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Perché i negoziati tra Washington e Teheran arrancano
Steve Witkoff, inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente
© Imagoeconomica
11 Maggio 2026

Perché i negoziati tra Washington e Teheran arrancano

Settantadue giorni dopo l’inizio della guerra, Usa e Iran si trovano a un passo da un accordo che nessuno sa ancora come chiamare. Hormuz è il nodo, il nucleare è il muro. E il tempo gioca ruoli opposti per le due parti.

Quando Trump ha scritto su Truth Social che la risposta iraniana al memorandum americano era “totalmente inaccettabile”, a molti è sembrato di essere immersi in un loop senza fine. Eppure, poche ore dopo l’affondo presidenziale, i canali diplomatici sono rimasti aperti: il premier del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani era a Miami per incontrare Rubio e l’inviato Witkoff; il Pakistan continuava a fare la spola. E lo stesso Rubio aveva detto, la settimana precedente, che non era necessario avere tutto scritto in un giorno. La guerra continua sul binario parallelo che da settimane contrappone il tavolo negoziale e le schermaglie nello Stretto. Il quadro che emerge è quello di due parti che hanno entrambe buone ragioni per chiudere e altrettante per resistere. Capire chi ha più fretta, e perché, è la chiave per leggere i prossimi giorni.

I punti di forza e debolezza di Teheran

L’Iran entra in questa fase negoziale con una leva potente e una fragilità strutturale difficile da nascondere. La leva è lo Stretto di Hormuz, un corridoio di 55 chilometri attraverso il quale passano (anzi passavano) ogni giorno oltre un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali. Dall’inizio della guerra Teheran lo controlla militarmente in modo sufficientemente credibile da rendere qualsiasi escalation una catastrofe economica globale. La Marina iraniana ha dispiegato sottomarini capaci di stazionare sul fondale e colpire navi ostili. Il messaggio è chiaro: l’Iran può alzare il prezzo della riapertura quando e quanto vuole.
A questo si aggiunge una postura negoziale che ha sorpreso gli analisti: gli iraniani hanno presentato sul tavolo sostanzialmente le stesse richieste che avevano prima che iniziassero i bombardamenti del 28 febbraio, resistendo alle pressioni per un accordo affrettato. La nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei, mai apparsa in pubblico, ferita, operante attraverso corrieri e messaggi filtrati, rappresenta paradossalmente un vantaggio: attribuirle posizioni consente ai negoziatori di proteggersi dalle critiche interne dei falchi.

Ma la fragilità è altrettanto reale. Prima della guerra, l’economia iraniana era già compressa da anni di sanzioni, con un’inflazione che aveva superato il 40% nel 2025. Il blocco navale imposto dagli Usa il 13 aprile sui porti iraniani ha tagliato la principale fonte di valuta estera di un paese che dipende quasi esclusivamente dalle esportazioni petrolifere. Trump sostiene che l’Iran perda milioni di dollari al giorno. E il blocco di internet, imposto dai Pasdaran già prima delle operazioni militari, ha piegato il settore tecnologico: le aziende licenziano, riducono gli orari, non rinnovano i contratti. A tutto questo si aggiunge la frammentazione interna: i Pasdaran, ora istituzione dominante secondo la descrizione di chi conosce Teheran, sembrano convinti di poter resistere ancora; i politici temono che la crisi economica si trasformi in rivolta; e la struttura di comando, con una Guida Suprema mai pienamente visibile, rende difficile presentare proposte congiunte ai negoziatori americani.

I punti di forza e debolezza di Washington

Sul fronte americano, gli Stati Uniti hanno conseguito una vittoria militare significativa: la decapitazione del vertice iraniano nella prima notte, con l’uccisione di Ali Khamenei, del ministro della Difesa e del comandante dei Guardiani della Rivoluzione, ha disorientato il regime per settimane. I bombardamenti sulle infrastrutture nucleari (Natanz, Isfahan, Fordow) hanno ridotto la capacità di arricchimento, anche se la stima esatta di quanto sia rimasto nelle mani degli ayatollah è ancora oggetto di dibattito tra gli analisti americani: il Pentagono ritiene che l’Iran conservi circa 440 chili di uranio arricchito al 60%, a un passo dal livello utile per una bomba.
Ma Washington ha i suoi punti deboli. Trump è a un anno dalle elezioni di midterm con consensi in calo, e il costo della guerra (oltre 200 miliardi di dollari secondo le prime stime, con scorte di missili che si esauriscono) pesa sulla sua capacità di sostenere una campagna prolungata. Il viaggio in Cina, previsto per il 14 e 15 maggio per incontrare Xi Jinping, crea una pressione temporale: chiudere prima di Pechino, o almeno mostrarsi in una posizione di forza. Anche Netanyahu è una variabile: il premier israeliano ha dichiarato che la guerra non è finita finché esistono siti di arricchimento in Iran, e la sua presenza costante sulle spalle di Trump è la costante di un negoziato che non riesce a essere solo bilaterale.

Il nodo nucleare e gli scenari possibili

Il punto che non si riesce a risolvere è il nucleare. Teheran ha dichiarato con ogni mezzo disponibile che l’arricchimento dell’uranio non è negoziabile nella fase attuale: prima si discute la fine della guerra, poi il resto. Washington sostiene che il nucleare debba essere sul tavolo fin dall’inizio. In pratica, qualsiasi accordo che Trump potrà ottenere sarà sostanzialmente lo stesso di quello raggiunto da Obama nel 2015, ma senza la struttura multilaterale che ne garantiva la tenuta. E per Trump sarà comunque un fallimento.

Tre scenari sembrano plausibili. Il primo è un’intesa a breve termine con un cessate il fuoco, la riapertura graduale di Hormuz e trenta giorni di negoziato sul nucleare: un accordo che lascerebbe aperte le questioni fondamentali ma darebbe respiro a entrambe le economie. Il secondo è una fase di stallo prolungata, in cui la guerra rimane congelata senza una vera risoluzione: Hormuz parzialmente bloccato, schermaglie ricorrenti, negoziati che avanzano e arretrano in sincrono con le esigenze politiche interne di Washington e Teheran. Il terzo, il meno probabile ma non impossibile, è una nuova escalation militare, che nessuna delle due parti dichiara di volere ma che entrambe continuano a evocare come deterrente.

La diplomazia parallela, intanto, non si ferma. Qatar, Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto lavorano su binari distinti ma convergenti, con una strategia dei piccoli passi: prima fermare le bombe, poi discutere il resto. La Cina osserva, pronta a raccogliere i dividendi di una crisi che conferma quanto il Golfo resti indispensabile e quanto l’America ne abbia bisogno per uscirne.

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