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La caduta di Swift, il telescopio della NASA, riaccende il problema dei detriti spaziali
© Imagoeconomica
3 Novembre 2026

La caduta di Swift, il telescopio della NASA, riaccende il problema dei detriti spaziali

Nella fascia temporale compresa tra il 3 e il 5 novembre il telescopio Swift toccherà il suolo terrestre. Ogni anno piovono circa 430 tonnellate tra satelliti, razzi e altri detriti spaziali: una tonnellata al giorno.

Il Neil Gehrels Swift Observatory, telescopio della NASA in orbita dal 20 novembre 2004, sta per concludere la sua storia con un rientro nell’atmosfera e, non avendo più propellente, il suo rientro sarà incontrollato. Secondo la NASA, il rientro sulla Terra è previsto intorno alle 3:30 del mattino (della costa orientale degli USA) del 4 novembre, verso le 9.30 da noi, con un margine temporale di 11 ore. Il telescopio, dal peso di circa 1,5 tonnellate, dovrebbe disintegrarsi completamente durante la discesa, ma alcune parti potrebbero sopravvivere: frammenti dello specchio e componenti di tungsteno. L’orbita del telescopio è inclinata di 21 gradi a nord o a sud dell’equatore e quindi non potrà cadere a latitudini superiori a 21 gradi; l’Italia è fuori dalla zona interessata perché sta tra i 35 e i 47 gradi di latitudine.  

A influenzare il decadimento orbitale di Swift è stata l’attività solare, che ha espanso l’atmosfera e aumentato la resistenza sul satellite. La NASA ha cercato di recuperare il satellite affidandosi alla startup Katalyst Space Technologies, senza però riuscire a portare a termine la missione. Raggiungere e manovrare un satellite che è uscito dalla sua orbita è complicato ed è l’obiettivo che molte aziende di servizi in orbita stanno cercando di raggiungere. Il telescopio si aggiunge alle 430 tonnellate di satelliti, razzi e altri detriti spaziali che ogni anno piovono sulla Terra: circa una tonnellata al giorno.

L’affollamento nello Spazio

Per capire quanto l’orbita sia affollata, bisogna prima fare alcune distinzioni in base all’altitudine: la Low Earth Orbit (LEO) si estende tra circa 200 e 2000 km di quota ed è quella usata dall’ISS e dai satelliti per l’osservazione della Terra; la Medium Earth Orbit (MEO) si trova tra i 2000 e i 36.000 km e comprende le orbite delle reti di navigazione e GPS; infine c’è la GEO (Geostationary Orbit) che si trova a circa 36.000 km sopra l’equatore e viene utilizzata per le telecomunicazioni e la meteorologia. La fascia più trafficata è quella bassa, la LEO: qui sono presenti oltre 16.000 satelliti attivi. A confronto la MEO, con i suoi irca 200 satelliti attivi distribuiti a migliaia di chilometri l’uno dall’altro, è considerata un deserto. Infine, l’orbita geostazionaria ha una dinamica particolare: i satelliti non sono distribuiti in una sfera intorno alla Terra, ma sono disposti in fila indiana lungo un unico anello sopra l’equatore e, proprio per via della stazionarietà dei satelliti, le posizioni disponibili sono limitate e rigidamente assegnate. A fine vita, il satellite nell’orbita GEO usa il carburante rimasto per spostarsi in una cosiddetta “orbita cimitero”, liberando la sua posizione.

Secondo il modello ESA MASTER-8 (febbraio 2026), in tutta l’orbita terrestre ci sono circa 68.450 oggetti superiori a 10 cm (di cui circa 11.300 satelliti attivi). Altri 1,5 milioni misurano tra 1 e 10 cm e circa 230 milioni tra 1 mm e 1 cm. Viaggiando a 27mila km/h, anche i frammenti più piccoli rappresentano un rischio concreto di collisione per i satelliti.

Immagine generata dall’intelligenza artificiale

Chi pulisce?

Pulire l’orbita non significa evitare che i detriti arrivino a terra: la maggior parte dei rientri si conclude con la distruzione nell’atmosfera. Il vero problema è l’accumulo in orbita, dove ogni collisione genera nuovi frammenti e aumenta il rischio per i satelliti attivi. L’ESA per questo motivo ha fatto del rientro e del rischio al suolo uno dei temi principali del suo rapporto 2026. A oggi non risulta ancora completata la cattura di grossi detriti: le tecnologie di avvicinamento sono state dimostrate, è la cattura il prossimo passo. L’azienda giapponese Astroscale, con la missione ADRAS-J, nel 2024 è stata la prima ad avvicinarsi a un grosso detrito esistente: uno stadio di razzo di circa 11 metri e 3 tonnellate. La successiva missione, l’ADRAS-J 2, che dovrà catturarlo e farlo rientrare, è prevista per aprile 2027-marzo 2028 con un lancio da Andøya, in Norvegia.

Anche l’Italia gioca la sua partita nella pulizia dello Spazio: con ION Satellite Carrier, il prodotto di punta della D-Orbit, azienda di logistica spaziale nata nel 2011. Il prodotto è un veicolo che trasporta e rilascia i satelliti in orbite diverse. Alla fine della sua vita ogni ION viene smaltito nel rispetto delle linee guida sulla mitigazione dei rifiuti. Sul tema dei detriti D-Orbit ha lavorato con l’ESA: nel 2021 la sua filiale britannica ha ottenuto un contratto da circa 2,2 milioni di euro per sviluppare e mettere in orbita un kit di deorbitazione, con l’obiettivo di mostrare la rimozione attiva tramite la deorbitazione propulsiva di un adattatore del razzo Vega.