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Ex Ilva, la cordata italiana prende forma
Incontro con i rappresentati di Confindustria, Federacciai e Federmeccanica per gli stabilimenti dell’ex Ilva
© Imagoeconomica
11 Agosto 2026

Ex Ilva, la cordata italiana prende forma

Federacciai avvia l’intervento italiano per l’ex Ilva: mandato a Gozzi per trasmettere la manifestazione d’interesse.

Dopo settimane di tavoli istituzionali e ipotesi, la cordata italiana per lo stabilimento ex Ilva di Taranto prende forma. Il Consiglio di Presidenza di Federacciai, nella giornata del 10 agosto 2026, ha dato mandato al presidente Antonio Gozzi di trasmettere agli enti competenti una manifestazione di interesse (subordinata alla verifica di una serie di condizioni), in nome e per conto delle aziende che hanno espresso la loro volontà di partecipare all’iniziativa di una cordata italiana. 

Prima di formalizzare l’offerta, Federacciai vuole discutere con il Governo per le garanzie e le condizioni per il perimetro dell’operazione. 

Un passo indietro

Il polo siderurgico di Taranto nasce negli anni Sessanta come Italsider, colosso a partecipazione statale divenuto simbolo dell’industrializzazione del sud Italia. Nel 1955, durante la stagione delle privatizzazioni, l’azienda viene ceduta al gruppo Riva (fondato negli anni ’50 da Emilio e Adriano Riva) e prende il nome di Ilva, dal nome latino dell’Isola d’Elba. Nel 2012 arriva la svolta drammatica: la magistratura di Taranto dispone il sequestro dell’area a caldo dello stabilimento (dove avviene la produzione primaria dell’acciaio) per gravi violazioni ambientali. Per non sacrificare numerosi posti di lavoro, l’allora governo Monti decide di non chiudere l’impianto, varando un decreto che autorizza la prosecuzione dell’attività: nasce così un conflitto tra tutela della salute e salvaguardia occupazionale. 

Nel 2013 la società viene commissariata per evitare il fallimento. Quattro anni dopo, nel 2017, la gestione passa al colosso franco-indiano ArcelorMittal, che nel 2021 insieme a Invitalia costituisce una partnership pubblico-privata al fine di rilanciare l’azienda, che è stata ribattezzata con il nome di Acciaierie d’Italia. Tuttavia, la produzione non torna ai massimi storici, e nel gennaio 2026 si arriva a una causa civile tra ArcelorMittal e Acciaierie d’Italia, in cui quest’ultima richiede un risarcimento di 7 miliardi di euro per mala gestione. 

Il punto di svolta

Verso la fine del luglio scorso arriva la svolta: la Corte d’Appello di Milano accoglie il ricorso presentato dall’associazione Genitori Tarantini (nata verso la fine del 2015 dall’associazione dei cittadini con lo scopo di difendere la salute e l’ambiente) e da un gruppo di cittadini, ordinando la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo entro 90 giorni, salvo bonifiche complete. Decisione che coglie il Governo di sorpresa, in quanto impegnato in una trattativa quasi conclusa per la cessione dell’intero complesso a un operatore siderurgico internazionale: Jindal, colosso indiano dell’acciaio, che da mesi trattava per l’acquisizione dell’ex Ilva. 

In seguito alla pronuncia dei giudici, Jindal ha deciso di aggiornare la sua offerta, tenendo conto del nuovo scenario: la proposta prevede l’acquisizione dell’area a caldo e di quella a freddo (dove si lavora l’acciaio) a un valore simbolico. Il gruppo indiano si è detto disponibile a ridurre gli esuberi, portando l’organico a 5mila dipendenti dei 10mila attuali, e pronto a farsi carico della bonifica dei vecchi altiforni, per produrre acciaio green.

È in questo contesto che si inserisce l’ipotesi di un’alternativa di intervento tutto italiano.

La cordata italiana

Il 5 agosto 2026 si è tenuto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy un tavolo con il ministro Urso, Confindustria, Federmeccanica, Federacciai e i principali gruppi industriali nazionali dell’acciaio, incontro che si è concluso con la dichiarazione del  presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che ha  parlato di “condizioni per valutare una cordata italiana che abbia a cuore l’industria di base del Paese”.

La cordata sarebbe interessata solo all’area a freddo, lasciando fuori le aree degli altiforni dell’area a caldo. 

Con il mandato di ieri conferito al presidente Antonio Gozzi l’ipotesi di un intervento tutto italiano diventa un’operazione più concreta. I gruppi coinvolti sono: Arvedi, Marcegaglia, Feralpi, Duferco, Beltrame e Lucchini, con altre aziende che potrebbero aggiungersi. Tutti questi gruppi sono pronti a presentare una manifestazione d’interesse subito dopo Ferragosto, chiedendo però prima un confronto con il Governo per verificare le condizioni abilitanti all’operazione.

Facciamo il punto