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Sisma 2016, dieci anni dopo le macerie l’Appennino centrale si ricostruisce attraverso le infrastrutture
© Imagoeconomica
24 Giugno 2026

Sisma 2016, dieci anni dopo le macerie l’Appennino centrale si ricostruisce attraverso le infrastrutture

Dal programma RiViTA da 3,1 miliardi per la viabilità alla riqualificazione di 9 stazioni ferroviarie strategiche: il Rapporto 2026 sulla ricostruzione post-sisma fotografa un’opera senza precedenti in Europa, dove le infrastrutture sono la chiave della rinascita.
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A quasi dieci anni dagli eventi sismici che tra il 2016 e il 2017 devastarono l’Appennino centrale, la ricostruzione del Centro Italia accelera e si trasforma. I dati del Rapporto annuale 2026, presentato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dal commissario straordinario Guido Castelli, fotografano il cantiere più grande d’Europa: 138 Comuni tra Lazio, Abruzzo, Marche e Umbria, circa 540mila residenti, 12,5 miliardi di euro di contributi già concessi su un totale richiesto di 17,82 miliardi, oltre 14.968 cantieri privati conclusi su 23.361 autorizzati. Ma accanto alla ricostruzione materiale di case e luoghi di culto, è il capitolo delle infrastrutture quello che più chiaramente definisce l’ambizione della risposta pubblica: non solo riparare ciò che il terremoto ha distrutto, ma ridisegnare l’accessibilità di un territorio storicamente ai margini della rete nazionale.

Il rapporto, intitolato “Ricostruire è prevenire. Il laboratorio sisma 2016 tra sicurezza e coesione territoriale”, lo dice con nettezza: infrastrutture, mobilità e connettività non rappresentano un capitolo accessorio della ricostruzione, ne costituiscono l’architrave strategico. Senza un rafforzamento della rete materiale e immateriale, la ricostruzione fisica rischia di non trasformarsi in ricostruzione sociale, economica e demografica. È una scelta di visione, prima che di tecnica.

Il quadro di partenza e i divari storici

Il punto di partenza non è neutro. Nelle dieci province interessate dal cratere si sviluppa una rete stradale di circa 63mila chilometri con quasi 180 stazioni ferroviarie, di cui però soltanto una decina servite da linee passeggeri con frequenza plurigiornaliera. Una densità infrastrutturale nella media nazionale che, tuttavia, nasconde ampie aree fortemente deficitarie, concentrate proprio nei 138 Comuni del cratere 2016, dove le infrastrutture non soltanto sono meno presenti ma risultano in larga misura dismesse e prive di reale integrazione sistemica. Le aree più penalizzate sono la Conca di Amatrice, i Monti Sibillini, la Valnerina e i Monti della Laga: territori nei quali la combinazione tra morfologia difficile, bassa accessibilità ai nodi di trasporto a lunga percorrenza e ridotta continuità della rete accentua le condizioni di isolamento. Al contrario, le zone litoranee del teramano e i territori occidentali risultano meglio inseriti nelle direttrici di collegamento regionali e interregionali. Questo divario interno è la vera sfida che la ricostruzione infrastrutturale intende affrontare.

RiViTA, il programma per la viabilità stradale

Il cuore dell’intervento infrastrutturale è il programma RiViTA (Rigenerazione Viaria dei Territori Appenninici interni) che il Rapporto definisce il più significativo a livello nazionale come esempio di collaborazione tra enti e soggetti diversi. Con 40 interventi e un investimento stimato di circa 3,1 miliardi di euro, RiViTA individua nella Strada Statale Salaria l’asse principale di accessibilità delle aree interne, riconoscendole una funzione insieme logistica, economica e sociale. La Salaria collega Lazio e Marche con una funzione baricentrica rispetto all’intero cratere, con ricadute dirette anche sulle connessioni con Umbria e Abruzzo.

A partire da questo asse portante, il programma prevede ulteriori interventi su itinerari interregionali capaci di connettere la Salaria alla rete primaria. Nel Lazio, ad esempio, gli interventi inseriti in RiViTA comprendono il collegamento Rieti–Stimigliano con tre lotti funzionali, la Strada Statale 578 “Salto Cicolana” come collegamento essenziale verso l’Abruzzo, l’adeguamento della SS4 Salaria nel tratto Rieti-Sigillo e il potenziamento della SS260 “Picente” fino al confine regionale.

