
Trump frena i raid, ma l’accordo con l’Iran è ancora lontano
La notizia sembrava definitiva: Trump aveva convocato lo staff militare per la notte, i preparativi per i raid erano in corso, Netanyahu aveva riunito per il secondo giorno consecutivo il consiglio di sicurezza ristretto. Poi, nel cuore della notte italiana, il presidente americano ha scritto su Truth: “Ho sospeso l’attacco pianificato contro l’Iran in programma per domani”. La ragione, indicata dallo stesso Trump, è la pressione dei tre paesi del Golfo (Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) che hanno chiesto di fermare i raid perché “i negoziati si stanno facendo seri”.
È la terza volta che un attacco americano viene sospeso all’ultimo momento dall’inizio di questa guerra. Lo schema si ripete: minaccia, preparativi, frenata. Ogni volta la ragione ufficiale è diversa, ma il meccanismo è lo stesso: gli alleati regionali, che dipendono dalla stabilità del Golfo quanto ne beneficiano geopoliticamente, frenano Washington prima che la spirale diventi incontrollabile. Questa volta però qualcosa è cambiato: esiste una proposta concreta sul tavolo, consegnata dall’Iran agli Stati Uniti attraverso la mediazione pachistana.
I 14 punti e il nodo del nucleare
La nuova proposta di Teheran, in 14 punti, si concentra su tre grandi capitoli: la fine delle ostilità, la riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e la revoca delle sanzioni marittime. Le questioni più controverse, cioè il programma nucleare e l’arricchimento dell’uranio, sono state rinviate ai successivi cicli di colloqui.
Sul nucleare, le distanze restano abissali. Secondo Al Arabiya, l’Iran sarebbe pronto ad accettare un lungo periodo di congelamento del suo programma anziché uno smantellamento completo, a condizione che i 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito vengano trasferiti in Russia e non negli Stati Uniti. Washington, che chiede una moratoria di vent’anni, ha già dichiarato la proposta “insufficiente”.
Su altri punti delle 14 controproposte iraniane gli americani sono d’accordo, ma sul nucleare non transigono. La Casa Bianca ha valutato le proposte come non sufficienti a raggiungere un’intesa definitiva. Eppure i negoziati continuano, il che significa che un margine, per quanto stretto, esiste ancora.
C’è anche un capitolo economico. L’Iran chiede la cancellazione delle sanzioni e la restituzione dei beni congelati all’estero, miliardi di dollari bloccati da decenni. Gli americani, secondo fonti citate da Reuters, sarebbero disposti a sbloccare solo il 25% di quei fondi. Una forbice enorme tra domanda e offerta che rende ogni ottimismo prematuro.
Un regime che tiene, a che prezzo
Ottanta giorni dopo l’inizio della guerra, il primo dato politico è che l’Iran non è crollato. Non è imploso dopo la decapitazione di parte della leadership militare, non si è spezzato dopo l’uccisione della Guida Suprema. Ha mantenuto, almeno finora, la capacità di colpire, minacciare, ricostruire, assorbire. Sul piano militare, la resilienza ha sorpreso. Secondo valutazioni di intelligence statunitensi, l’Iran avrebbe recuperato l’accesso a circa il 90% delle strutture sotterranee di stoccaggio e lancio missilistico e conserverebbe circa il 70% dei lanciatori mobili e una quota analoga dell’arsenale prebellico. Numeri che contraddicono la narrazione di una potenza militare neutralizzata.
La situazione, però, è diversa sul piano economico. Le prime stime del Programma delle Nazioni Unite indicano una riduzione del PIL iraniano del 9-10% rispetto alle previsioni di gennaio. L’inflazione a marzo ha raggiunto il 72%, quella alimentare il 134%. Riso, olio, carne e pollo sono triplicati. L’ONU stima che 3,5-4 milioni di iraniani siano finiti sotto la soglia della povertà. Il blocco navale americano sta costando all’Iran circa 430 milioni di dollari al giorno in mancate esportazioni di idrocarburi. Le industrie petrolchimiche, che valevano quasi 18 miliardi di dollari di export annuo, sono quasi completamente ferme. La base industriale della difesa è stata colpita in profondità: materie prime, componentistica, carburanti, assemblaggio. Ricostruirla richiederà tempo, risorse ed accesso a canali esterni, in un’economia strozzata da sanzioni e blocco. Ma sul piano tattico-operativo Teheran può ancora prepararsi a un nuovo round.
Hormuz come leva permanente
Prima della guerra, la deterrenza iraniana si reggeva principalmente su missili, droni e rete di alleati regionali. Oggi è lo Stretto di Hormuz il principale strumento. L’Iran non deve necessariamente chiuderlo per renderlo efficace: può selezionarlo, rallentarlo, minacciarlo, imporre costi. È questa ambiguità, non il blocco totale, ma la possibilità permanente del blocco, a trasformarlo in una deterrenza quasi equivalente al nucleare.
Teheran ha formalizzato questa strategia istituendo l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico, un organismo incaricato di gestire i transiti e riscuotere tariffe di passaggio. Le navi che vogliono transitare devono presentare dati di proprietà, assicurazione, elenco dell’equipaggio e rotta prevista, e ottenere il permesso dell’autorità previo pagamento. Alcune navi avrebbero già pagato fino a 2 milioni di dollari per singolo transito.
Trump al bivio, con i sondaggi in caduta
Il problema di Washington non è solo militare. Secondo un sondaggio del New York Times pubblicato ieri, la popolarità di Trump è scesa al 37%, livelli simili a quelli di Jimmy Carter durante la crisi degli ostaggi iraniana del 1979. Il 64% degli americani considera l’intervento in Iran una scelta sbagliata, e il 52% si dice contrario a riprendere i bombardamenti anche nel caso in cui non si riuscisse a raggiungere un accordo.
Trump si trova davanti a un bivio: può scegliere tra la prosecuzione dello stallo, che forse lo aiuterebbe in vista delle elezioni di midterm ma non gli consentirebbe di raggiungere i suoi obiettivi dichiarati, oppure scommettere sull’azzardo di riprendere la guerra con un’intensità ancora maggiore, che potrebbe dargli la vittoria tattica del regime ma anche costargli l’eredità storica, per non parlare del risentimento degli elettori americani colpiti dalle conseguenze economiche delle sue decisioni. Il prezzo della benzina negli Stati Uniti è salito del 56% dall’inizio dei bombardamenti, passando in media da 2,89 a 4,51 dollari al gallone. Un dato che pesa sui bilanci delle famiglie americane e che si traduce direttamente in voti persi.
Lo stallo, per ora, regge. Ma ogni giorno che passa consuma risorse, militari in Iran, politiche negli Stati Uniti, più difficili da rigenerare.







