
Chi controlla le infrastrutture digitali controlla l’informazione
La domanda che attraversa il dibattito sull’informazione nell’era digitale non è soltanto “chi produce notizie false?”. È una domanda più scomoda e più sfaccettata: chi possiede le infrastrutture attraverso cui oggi le notizie raggiungono le persone? Con quali algoritmi le seleziona? Con quali incentivi economici le amplifica e con quale grado di responsabilità lo fa? È attorno a questi nodi che si è sviluppata la conferenza “Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: responsabilità dell’informazione” promossa dall’Osservatorio TuttiMedia e da Media Duemila in collaborazione con l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia. Una giornata densa, con oltre trenta relatori tra istituzioni europee e nazionali, editori, autorità di regolazione, piattaforme digitali e accademici, che ha prodotto un quadro articolato e per certi versi allarmante.
L’infrastruttura è il messaggio
Il punto di partenza più utile per capire di cosa si stia parlando lo ha offerto Diego Ciulli, responsabile delle relazioni istituzionali di Google per Italia, Grecia e Cipro. Ha scelto di non difendere le piattaforme in astratto ma di raccontare concretamente cosa succede dentro le infrastrutture digitali quando vengono usate come strumento di guerra ibrida. “Ogni giorno il nostro team specializzato di intelligence monitora 270 gruppi che riteniamo affiliati a governi e ne monitora le attività di attacco”, ha detto Ciulli. I numeri che ha portato in sala sono significativi: nell’ultimo trimestre, solo su YouTube, Google ha bloccato oltre 1.200 canali di disinformazione russa in lingua russa. Ma il dato più interessante riguarda una quarantina di canali in italiano, gestiti dalle stesse centrali operative straniere, individuati e rimossi perché targettizzati sul pubblico italiano. La disinformazione, in altri termini, non è un fenomeno caotico: è industriale, è targettizzata, e usa le stesse infrastrutture che milioni di persone usano ogni giorno per informarsi.
Ciulli ha poi annunciato due novità tecnologiche su cui Google sta lavorando. La prima è l’estensione a YouTube di una filigrana digitale invisibile, il cosiddetto watermark, nei video generati dall’intelligenza artificiale, una tecnologia che Google sta diffondendo in formato aperto anche ad altri operatori e che OpenAI ha già adottato. La seconda, annunciata a margine della conferenza, è la capacità in sviluppo di identificare automaticamente i contenuti sintetici al momento del caricamento, inserendo un banner di avvertimento per l’utente senza aspettare la dichiarazione volontaria del creator. “Un video con l’intelligenza artificiale di una ragazza che prova vestiti va benissimo”, ha detto Ciulli, “ma se mi viene presentato come un reportage di guerra, il discorso cambia”. Il punto è esattamente quello che riguarda il funzionamento degli algoritmi sui social: le piattaforme sono ottimizzate in modo da rendere più probabile, in quanto più redditizio, vedere contenuti che indignano o sconvolgono, con il risultato che il più delle volte l’uso dei social media non genera nuova conoscenza ma iperstimola emozioni già forti.
Chi distribuisce è editore
Il nodo della responsabilità delle infrastrutture distributive è stato il centro anche dell’intervento del sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini, che ha usato i dati del recente referendum per illustrare come la manipolazione algoritmica stia già plasmando le scelte politiche degli italiani. “Noi siamo di fatto in una fragilità democratica“, ha detto. “In questi due milioni di persone che hanno votato al referendum, soltanto una piccola parte ha votato sulla materia del referendum. Molto è stato un voto emotivo, spinto da tematiche che sono in parte o fortemente algoritmiche o digitali”. La sua proposta è di superare la logica delle multe nei confronti delle grandi piattaforme per passare a un modello di condivisione economica nella produzione dei contenuti. “Il contenuto è costoso, il contenuto è difficile, il contenuto è raro. Non si pensi che l’informazione sia a buon mercato: la vera informazione è difficile da produrre“. Ha citato come possibili riferimenti il modello francese sul rovesciamento dell’onere della prova del copyright e quello australiano, basato su una tassa del 2,25% sul fatturato locale degli over the top. “Chi distribuisce l’informazione è editore responsabile tanto quanto chi produce quel contenuto”, ha concluso Barachini, “e quindi penso che si debba andare verso una regolamentazione.”
