa che Abu Dhabi si stava già allontanando dall’OPEC+ anche per frustrazione nei confronti del sostegno russo all’Iran durante il conflitto, e che la mossa emiratina indebolisce ulteriormente la tenuta del cartello allargato, di cui la Russia è pilastro fondamentale sin dal 2016. Mantenere aperto il canale con Abu Dhabi, anche fuori dall’OPEC+, è per Mosca una necessità tanto economica quanto geopolitica, in un momento in cui il suo isolamento internazionale rende ogni relazione bilaterale rimasta in piedi ancora più preziosa.








