
Seveso, a 50 anni dal disastro dell’ICMESA
Erano le 12.37 di sabato 10 luglio 1976, quando, nello stabilimento chimico ICMESA, situato a Meda, nell’allora provincia di Milano e ora di Monza e Brianza, un reattore per la produzione di triclorofenolo perse il controllo della temperatura. Nel giro di pochi minuti la temperatura del reattore salì fino a 500°, trasformando la reazione chimica e generando un’improvvisa e massiccia formazione di TCDD, una varietà di diossina particolarmente tossica. Dalle ciminiere si sprigionò una nube, visibile a occhio nudo, che il vento portò verso Seveso, Meda, Cesano Maderno e Desio. Oggi nell’area più contaminata di Seveso sorge il Bosco delle Querce, un parco diventato simbolo della rinascita di un intero territorio. E in occasione del cinquantesimo anniversario si è tenuta oggi la cerimonia di commemorazione, a cui hanno partecipato anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana.
Il guasto
Il reattore coinvolto era l’A101, situato nel reparto B dello stabilimento, utilizzato per la produzione di triclorofenolo, composto chimico utilizzato come fungicida, battericida e conservante del legno. Per far fronte all’elevata domanda del composto, si decise di aumentarne la produzione, aggiungendo ai 4 cicli produttivi effettuati durante la settimana lavorativa un quinto ciclo, che veniva avviato nelle giornate di venerdì, lasciato in sospeso nel fine settimana e ripreso il lunedì seguente (arrestando volontariamente la lavorazione). Alle 12.37 del 10 luglio 1976 il reattore chimico andò in avaria, consentendo alla temperatura e alla pressione di salire oltre i limiti consentiti. La prima causa di quel guasto fu, probabilmente, l’arresto volontario della lavorazione senza azionare il sistema di raffreddamento della massa.
L’alta temperatura provocò una modifica della reazione, che comportò una massiccia formazione di tetracloro-dibenzodiossina (TCDD), diossina altamente tossica che provoca tumori, gravi danni al sistema nervoso, a quello cardiocircolatorio, al fegato e ai reni. L’elevata pressione raggiunta nel reattore provocò lo scarico del contenuto verso un sistema di sfogo, dove il disco di rottura non sopportò la pressione ed esplose, disperdendo nell’atmosfera il contenuto del reattore.
Le conseguenze
Centinaia di persone, soprattutto bambini, svilupparono la cloracne, una grave dermatosi che sarebbe diventata il segno più visibile dell’esposizione alla diossina. I Comuni di Meda e Seveso furono costretti a evacuare interi quartieri entro fine mese, mentre negli anni successivi gli studi epidemiologici avrebbero rilevato un aumento di alcune patologie tumorali, in particolare linfomi e leucemie nelle zone più contaminate. Sul territorio, il bilancio fu altrettanto duro: la vegetazione appassì, oltre 80mila animali morirono o furono abbattuti per impedire alla diossina di entrare nella catena alimentare, e moltissimi edifici furono infine demoliti perché troppo contaminati per restare in piedi. Fu un danno così esteso da costringere lo Stato a una scelta senza precedenti: concedere una deroga speciale per l’aborto terapeutico alle donne residenti nell’area, in un Paese dove l’interruzione di gravidanza era ancora illegale.
Il Bosco delle Querce, un simbolo di rinascita
Là dove sorgevano gli edifici demoliti e i terreni più contaminati è nato il Bosco delle Querce, costruito letteralmente sopra le vasche di contenimento dei materiali tossici raccolti durante la decontaminazione, un’opera di ingegneria ambientale durata anni, che oggi vale a quell’area il riconoscimento del Marchio del Patrimonio Europeo. È il caso raro di un’infrastruttura di riparazione che diventa essa stessa infrastruttura di paesaggio: le stesse strutture pensate per contenere la contaminazione oggi sostengono un ecosistema che ospita scuole, eventi pubblici e cerimonie di Stato.



