
Custodire cripto-attività: da eccezione a mestiere bancario
Per anni gli asset digitali sono stati trattati dalle banche soprattutto come una nuova categoria di prodotto da valutare caso per caso. Negli ultimi mesi la domanda è cambiata: riguarda piuttosto quali pezzi dell’infrastruttura bancaria devono adattarsi perché quegli asset possano essere emessi, custoditi, trasferiti e utilizzati all’interno del sistema finanziario regolamentato.
Il caso UniCredit
Il segnale più recente arriva dall’Italia. UniCredit starebbe valutando la selezione di un fornitore tecnologico per sviluppare capacità di custodia e intermediazione su strumenti digitali, inclusi titoli tokenizzati e stablecoin. Secondo quanto riportato da Bloomberg, tra le aree allo studio ci sarebbero anche prodotti di investimento tokenizzati, strumenti a reddito fisso digitali e la possibilità di offrire esposizione diretta alle criptovalute. La banca non ha commentato e non risulta ancora presa una decisione definitiva.
Un movimento che attraversa il settore
Non è un caso isolato, e non è nemmeno una coincidenza temporale. Il regolamento MiCA, pienamente operativo in Europa dal 2024, ha dato per la prima volta una base giuridica chiara alla custodia di cripto-attività, un vincolo che fino a poco tempo fa mancava e che teneva le banche ai margini del settore. Sciolto quel vincolo, il movimento arriva in parallelo su più fronti. BNY, uno dei maggiori custodian globali, ha integrato nel 2026 la stablecoin USDC nella propria piattaforma di Digital Asset Custody, affiancandola ai servizi di custodia tradizionali. In Italia, a maggio Banca Sella ha completato la procedura di notifica prevista da MiCA presso Banca d’Italia, diventando il primo istituto abilitato a offrire custodia e trasferimento di cripto-attività per specifiche categorie di clienti. La direzione comune è quella di un servizio che smette di essere una nicchia per operatori specializzati e viene assorbito nell’architettura bancaria esistente.
Per una banca, custodire un asset digitale non significa semplicemente aggiungere una voce al catalogo dei prodotti. Significa integrare nella propria infrastruttura funzioni che riguardano registrazione, controllo, trasferimento e sicurezza di asset rappresentati su registri distribuiti. Nel modello tradizionale, la custodia si appoggia a una catena di intermediari, registri e depositari consolidata da decenni di regolazione. Con gli strumenti tokenizzati, una parte di queste funzioni si sposta su infrastrutture DLT, e la banca deve governare anche gli elementi tecnologici che ne consentono il controllo, mantenendo le garanzie giuridiche e operative richieste dalla finanza regolamentata.
La strategia di UniCredit e la posta in gioco
Nel caso di UniCredit, l’eventuale mossa si inserirebbe in una strategia già avviata su più fronti: la partecipazione a Qivalis, il consorzio europeo per uno stablecoin in euro conforme a MiCA, cresciuto da nove a 37 istituti finanziari in un anno; l’investimento in BlockInvest per lo sviluppo di prodotti tokenizzati; un Digital Assets Hub interno indicato nei risultati del primo trimestre. Non è ancora possibile dire quale sarà il perimetro finale dell’offerta, né se tutte le ipotesi riportate verranno effettivamente lanciate.
Il vantaggio, in questa fase, va a chi costruisce i binari su cui correranno i nuovi strumenti finanziari digitali, prima ancora che a chi ne venderà il prossimo prodotto in criptovalute.