Laura Aria, commissaria Agcom, ha confermato che gli strumenti normativi europei esistono, dal Digital Services Act al regolamento sull’intelligenza artificiale, ma ha messo il dito sulla distanza tra le norme e la loro applicazione concreta. “Il regolatore non può pensare di usare la cassetta degli attrezzi che usava per la televisione analogica”, ha detto, ricordando che nell’ecosistema digitale operano soggetti (le piattaforme) che non hanno responsabilità editoriale ma incidono in modo determinante sulla circolazione delle informazioni. Ha elencato tre ambiti su cui l’Agcom si è già mossa: l’equo compenso per l’utilizzo dei contenuti giornalistici (confermato dalla sentenza della Corte di Giustizia europea del 12 maggio scorso), la misurazione dell’audience digitale e la prominence, cioè la visibilità garantita ai servizi informativi sui televisori connessi. Quest’ultimo punto, apparentemente tecnico, è in realtà uno snodo cruciale: se un broadcaster tradizionale non compare tra i primi risultati sulla schermata di un televisore connesso, per il telespettatore medio semplicemente non esiste.
L’economia dei media e gli squilibri strutturali
Antonio Marano, presidente di Confindustria Radio Televisioni, ha scelto una metafora efficace per descrivere lo squilibrio economico che si è creato: “I nostri concorrenti entrano nel nostro mercato, usano le nostre autostrade senza pagare l’asfalto, non pagano il casello, fanno il pieno di benzina e non pagano neanche quella”. Ha ricordato che negli ultimi due anni hanno chiuso tra le 600 e le 700 testate di piccole e medie dimensioni, con la perdita di oltre 1.400 posti di lavoro giornalistici, mentre le entrate pubblicitarie degli over the top in Italia sono passate da 2 a 7 miliardi in pochi anni. Il punto che Marano ha voluto sottolineare non è soltanto economico: senza imprese editoriali economicamente sostenibili, viene meno il pluralismo informativo, e con esso una delle condizioni di base della democrazia. Gina Nieri, consigliere di amministrazione di Media for Europe, ha articolato lo stesso argomento dal punto di vista di Mediaset, portando in sala i numeri della macchina produttiva del gruppo (39 ore di contenuto al giorno, inviati di guerra che “rischiano la vita per la passione che hanno per la verità e per le notizie verificate”) per rimarcare la distanza qualitativa e di costo tra giornalismo professionale e i contenuti generati con l’IA che inondano le piattaforme senza nessuna verifica.
Andrea Riffeser Monti, presidente della Fieg, ha sollevato il tema dell’anonimato online come fattore che aggrava strutturalmente il problema: “Per ripulire questo mercato, il 50% si può risolvere in una mossa sola: non far parlare più nell’anonimato. Se vuoi scrivere, aprire il tuo blog, scrivere su Facebook o Instagram, devi essere riconoscibile”. Ha annunciato un nuovo decalogo della federazione degli editori per rafforzare la credibilità delle testate associate e garantire una par condicio editoriale anche in senso politico.
La guerra è cognitiva prima che militare
A chiudere i lavori è stato Derrick de Kerckhove, teorico dei media e animatore di Media Duemila, che ha offerto la cornice intellettuale più ampia dell’intera giornata. Le fake news, ha spiegato, non cercano più soltanto di ingannare: cercano di rompere l’orientamento, di produrre una condizione in cui le persone non sanno più a cosa credere. “Quando una società non sa più a cosa credere, diventa governabile attraverso shock, paura e appartenenza. In questo senso, la guerra si è spostata. Ormai riguarda il modo in cui percepiamo il reale.” È una definizione che sposta il problema dal piano della singola notizia falsa a quello dell’infrastruttura complessiva attraverso cui la realtà viene costruita e distribuita. Ed è esattamente il piano su cui, stando a quanto emerso nel corso del dibattito, l’Europa deve ancora trovare risposte all’altezza.






