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Pechino al centro del Golfo: la strategia di Xi tra Iran e Washington
Sheikh Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan e Xi Jinping
© Imagoeconomica
15 Aprile 2026

Pechino al centro del Golfo: la strategia di Xi tra Iran e Washington

La crisi di Hormuz rivela come la Cina stia usando il conflitto per rafforzare il proprio peso diplomatico globale senza rompere con gli Stati Uniti

Più della metà dell’energia cinese transita dallo Stretto di Hormuz, che in condizioni normali veicola un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas. Nei primi due mesi del 2026 la Cina ha importato circa 12 milioni di barili di greggio al giorno ed è esposta in modo rilevante sia ai flussi del Golfo sia al petrolio iraniano, di cui è il principale acquirente. Il blocco di Hormuz, prima iraniano e poi anche americano dal 14 aprile, colpisce dunque interessi vitali di Pechino. Ma la crisi genera anche opportunità che la diplomazia cinese non intende lasciarsi sfuggire.

La reazione cinese al blocco navale americano è rimasta misurata rispetto alle posizioni assunte in passato di fronte ad azioni americane giudicate scorrette. Pechino si è presentata come potenza stabile e rispettosa delle norme internazionali, in implicito contrasto con Washington. Il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha definito il blocco americano dei porti iraniani “pericoloso e irresponsabile”, mentre Xi Jinping ha messo in guardia contro un “ritorno alla legge della giungla”. Si tratta tuttavia di un’equidistanza studiata: la diplomazia cinese è costretta a restare equidistante perché Pechino è partner privilegiato anche di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, non solo dell’Iran.

La settimana diplomatica di Pechino

Il 14 aprile Xi Jinping ha incontrato il principe ereditario di Abu Dhabi Sheikh Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan, presentando quattro proposte per la pace e la stabilità regionale, legate alla sua visione di riforma della sicurezza internazionale. Le proposte prevedono il sostegno alla coesistenza pacifica degli Stati del Golfo, alla sovranità nazionale, allo stato di diritto internazionale e al coordinamento tra sviluppo e sicurezza. Nello stesso giorno sono arrivati a Pechino il premier spagnolo Pedro Sánchez e il ministro degli Esteri russo Lavrov. Il premier spagnolo ha dichiarato di non riuscire a trovare “altri interlocutori, oltre alla Cina, in grado di risolvere questa situazione”.

Il 31 marzo Cina e Pakistan avevano annunciato congiuntamente un piano in cinque punti che includeva la richiesta di cessate il fuoco e la ripresa della normale navigazione a Hormuz. Secondo Associated Press, la Cina ha svolto un ruolo chiave nel convincere l’Iran ad accettare la proposta di tregua di due settimane avanzata dal Pakistan il 7 aprile. Washington ha definito l’atteggiamento americano verso la mediazione sino-pakistana come “agnostico”, cioè né di approvazione né di rifiuto. La Casa Bianca ha tuttavia confermato che tra i due Paesi si sono tenuti colloqui ad alto livello mentre si definivano i termini della tregua.

La posta finanziaria: yuan contro dollaro

La crisi ha una dimensione valutaria che i media occidentali tendono a sottovalutare. Il regime di Teheran ha strutturato i pedaggi di Hormuz in modo da sfidare la supremazia del dollaro: i pagamenti vengono accettati in yuan digitale o in Bitcoin, non in stablecoin agganciati alle riserve in dollari. I volumi di transazioni commerciali transfrontaliere sulla piattaforma di pagamento cinese Cips (alternativa al sistema Swift) sono raddoppiati in poche settimane, passando da 619,7 miliardi di yuan al giorno in febbraio a 1.220 miliardi a metà aprile.

Gli scenari possibili

Tre traiettorie si profilano nelle settimane a venire. La prima è quella di un accordo diplomatico prima del summit Xi-Trump previsto a metà maggio a Pechino: entrambe le potenze hanno interesse ad arrivare all’incontro in condizioni di relativa stabilità, ma il blocco americano aggiunge incertezza e rischia di trasformare il vertice da occasione di stabilizzazione a nuovo terreno di scontro. La seconda è un’escalation militare nel Golfo, con la possibilità concreta che navi cinesi vengano intercettate dalla marina americana. Se gli Stati Uniti decidessero di bloccare una petroliera cinese, le conseguenze diplomatiche potrebbero essere gravi. La terza è uno stallo prolungato, favorevole a Mosca per via dei prezzi energetici elevati, mentre la Cina cerca di compensare con rotte alternative via terra e acquisti strategici di riserve.

La guerra in Iran è anche un osservatorio: la Cina sta seguendo con attenzione le capacità americane, l’integrazione dell’intelligenza artificiale nelle decisioni militari e i tempi di riassestamento degli arsenali. Sul piano interno, la situazione economica cinese appare meno solida rispetto al decennio scorso, quando la crescita era alta e la bolla immobiliare in espansione: questa fragilità frena le ambizioni di Pechino e spiega la scelta di non interrompere l’avversario mentre commette errori. La crisi non è ancora un ordine cinese, ma è sempre meno un ordine americano.

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