Accanto a RiViTA, sono programmati 192 interventi per il miglioramento e la messa in sicurezza della viabilità secondaria: strade comunali e provinciali che nelle aree più interne dell’Appennino centrale soffrono da sempre di una rete frammentata e insufficiente. È questa rete minuta che garantisce l’accesso effettivo a scuola, lavoro, sanità e servizi di emergenza, e la sua tenuta è condizione non negoziabile per la vitalità delle comunità del cratere.

Guido Castelli commissario straordinario per la ricostruzione © Imagoeconomica

Le stazioni ferroviarie come nodi di rigenerazione urbana

Sul fronte ferroviario, il Rapporto segnala il restyling di nove stazioni considerate strategiche per l’accessibilità del territorio: L’Aquila, Ascoli Piceno, Fabriano, Macerata, Tolentino, Rieti, Antrodoco, Spoleto e Baiano di Spoleto, tutte con lavori in esecuzione. La ristrutturazione non è limitata alla riqualificazione edilizia in senso stretto: l’obiettivo è fare delle stazioni dei nodi intermodali, abbattere le barriere architettoniche, rinnovare gli spazi interni, adeguare l’illuminazione e integrare i sistemi informativi. L’approccio è quello di trasformare ogni stazione in un presidio di rigenerazione urbana e sociale, un punto di accesso al territorio non solo un’infrastruttura di mobilità ma, nel contesto fragile delle aree interne, una soglia tra la possibilità di restare e la necessità di partire.

Il Rapporto avverte tuttavia che la riqualificazione ferroviaria, per dispiegare pienamente i suoi effetti, deve integrarsi con una rete stradale più efficiente. Altrimenti il beneficio resta circoscritto ai soli nodi già meglio serviti, ampliando i divari.

Next Appennino e la dimensione infrastrutturale dello sviluppo

Il quadro infrastrutturale si completa con il programma Next Appennino, il piano da 1,78 miliardi di euro finanziato con il Fondo complementare al PNRR che integra ricostruzione e sviluppo economico. La macro-misura finanzia 892 interventi tra digitalizzazione, rigenerazione urbana, infrastrutture e mobilità. Tra i 197 ordini di attivazione autorizzati al 31 maggio 2026, con un aumento del 57,6% rispetto all’anno precedente, una quota significativa riguarda proprio interventi di connettività fisica e digitale.

La connettività digitale è trattata nel Rapporto come componente inscindibile da quella fisica: nei territori del sisma la mobilità deve diventare accesso ai diritti e alle opportunità, e la rete digitale deve estendere servizi e lavoro là dove la distanza pesa di più. In questa prospettiva le infrastrutture del cratere assolvono a tre funzioni convergenti: riparativa, nel ristabilire condizioni minime di sicurezza e percorribilità; abilitante, nel rendere possibile nuova imprenditorialità e attrazione di investimenti; demografica, nel trattenere popolazione e sostenere il progetto di vita di famiglie e giovani.

Le criticità che restano

Il Rapporto non nasconde le criticità strutturali. La ricostruzione pubblica avanza più lentamente di quella privata: al 30 aprile 2026 risultano programmati 3.667 interventi per un valore superiore a 4,85 miliardi di euro, con risorse disponibili che arrivano a 9,4 miliardi, ma il 40% degli interventi si trova ancora nella fase dei cantieri in corso o conclusi soltanto sui più semplici. Sono gli interventi più complessi (municipi, edifici pubblici, chiese, monumenti) a procedere con passo più lento. E le 8.759 famiglie ancora fuori casa, in calo rispetto alle 14.211 del 2022, rimangono il dato sociale più urgente.

Il commissario Castelli, nel presentare il rapporto, ha sottolineato che la ricostruzione dell’Appennino centrale può produrre un aumento di circa 4 miliardi del PIL medio cumulato e circa 15mila nuovi posti di lavoro. Il vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto, in collegamento da Bruxelles, ha ribadito che il modello italiano di integrazione tra ricostruzione e politiche di coesione è un punto di riferimento per la programmazione 2028-2034, che dovrà puntare su maggiore flessibilità e governance capace di integrare trasporti, agricoltura, turismo e sviluppo delle aree interne. Per l’Appennino centrale, costruire strade e riqualificare stazioni non è solo rimettere in piedi ciò che è caduto: è scegliere chi ha il diritto di restare.

Facciamo il punto