
Città di fuoco con l’asfalto a 60°C. La svolta verde oltre il cemento
Vivere in città d’estate è diventato ogni anno sempre più difficile, in particolare a Roma, dove la questione ormai non è più solo l’afa, ma temperature da record che salgono direttamente dal suolo. Secondo i dati diffusi da Legambiente, negli ultimi dieci anni l’80% dei quartieri di Roma, durante il periodo estivo, ha registrato una temperatura media diurna tra i 40 e i 45 gradi. I quartieri maggiormente cementificati, come l’Alessandrino, hanno raggiunto, nei punti privi di ombra, i 60°C.
Questo fenomeno viene chiamato isola di calore urbana e trasforma le strade in veri e propri “canyon termici” che trattengono il calore anche nelle ore notturne. La soluzione non è più solo una questione estetica, ma un’emergenza climatica e sanitaria: servono interventi radicali di forestazione urbana e depaving (rimozione controllata del cemento). Ma da dove si inizia?
Ne parliamo con Gaia Zadra, ideatrice del Festival del Verde e del Paesaggio, l’appuntamento che ogni anno dal 2011 promuove la cultura della biofilia e della natura simbiotica all’interno delle nostre città.
L’asfalto che raggiunge i 60°C a Roma ci restituisce un dato importante. Per abbassare notevolmente le temperature serve il depaving, ovvero rimuovere il bitume per esporre la terra viva. A livello infrastrutturale, da quali aree della Capitale si dovrebbe partire per una depavimentazione tecnicamente ed economicamente sostenibile?
Naturalmente partirei dalle aree pedonali, stiamo parlando chiaramente di togliere l’asfalto. Poi si potrebbe fare un pensiero sui marciapiedi. I marciapiedi sono tanti quanto le strade, se l’asfalto venisse sostituito con materiali in grado di assorbire il calore e di essere drenanti, mano a mano che vanno rifatti uno potrebbe pensare di cambiare il materiale utilizzato (così da permettere all’acqua di filtrare nel terreno, riducendo il calore urbano e il rischio di allagamenti, ndr.).
Spesso nelle nostre città storiche manca lo spazio fisico per piantare nuovi alberi. Tetti verdi e pareti vegetali sono soluzioni ormai note, ma spesso restano interventi isolati. Cosa manca oggi, a livello di pianificazione urbana, perché queste infrastrutture verdi si connettano tra loro in una vera rete e non restino singoli episodi decorativi?
I centri storici hanno anche delle normative molto stringenti da parte delle soprintendenze. Per cui, per esempio, le pareti sono complicate e in più, se noi pensiamo alle pareti verticali, quelle di Patrick Blanc, sono anche economicamente onerose.
Quindi o uno pensa a una parete verticale in vecchia maniera, nel senso “faccio crescere l’edera”, oppure le altre soluzioni sono molto belle, però richiedono tanta manutenzione. Anche per i tetti verdi, potrebbero essere sviluppati maggiormente sui palazzi pubblici come: scuole, ospedali e ministeri. Questo perché, quando si entra nel privato, cioè il condominio, si aprono altre questioni spesso irrisolvibili. Teoricamente sarebbe una soluzione ai problemi di molti: ognuno avrebbe un giardino da condividere, dove oltre ad avere del verde potrebbe socializzare, fare feste di compleanno o aperitivi. Ma è molto complicato da ottenere.
Quale formula proporrebbe per rendere il verde parte integrante della città, non solo del centro storico, ma anche delle periferie?
Secondo me ci vuole proprio un approccio un po’ diverso da quello che c’è stato fino ad adesso. Le nostre città avevano viali alberati, che erano sostanzialmente una decorazione delle strade e poi c’erano i parchi. Adesso questa sensibilità, coscienza, consapevolezza è cambiata, per cui ci rendiamo conto che il viale alberato è strutturalmente fragile.
Se noi diciamo che il verde è un’infrastruttura vivente, dobbiamo fare in modo anche che gli alberi possano vivere. Per cui non essere immersi nell’asfalto, non essere non in grado di creare quelle correlazioni con altre piante, altri animali, funghi. Tutto quello che gli consente di essere sani, forti e quindi di darci come ricaduta positiva tutte quelle cose che noi conosciamo.
Faccio un esempio: se si pensa al Lungotevere dove ci sono i Platani, poi l’asfalto e poi un altro platano e così via, se si potessero congiungere tra loro oppure pensare che alla base di ogni albero siano previsti anche degli arbusti, cioè dei microsistemi ecologici, sarebbe già un grande cambiamento.
Questo è stato fatto in alcune strade e se diventasse una scelta automatica, cambierebbe molto la situazione.


