
Il paradosso del mercato finanziario: sempre meno aziende decidono di quotarsi in borsa
Nonostante le tensioni geopolitiche degli ultimi anni, il 2025 è stato l’anno migliore degli ultimi venti per Piazza Affari: l’FTSE MIB (indice che misura la performance di 40 titoli italiani) si è rialzato del 31,5%. Tuttavia, dietro il record si nasconde un paradosso: le società quotate continuano a diminuire, e la Borsa italiana pesa sui mercati globali meno di un decimo di quanto pesi l’economia del Paese. Questo è il quadro che emerge dalla “Relazione annuale” della CONSOB presentata oggi a Roma dal presidente vicario, Chiara Mosca.
Negli ultimi dieci anni le società quotate su Euronext Milan sono scese da 246 a 198, un calo del 20%. E se il PIL italiano rappresenta oltre il 2% di quello mondiale, la capitalizzazione di Borsa pesa appena lo 0,8% di quella globale, una sproporzione che colloca l’Italia molto indietro rispetto a paesi come gli Stati Uniti, dove il rapporto è invertito.
Tra nuove quotazioni e aziende che lasciano: il saldo negativo
A influenzare questo paradosso del mercato finanziario è quello delle nuove quotazioni, chiamate dagli addetti ai lavori IPO (Initial Public Offering): il momento in cui un’azienda privata decide di quotarsi in borsa. È il passaggio che serve alle imprese per raccogliere capitali freschi, senza affidarsi alle Banche, questo in genere è il segno di una fiducia verso l’economia del Paese. Nel 2025 su Euronext Milan, listino principale della Borsa Italiana, non si è quotata nessuna nuova azienda. Se osserviamo le 11 aziende che hanno lasciato il mercato nello scorso anno, questo fa emergere una completa sfiducia nei confronti dell’economia del Paese e una perdita di capitalizzazione di circa 2 miliardi di euro. Leggermente meglio il mercato delle piccole e medie imprese, dove nello stesso anno ci sono state 21 nuove ammissioni, a fronte di 19 revoche. Tuttavia, anche qui, negli ultimi anni il trend ha iniziato a rallentare.
Il rapporto poi, analizza il lungo periodo: dal 2010 a oggi le nuove IPO hanno portato in Borsa complessivamente 91 miliardi di euro di capitalizzazione, contro i 187 miliardi persi per le revoche. In parole semplici: per ogni euro investito, il mercato ne ha persi più di due.

La ricchezza (ferma) delle famiglie italiane
Se le aziende italiane faticano a trovare capitali da investire in Borsa, non è certo perché in Italia manchino soldi, anzi. Il rapporto della CONSOB evidenzia che a metà 2025 le famiglie italiane avevano da parte una ricchezza finanziaria pari a 6.148 miliardi di euro, quasi tre volte il PIL del Paese. Ma il problema è dove vengono tenuti questi soldi.
Dal rapporto emerge che un euro su quattro (il 26% del totale) resta fermo nei conti correnti, nei depositi o in contanti. Rispetto agli Stati Uniti, dove l’11% della ricchezza giace inutilizzata, l’Italia conquista una quota doppia. Guardando ai mercati azionari, solo il 3% del patrimonio delle famiglie italiane è investito in azioni, a fronte del 31% di quelle americane. Il risultato è un cortocircuito: da un lato le imprese non trovano capitali per crescere e quotarsi, dall’altro le famiglie, pur avendo ingenti risparmi, decidono di tenerli fermi invece di investirli nell’economia reale. Questo potenziale, secondo la CONSOB, resta inespresso.
Le soluzioni
Per far fronte a questa problematica, nel 2025 sia Bruxelles che Roma si sono mosse. La Commissione Europea a dicembre 2025 ha varato il Market Integration and Supervision Package (MISP), un pacchetto di riforme che ha lo scopo di rendere i mercati finanziari europei più uniformi tra un Paese e un altro. Questo pacchetto rafforza i poteri dell’ESMA, l’autorità europea dei mercati, che avrà il compito di vigilare direttamente su alcune infrastrutture considerate strategiche.
Parallelamente, l’Italia ha avviato la riforma del Testo Unico della Finanza, legge che regola il funzionamento della Borsa e delle società quotate: con il d. lgs. N. 47/2026 il primo pacchetto di modifiche è diventato legge lo scorso 27 marzo. Tra le novità troviamo procedure più semplici per le PMI che decidono di quotarsi, nuove regole per lo svolgimento delle assemblee societarie e la possibilità, per le aziende quotate, di retrocedere dal mercato principale a quello dedicato alle PMI, senza dover uscire dalla Borsa.
Questi interventi vanno nella direzione giusta ma, secondo l’Autorità di vigilanza, da soli difficilmente risolveranno una tendenza che dura da almeno un decennio.



