Passa al contenuto principale
Seguici su:
Tieniti aggiornato:
Facciamo il punto
Il bluff di Hormuz e il nodo Libano
© Imagoeconomica
29 Giugno 2026

Il bluff di Hormuz e il nodo Libano

I raid USA contro i depositi di droni iraniani, la risposta dei Pasdaran sulla Quinta flotta in Bahrain e il sequestro della nave Ever Lovely riaccendono lo scontro nello Stretto di Hormuz, congelato in extremis prima del vertice di Doha del 30 giugno. Intanto a Beirut il presidente del Parlamento Berri respinge l’accordo con Israele dopo le rivelazioni di Channel 12, mentre l’IDF bombarda il bunker di Hezbollah a Majdal Zoun.
[tn_blockchain_badge]

Il paradosso geopolitico continua a imperversare in Medio Oriente. Se da un lato le delegazioni siglano accordi di non belligeranza, dall’altro le ostilità continuano. Al centro delle contese c’è sempre lui: lo Stretto di Hormuz. Nonostante ci sia stata una firma siglata lo scorso 18 giugno dagli Stati Uniti e dall’Iran, la crisi è esplosa nuovamente. E la causa è la visione totalmente opposta dei due Paesi sul controllo delle rotte marittime che transitano nella porzione di mare posta tra lo stesso Iran e l’Oman. Teheran pretende di monitorare il traffico navale nello stretto, Washington invece vuole la totale e libera navigazione internazionale. 

Botta e risposta

La scintilla è scattata una volta che i militari iraniani hanno intercettato la nave portacontainer Ever Lovely della Evergreen Marine, una compagnia navale di Taiwan, colpevole, secondo Teheran, di viaggiare lungo una rotta non autorizzata vicino all’Oman. La Casa Bianca ha risposto immediatamente bombardando i radar costieri e i depositi di droni iraniani. A questi attacchi sono seguiti quelli dei Guardiani della rivoluzione, che hanno replicato attaccando otto obiettivi militari americani con missili e droni. Tra le basi colpite ci sono due roccaforti statunitensi nel Golfo: la Quinta flotta in Bahrain e Ali Al Salem in Kuwait. 

Prezzi dei materiali aumentati e il vertice di Doha

E di nuovo i due Paesi che si puntano il dito a vicenda. L’Iran accusa il presidente americano Donald Trump di aver violato il memorandum d’intesa e di star cercando di imporre dei corridoi di navigazione alternativi per aggirare il controllo dello Stretto da parte di Teheran, che rivendica invece la gestione esclusiva dello Stretto fino al 17 agosto, ovvero i 60 giorni previsti dai negoziati. Questa situazione estremamente volatile fa male soprattutto ai mercati finanziari: il prezzo del petrolio è nuovamente salito (+0,55%), seguito dal gas (+1,71%) e in più si è registrato un aumento considerevole dei premi assicurativi per le navi mercantili in transito. La situazione sul campo è di stallo puro. Le rotte storiche di transito sono impraticabili per le mine navali presenti nell’insenatura e inoltre i Pasdaran impongono alla manciata di navi in transito di seguire fedelmente delle corsie strettissime a ridosso dell’isola di Larak con la minaccia di pagare pedaggi arbitrari per presunti servizi di sicurezza. L’Iran poi, infastidito dalla situazione generale, ha deciso di respingere un piano dell’ONU e dell’Oman, che proponevano di far evacuare centinaia di navi cargo rimaste intrappolate nel Golfo Persico. Teheran ha definito “inaccettabili” le rotte proposte dall’IMO, l’Organizzazione marittima internazionale. 

USA e Iran, consapevoli che una nuova escalation militare non porterebbe a nessuno dei vantaggi, hanno deciso di congelare i reciproci attacchi. Potere alla diplomazia, con un vertice convocato per martedì 30 giugno a Doha, in Qatar. Un incontro bilaterale che ha come scopo quello di affrontare i nodi strutturali dell’ultimo accordo. Teheran utilizza il blocco e le minacce sullo Stretto per costringere la Casa Bianca a revocare le sanzioni e sbloccare i fondi congelati, Washington, di contro, offre concessioni economiche in cambio della libera navigazione.

Ancora distanza siderale tra Israele e Libano

Se da una parte USA e Iran cercano una tregua armata, l’altra faccia della medaglia meriorientale è una continua polveriera. Tra Israele e Libano stanno per esplodere nuovamente le ostilità. L’accordo quadro, concepito inizialmente per una pace duratura e per imporre lo smantellamento militare di Hezbollah, c’è il rischio che possa naufragare per colpa dei dettagli che sono emersi da un documento riservato. L’emittente israeliana Channel 12 ha infatti svelato i contenuti di un testo che il governo di Beirut aveva chiesto di mantenere segreto proprio per la sua enorme sensibilità politica. Il documento rivela che l’IDF, l’esercito israeliano, non ha nessun obbligo di ritirare le sue truppe dal Libano meridionale entro una data prestabilita. Israele, d’altro canto, potrà condurre operazioni militari ogni volta che individuerà una minaccia concreta. Da Tel Aviv considerano queste condizioni come indispensabili per la propria sicurezza, mentre per Beirut si tratta di una violazione permanente del proprio territorio. Nabih Berri, presidente del Parlamento libanese e leader del partito sciita Amal (alleato di Hezbollah), ha stracciato l’intesa e ha dichiarato che non sarà mai applicata in queste condizioni. 

A dimostrazione della precarietà della tregua, l’IDF, con la sua operazione “Sof Pasuk”, ha distrutto un sito sotterraneo di Hezbollah nel villaggio di Majdal Zoun. Un’area enorme profonda 25 metri, che ospitava un grosso arsenale del “Partito di Dio”. La vendetta non è tardata ad arrivare, con Hezbollah che ha avvertito: “Pronti all’autodifesa”. 

Leggi anche…

Facciamo il punto