
Israele ha votato in massa ma non ha scelto chi governerà
Le elezioni del 27 ottobre per la ventiseiesima Knesset, con un’affluenza del 77,7%, la più alta da oltre vent’anni, hanno consegnato a Israele un Parlamento senza maggioranza. Con lo scrutinio delle urne ordinarie concluso, secondo i dati della Commissione elettorale centrale il blocco del primo ministro Benjamin Netanyahu conta 53 seggi, l’opposizione guidata dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot 48 e i due partiti arabi 19, il risultato più alto della loro storia, per governare servono almeno 61 seggi su 120. Il quadro non è ancora definitivo, perché mancano ancora nel conteggio le cosiddette doppie buste: tra 430mila e 480mila schede di soldati, poliziotti, diplomatici, ricoverati e detenuti che hanno votato fuori dal proprio seggio. Secondo gli esperti dell’Israel Democracy Institute potrebbero spostare uno o due seggi tra i singoli partiti ma difficilmente l’equilibrio tra i blocchi, e i risultati ufficiali saranno proclamati il 4 novembre.
Un Parlamento diviso in tre
Il Likud resta il primo partito con 26 seggi, ma ne aveva conquistati 32 nel 2022; accanto a lui ci sono gli ultraortodossi di Shas e di Giudaismo unito della Torah, con 7 seggi ciascuno, il Potere ebraico di Itamar Ben Gvir con 7 e il Sionismo religioso di Bezalel Smotrich con 6. Sul fronte opposto la vera novità è Yashar, la lista con cui Eisenkot ha debuttato da leader, che arriva a 21 seggi e diventa la seconda forza del Paese. Seguono Beyachad, l’alleanza tra Naftali Bennett e Yair Lapid guidata da Bennett, con 12, i Democratici di Yair Golan con 8 e Yisrael Beitenu di Avigdor Liberman con 7. Restano fuori, sotto la soglia del 3,25%, i Riservisti dell’ex ministro Yoaz Hendel e la lista dell’ex generale Ofer Winter, due formazioni nate attorno al mondo dei riservisti e dell’esercito che non sono riuscite a ritagliarsi uno spazio tra i due blocchi.
La scommessa di Netanyahu
Netanyahu non ha rivendicato la vittoria ma ha ricordato che “il Likud è il partito più grande di Israele” e ha chiesto un “forte governo nazionale di destra”, escludendo qualsiasi esecutivo che si regga sui partiti arabi, che ha definito pericoloso. Nel suo discorso ha legato il futuro del Paese all’Iran, parlando di un’occasione storica da cogliere insieme a Donald Trump, che a sua volta ha rivendicato che il suo appoggio al premier “ha fatto una grande differenza”. Il Likud si è spinto oltre, accusando i partiti arabi di aver “rubato” le elezioni e consegnando alla polizia e allo Shin Bet testimonianze su presunti brogli nei seggi arabi. La Commissione elettorale ha avviato le verifiche di routine, ma il suo direttore ha spiegato che le irregolarità segnalate sono state molto meno numerose che in passato. Eisenkot ha risposto che il Paese ha votato in un referendum sulla leadership e che “il popolo ha deciso a favore del cambiamento”, invitando Netanyahu a farsi da parte.
Il peso del voto arabo
La sorpresa di queste elezioni è il risultato della Lista Unita e di Ra’am, che insieme hanno raccolto circa il 15% per cento dei voti grazie a una mobilitazione senza precedenti nelle città arabe. Sulla carta l’insieme dei partiti contrari a Netanyahu arriva così a 67 seggi, sei oltre la maggioranza, ma è una somma che per ora resta aritmetica. Il presidente della Lista Unita Yousef Jabareen ha detto che “chiunque voglia offrire un’alternativa sostanziale e autentica al governo di Netanyahu dovrà parlare con noi” e il suo partito si è detto disposto a un sostegno esterno, senza entrare nella coalizione. Golan spinge perché l’opposizione tratti con loro e venerdì dovrebbe incontrare gli altri leader del fronte anti Netanyahu, ma Bennett e Liberman avevano escluso già in campagna elettorale qualsiasi accordo con i partiti arabi, e su questo punto l’opposizione rischia di dividersi prima ancora di cominciare a trattare.
Le strade possibili
Toccherà ora al presidente Isaac Herzog, una volta ricevuti i risultati ufficiali, consultare i partiti e affidare a uno dei leader l’incarico di formare il governo. Herzog ha detto che bisogna fare di tutto per evitare un nuovo voto e ha aggiunto “Mi aspetto che chiunque venga qui lo faccia con una mente aperta”, e potrebbe incontrare Netanyahu ed Eisenkot ancora prima delle consultazioni formali per sondare l’ipotesi di un governo di unità nazionale. Eisenkot ha però già escluso di servire sotto Netanyahu, anche con una rotazione, e le alternative non sono semplici. C’è il governo di minoranza sostenuto dall’esterno dai partiti arabi, che dividerebbe l’opposizione, c’è un ribaltamento grazie alle doppie buste, che gli analisti considerano improbabile, e c’è il ritorno alle urne, uno spettro che Israele conosce bene dopo le cinque elezioni tra il 2019 e il 2022. Nel frattempo Netanyahu resta in carica alla guida di un governo provvisorio che per legge può prendere anche decisioni militari, mentre sullo sfondo si moltiplicano le indiscrezioni su una possibile offensiva americana contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre.






