
Quando l’infrastruttura diventa moneta
Nel 2019 il mercato delle stablecoin valeva circa un miliardo di dollari. Oggi supera i 320 miliardi. Non è una crescita finanziaria come le altre: è il segnale che una parte crescente dei pagamenti globali sta migrando verso nuove infrastrutture, con altri emittenti, altre regole e nuove valute di riferimento. Strumenti digitali ancorati al valore di una valuta tradizionale, le stablecoin permettono di trasferire valore in pochi secondi, a costi inferiori, senza orari e senza confini. La tecnologia ha risolto un problema reale. Il punto è che quasi tutto questo mercato è denominato in dollari. Nessun trattato lo ha deciso. Nessuna istituzione internazionale lo ha imposto. È accaduto perché il dollaro dominava già la finanza globale e, nell’economia digitale, ha semplicemente esteso la propria centralità.
Il ruolo di Tether e la dipendenza dalle reti americane
Il caso più evidente è Tether, il principale emittente mondiale di stablecoin in dollari. Oggi ha oltre 186 miliardi di dollari in circolazione e circa 141 miliardi di esposizione in Treasury americani, una dimensione tale da collocarlo tra i maggiori detentori privati di debito pubblico statunitense. Il meccanismo è semplice e potente: Tether acquista titoli di Stato americani per mantenere stabile il proprio dollaro digitale, mentre questa domanda contribuisce a sostenere il mercato del debito USA. Un circuito che rafforza il ruolo internazionale del dollaro attraverso infrastrutture private globali. A questo si aggiunge il peso dei circuiti di pagamento tradizionali. Visa e Mastercard continuano a dominare una larga parte dei pagamenti digitali europei. In molti paesi europei non esiste ancora un’infrastruttura domestica alternativa realmente scalabile. Gran parte dei pagamenti digitali europei continua quindi a passare attraverso reti americane.
I limiti della tecnologia e la risposta normativa europea
Fabio Panetta, Governatore della Banca d’Italia, ha messo in guardia con chiarezza il 5 maggio scorso a Londra: la tecnologia può rendere più efficiente l’uso della moneta, ma non può sostituire la credibilità di una banca centrale indipendente e dell’autorità pubblica su cui si fonda la fiducia nel denaro. Un avvertimento che vale tanto per le stablecoin private quanto per chi, in Europa, deve decidere con quale velocità rispondere. L’Europa ha iniziato a muoversi. Con il regolamento MiCA, pienamente entrato in vigore nel dicembre 2024, l’Unione Europea è stata la prima grande area economica a definire un quadro normativo organico per le cripto attività e per le stablecoin: riserve a copertura integrale, obblighi di trasparenza, supervisione regolamentare per tutti gli emittenti operativi nei 27 paesi membri.
Le iniziative europee: Qivalis ed euro digitale
È in questo contesto che va letta la nascita di Qivalis, un consorzio di grandi banche europee, tra cui ING, UniCredit, BNP Paribas, BBVA e CaixaBank, che punta a sviluppare una stablecoin in euro pienamente regolamentata nel quadro MiCA, con lancio previsto nel 2026. Progettata per operare su blockchain pubbliche e permissioned, mira ad abilitare pagamenti istantanei, regolamento di asset tokenizzati e interoperabilità con i nuovi protocolli di finanza digitale, compreso l’euro digitale della BCE. Il fatto che istituti concorrenti collaborino su un’infrastruttura comune è raro nel panorama bancario europeo, e rende evidente la posta in gioco: nessuno, da solo, ha la scala necessaria per competere a livello globale. L’euro digitale rappresenta l’altro versante della risposta europea. Le due iniziative rispondono a funzioni diverse ma complementari: Qivalis è un’infrastruttura privata regolamentata, pensata per l’efficienza nel mercato globale, l’euro digitale è moneta pubblica garantita dalla banca centrale, pensata per la sovranità e la fiducia sistemica.
Rischi sistemici e la sovranità sulle infrastrutture strategiche
Non tutti considerano le stablecoin private una soluzione priva di rischi. Molti economisti e regolatori sottolineano che la loro stabilità resta legata alla fiducia nelle riserve sottostanti. Oggi quasi il 90% del mercato è concentrato in due operatori privati, entrambi esterni all’area euro. Una crescita troppo rapida e senza adeguati controlli potrebbe indebolire la trasmissione della politica monetaria e aumentare i rischi sistemici. La questione non riguarda più soltanto i pagamenti digitali o il settore crypto. Riguarda chi costruisce le infrastrutture su cui circola il denaro, chi definisce le regole e chi controlla i dati delle transazioni. L’euro digitale, le stablecoin europee e le nuove reti di pagamento non sono semplici innovazioni finanziarie. Sono infrastrutture strategiche, nella stessa categoria dei satelliti, dei cavi sottomarini e delle reti di telecomunicazione. La domanda, ora, è se l’Europa riuscirà a muoversi alla velocità richiesta da questa trasformazione.
Il mercato non aspetta.






