
Cavi sottomarini, Quantum e Geopolitica dei dati: intervista a Elisabetta Romano
Se la trasformazione digitale è la nuova rivoluzione industriale, le reti e le infrastrutture ne sono le fondamenta invisibili ma vitali. Nessuno conosce questo ecosistema da vicino quanto Elisabetta Romano, Senior Advisor con un percorso di oltre trent’anni nelle telecomunicazioni che l’ha vista ricoprire ruoli di massima responsabilità a livello globale. Già CTO di TIM, amministratore delegato e presidente di Sparkle, e successivamente alla guida della rete infrastrutturale con FiberCop, Romano incarna perfettamente il passaggio cruciale dalla competenza puramente tecnica alla governance strategica.
In questa conversazione, esploriamo il nuovo volto della sovranità digitale europea alla luce del Cloud and AI Development Act (CADA), la sicurezza fisica e logica dei cavi sottomarini tra minacce geopolitiche e soluzioni quantistiche, e la sfida cruciale dell’Italia nel posizionarsi tra i grandi hub internet mondiali. Una riflessione profonda che mette al centro non solo gli investimenti economici, ma la necessità assoluta di visione, leadership e capitale umano.
Lei ha un percorso di oltre trent’anni nelle telecomunicazioni: Executive a livello globale in società multinazionali, CTO in TIM dal 2018, CEO/Presidente di Sparkle dal 2020, alla guida della rete di TIM ora FiberCop. Come è cambiato il suo modo di guardare all’infrastruttura digitale, passando da ruoli tecnici a ruoli di governance?
Mi ritengo una privilegiata per la profonda conoscenza tecnologica che ho maturato nel settore delle telecomunicazioni e, più in generale, nel mondo digitale. Nell’epoca attuale, segnata da una nuova rivoluzione industriale, Conoscere le tecnologie emergenti diventa necessario per avere una visione strategica di come affrontare la trasformazione di un’azienda, a prescindere dal settore di appartenenza: significa fare leva su tecnologie come intelligenza artificiale, cloud, 5G/6G e quantum communication, tra le più impattanti. Se penso all’ Edge Computing è un esempio calzante di come una aspetto puramente tecnologico abbia un valore strategico in quanto sarà alla base di alcuni nuovi scenari di business che impatteranno cittadini, aziende ed istituzioni.
Come si concilia il concetto di sovranità con un business come quello di Sparkle, che gestisce connettività oltre i confini nazionali? Più in generale qual è la sua posizione riguardo le aziende di infrastrutture italiane nel clima attuale in cui l’Europa parla sempre più di autonomia strategica su dati e infrastrutture digitali?
Penso che oggi, grazie al CADA (il Cloud and AI Development Act, il piano europeo per la sovranità su cloud e intelligenza artificiale) il concetto di sovranità si stia finalmente definendo in maniera più precisa. Trovo che questa sia una grande opportunità per le aziende di telecomunicazioni italiane, penso in particolare a TIM e Sparkle, aziende che conosco per averne fatto parte con ruoli diversi. Tutte queste società hanno asset fondamentali per l’implementazione della sovranità così come richiesta dall’Europa e, nel caso di Sparkle, il contributo si spinge oltre i confini italiani, grazie agli hub internazionali e al traffico che gestisce, proveniente da altri Paesi e continenti. Gestire connettività internazionale non è in contraddizione con la sovranità, ma ne è anzi uno strumento: significa garantire all’Italia e all’Europa il controllo su infrastrutture strategiche anche oltre i propri confini. Nel caso di TIM con la sua infrastruttura digitale e le sue soluzioni innovative, AI, Cloud, cyber security per citarne alcune, può rappresentare sempre di più un abilitatore tecnologico ed accompagnare le aziende italiane nella loro trasformazione digitale.
Negli ultimi due anni si sono moltiplicati episodi di danneggiamento di cavi sottomarini, dal Baltico al Mar Rosso, spesso con sospetto di origine non accidentale. Come è cambiata, concretamente, la gestione del rischio per Sparkle da quando avete firmato il protocollo con la Marina Militare?
La gestione del rischio passa attraverso più fattori. Il primo, molto caro a chi si occupa di telecomunicazioni, è evitare il cosiddetto “single point of failure”: fare in modo che le tratte sottomarine, così come quelle terrestri, abbiano percorsi alternativi per connettere un’origine a una destinazione. È quanto realizzato in Sparkle con Blue Raman, che rappresenta un’alternativa al Canale di Suez, dove oggi passano tutti i cavi provenienti dall’Oriente. Il secondo aspetto è studiare costantemente nuove tecnologie di sicurezza: un esempio è la QKD, quantum key distribution, che rileva in tempo reale eventuali intrusioni nelle comunicazioni. Infine, non meno importante, c’è la partnership con la Marina Militare, che ci assicura una presenza autorevole nei mari dove sono posati i nostri cavi, pronta a intervenire in caso di allarme. Uno dei vantaggi in questo accordo con la Marina Militare è che loro fanno un egregio lavoro di prevenzione e questo consente al personale di Sparkle di individuare in anticipo rotte alternative e quindi proteggere la comunicazione dei clienti.
L’Italia, nonostante la posizione geografica favorevole e progetti come Blue Raman su Genova, non è tra i primi dieci hub internet mondiali. Cosa manca perché lo diventi: infrastruttura, policy, capitale, o qualcos’altro?
L’Italia deve poter entrare tra i primi dieci hub a livello internazionale, e Milano ha le carte in regola per riuscirci. Serve una strategia condivisa che abiliti l’ecosistema italiano a crescere, insieme ai capitali necessari perché hub, data center e connettività siano adeguati alla domanda.È un percorso che città come Marsiglia o Amsterdam hanno già intrapreso con successo, e da cui l’Italia può imparare.
Guardando ai prossimi anni, qual è la sfida che la preoccupa di più per la resilienza delle infrastrutture digitali italiane: gli investimenti, la governance internazionale, o la sicurezza fisica?
Se devo indicare una priorità, è la governance internazionale, unita alla capacità di visione. Gli investimenti e un sistema regolatorio europeo adeguato alle sfide che dobbiamo affrontare sono condizioni necessarie, ma non sufficienti: per renderle tali in Italia servono sia capitale umano con competenze relative alle tecnologie emergenti ed una leadership con visione globale e grande capacità di guida.




