
Ex Ilva, a Taranto si spengono gli altiforni e il Nord resta senza acciaio
Nello stabilimento ex Ilva di Taranto è cominciato lo spegnimento degli altiforni con la comunicazione del direttore dello stabilimento ai sindacati dell’avvio dello smontaggio dei bruciatori, il passaggio tecnico che precede l’arresto definitivo degli impianti, rimasti per alcune settimane in preriscaldo senza produrre. È la conseguenza diretta della decisione con cui il 29 ottobre la Corte di cassazione ha respinto i ricorsi di Ilva e Acciaierie d’Italia, confermando il decreto della Corte d’appello di Milano che a fine luglio aveva ordinato di fermare l’area a caldo, cioè cokerie, altiforni e acciaierie, richiamando l’esigenza di garantire “un livello elevato di protezione della salute umana”. Lo stop resta in vigore finché l’azienda non avrà rimosso l’amianto e riportato le emissioni entro i limiti di sicurezza. Senza altiforni il più grande impianto siderurgico d’Europa non può più produrre acciaio, e le conseguenze arrivano fino agli stabilimenti del Nord, che dall’acciaio di Taranto dipendono per lavorare.
Taranto senza area a caldo
L’area a caldo era di fatto ferma dal 9 ottobre, quando gli impianti erano stati messi in riscaldo per evitarne il deterioramento in attesa della Cassazione e gli ordini di materie prime erano stati revocati. Dei quattro altiforni ne restava attivo uno solo, mentre ora resterà in funzione soltanto una parte delle lavorazioni a valle. Il treno nastri 2 ripartirà il 10 novembre lavorando bramme acquistate all’esterno e riporterà al lavoro un numero limitato di persone, ma secondo quanto riferito dall’azienda ai sindacati si fermerà poco prima di Natale, riprenderà a gennaio e poi si arresterà di nuovo, perché dopo gennaio non c’è visibilità sugli ordini. L’azienda, in amministrazione straordinaria e guidata dai commissari nominati dal governo, va avanti con i prestiti pubblici. Nella richiesta di cassa integrazione ha spiegato di non avere le risorse per anticipare gli stipendi e ha chiesto che l’integrazione salariale venga pagata direttamente dall’INPS.
Genova e Novi Ligure appese ai coils
Come è ormai noto, gli stabilimenti del Nord non producono acciaio bensì lo lavorano. A Genova Cornigliano le linee a freddo trasformano i rotoli d’acciaio, i coils, in lamiere zincate, decapate e in banda stagnata, e una parte consistente di quel materiale arrivava da Taranto. Le linee potranno funzionare fino al 30 novembre con le scorte disponibili, poi è prevista una sospensione tecnica di alcune settimane. Il piano presentato ai sindacati prevede forniture esterne per 35mila tonnellate al mese, 25mila per zincatura e decapaggio e 10mila per la banda stagnata, con il richiamo del personale necessario dall’11 gennaio, ma gli accordi con i fornitori sono ancora in via di definizione e se il materiale arrivasse in ritardo la pausa si allungherebbe. Lo stabilimento genovese conta 917 dipendenti e la cassa integrazione straordinaria chiesta dai commissari ne riguarda fino a 870. Il 19 ottobre i lavoratori di Cornigliano avevano occupato l’aeroporto Cristoforo Colombo proprio contro la nuova richiesta. Ancora più difficile la situazione di Novi Ligure, in provincia di Alessandria, dove su circa 540 dipendenti 515 andranno in cassa integrazione una volta esaurite le scorte, tra metà e fine novembre. Per lo stabilimento piemontese sono attese 10mila tonnellate di materiale entro febbraio, sufficienti per poche settimane di lavoro. Liguria e Piemonte hanno raggiunto un accordo con le banche per anticipare la cassa integrazione ed evitare che i tempi dell’INPS lascino i lavoratori senza reddito.
Una cassa integrazione senza precedenti
La richiesta di cassa integrazione straordinaria presentata da Acciaierie d’Italia arriva fino a 8.622 lavoratori, come numero massimo medio di sospensioni contemporanee, e durerà fino al 28 febbraio 2027, salvo proroghe. A Taranto riguarda fino a 6.964 dei 7.875 dipendenti, a cui si aggiungono gli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e Milano, mentre oggi i lavoratori in cassa sono 4.450. Il ministero del Lavoro ha convocato i sindacati per giovedì 6 novembre per l’esame congiunto. Le posizioni dei metalmeccanici sono diverse tra loro la FIM CISL, con Valerio D’Alò, chiede di “garantire una continuità occupazionale” anche nelle aree a freddo, la FIOM CGIL contesta numeri e tempi della richiesta, e per la UILM Guglielmo Gambardella ha parlato di una cassa “inaccettabile e vergognosa per la dignità dei lavoratori”, chiedendo misure strutturali come prepensionamenti e incentivi all’esodo. Il 27 ottobre, a Palazzo Chigi, il governo aveva ribadito ai sindacati l’impegno a garantire la continuità operativa degli stabilimenti.
Dalla vendita alla riconversione
Lo stop dell’area a caldo cambia anche la partita della vendita, che il governo inseguiva da anni cercando un grande gruppo internazionale disposto a rilevare l’intero complesso. In estate una cordata di aziende siderurgiche italiane aveva proposto di acquistare gli impianti senza l’area a caldo di Taranto, ma la proposta non ha avuto seguito, e il governo ha riferito di non aver ricevuto offerte per i soli stabilimenti del Nord. Ora nei documenti ufficiali si parla sempre più di riconversione. “Nell’ultimo documento firmato a Palazzo Chigi e anche nell’ultimo decreto si parla di riconversione”, ha osservato martedì il presidente di Federacciai Antonio Gozzi, secondo cui è giusto che “le grandi partecipate industriali pubbliche siano chiamate a dire la loro” su un percorso che riguarda la riconversione ma anche il “consolidamento di almeno una parte dell’occupazione siderurgica”. Per Genova e Novi Ligure la questione è immediata, perché senza un fornitore stabile di coils e senza un piano industriale che ne definisca il futuro le linee a freddo rischiano di trasformarsi da parte di un gruppo integrato in impianti che lavorano a singhiozzo. Sullo sfondo resta anche il fronte giudiziario, con il processo che si aprirà a Potenza per le irregolarità nei controlli ambientali a Taranto tra il 1995 e il 2012, in cui sono imputati tra gli altri gli ex proprietari Fabio e Nicola Riva e l’ex presidente della Puglia Nichi Vendola.




