
Cantieri senza scavo, l’Italia si dà le prime regole per le tecnologie No Dig
Il 1° luglio si è tenuta a Milano la tappa lombarda del tour “Cantieri più sicuri e tecnologie No Dig”. L’iniziativa è promossa da UNI (Ente Italiano di Normazione) e da IATT (Italian Association for Trenchless Technology), che hanno presentato le prime tre norme tecniche italiane dedicate alle Trenchless Technology, indicate dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti come opere specialistiche “a basso impatto ambientale” (OS35).
Fondata nel 1994, l’IATT ha lo scopo di promuovere le conoscenze tecniche e scientifiche nel campo delle Trenchless Technology utilizzate per risanare, posare o sostituire le infrastrutture sotterranee, come tubature idriche, fibra ottica, tubature di gas e molto altro.
Lo scopo di queste tecnologie all’avanguardia è quello di limitare o eliminare completamente lo scavo a cielo aperto, riducendo per quanto possibile la movimentazione di terra, i danni alle strade e i disagi ai residenti e alle attività economiche. Non è un settore nuovo, ma uno in forte evoluzione tecnologica e normativa.
Un cantiere senza scavo
Quando un Comune deve intervenire su una rete sotterranea (un vecchio acquedotto, una fognatura che perde o inserire un nuovo cavo in fibra ottica) le Trenchless Technology permettono di intervenire senza dover aprire la strada per l’intera lunghezza del tracciato. Il processo si articola in tre fasi:
- Prima di scavare per iniziare a fare i lavori, con il georadar (uno strumento che funziona come un’ecografia del suolo) le imprese mappano i tubi, cavi e condotte già esistenti per evitare di danneggiarli durante gli interventi. È una fase importante perché una mappatura insufficiente può causare ritardi e blocchi in corso d’opera, secondo IATT.
- Se la rete è nuova, come nei casi dei cantieri per la banda ultralarga, viene utilizzata la tecnica della Trivellazione Orizzontale Controllata (TOC): una testa di perforazione viene guidata sottoterra lungo un percorso curvo, che inizia da un pozzetto di partenza a uno di arrivo, passando sotto strade, fiumi o ferrovie, il tutto senza intaccare la superficie del tragitto. Per i cavi più sottili viene utilizzata la minitrincea, uno scavo di pochi centimetri di larghezza praticato con frese ad alta velocità.
- Il caso più rappresentativo riguarda i lavori sulle reti già esistenti. Con la tecnica Cured In Place Pipe (CIPP) una “calza” impregnata di resina viene inserita dentro il tubo danneggiato e fatta indurire sul posto, ottenendo un tubo nuovo che nasce dentro quello vecchio. Se il danno è troppo esteso viene utilizzata la Pipe Bursting: una testa conica frantuma dall’interno il vecchio tubo, mentre nello stesso spazio viene tirato in posizione quello nuovo.

Gli studi a supporto
Secondo i dati raccolti dall’IATT nella guida divulgativa “Trenchless Technologies – Guida per l’impiego delle Tecnologie a basso impatto ambientale”, il ricorso a queste tecniche porta benefici articolabili su tre fronti. Sul piano della sicurezza, uno studio condotto da INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro) nel 2016 ha rilevato che le tecnologie no-dig riducono fino al 70% gli incidenti sui cantieri. Sul piano energetico, il confronto tra diverse tecniche, calcolato su un chilometro di intervento, mostra come lo scavo tradizionale consuma quasi 2 tonnellate equivalenti di petrolio, contro le 0,67-0,99 consumate dalle trenchless technologies, con un risparmio di circa il 50-66%. Gli studi condotti da IATT, con l’Università La Sapienza di Roma e con l’Università Politecnica delle Marche, parlano in generale di un -56% di consumi energetici e fino all’80% in meno di impatto ambientale rispetto allo scavo classico. Infine, sul piano economico una stima su un tratto di 150 metri indica una riduzione dei costi complessivi del 70-73% rispetto allo scavo tradizionale, inclusi non solo i costi diretti di cantiere ma anche quelli indiretti legati ai disagi al traffico e all’impatto ambientale.
Verso uno standard nazionale
È proprio per consolidare questi benefici, finora documentati da singoli studi e linee guida di settore, che nascono le tre nuove norme UNI 11990-1, UNI 11990-2 e UNI 11990-3, elaborate dal Gruppo di Lavoro 04 “Trenchless Technologies” della Commissione UNI/CT 058 “Città, Comunità e Infrastrutture Sostenibili” e che sono state presentate il 1° luglio scorso a Milano. Le norme rappresentano l’approdo di un percorso avviato anni fa con le prassi di riferimento della serie UNI/PdR 26, sviluppate dalla collaborazione tra UNI e IATT e ormai consolidate dall’ampio utilizzo sul mercato.
Le tre norme puntano a rendere le tecnologie senza scavo non più una buona pratica, ma uno standard riconosciuto e verificabile per le amministrazioni pubbliche e le imprese che progettano interventi sulle reti sotterranee del Paese. Inoltre, definiscono le best practices per mappare le infrastrutture nel suolo, stabiliscono i requisiti per la progettazione e installazione di tubi e definiscono i criteri progettuali per la TOC. La presentazione di Milano si inserisce in un ciclo di cinque convegni organizzati da UNI e IATT in diverse città italiane per diffondere la conoscenza delle nuove norme presso operatori, progettisti e stazioni appaltanti.




