
Secondo il MES la resilienza dell’eurozona è sotto pressione
Il Meccanismo Europeo di Stabilità ha pubblicato la prima edizione dell’Euro Area Stability Watch, un rapporto annuale che nasce nell’ambito del mandato di prevenzione delle crisi dell’istituzione con sede in Lussemburgo. La domanda centrale è se la resilienza dell’area euro, dimostrata negli shock dell’ultimo decennio, possa reggere mentre i rischi esterni si intensificano e i margini di bilancio si assottigliano. La risposta è tutt’altro che scontata. “La resilienza dell’area euro non si autoalimenta. In un mondo più incerto dipenderà dalla credibilità, dalla disciplina e dalle scelte politiche di oggi“, ha avvertito il capo economista del MES Rolf Strauch. Due i rischi dominanti individuati dagli analisti: il prolungarsi delle tensioni geopolitiche con una possibile riescalation in Medio Oriente e una brusca correzione dei prezzi degli asset statunitensi, gonfiati dalle attese di utili legati all’intelligenza artificiale.
Recessione e inflazione vicina al 5% nello scenario avverso
Lo scenario di base, allineato alle previsioni di primavera della Commissione Europea, indica per il biennio 2026-2027 una crescita media dell’1,1% e un’inflazione al 2,7%. Se però i due rischi si materializzassero simultaneamente, il quadro cambierebbe radicalmente. Nello scenario avverso la crescita si fermerebbe allo 0,1% medio, con una contrazione del PILdello 0,4% nel 2027, mentre l’inflazione salirebbe al 3,6% medio annuo, sfiorando il 5% nei trimestri di picco. Gli effetti sarebbero duraturi. Gli investimenti crollerebbero del 4,5% rispetto al riferimento, le esportazioni di quasi il 7%, e nel 2035 il PILreale resterebbe ancora circa il 2% sotto il sentiero di base. Il rapporto sottolinea inoltre il ruolo di amplificatore delle vulnerabilità finanziarie, dalle esposizioni verso gli Stati Uniti di fondi e assicurazioni europee alla crescente presenza di investitori sensibili ai prezzi, come gli hedge fund, sui mercati dei titoli di Stato dell’eurozona.
Conti pubblici sotto pressione, la credibilità è decisiva
Sul fronte fiscale l’impatto immediato sarebbe contenuto, attutito paradossalmente dall’inflazione. Nel lungo periodo però il debito pubblico medio dell’area euro salirebbe di circa 20 punti di PIL rispetto alle proiezioni di base, portando quasi tutti i Paesi su traiettorie ascendenti. Gli aggiustamenti richiesti supererebbero in circa metà dei casi quanto storicamente realizzato dai governi. Il messaggio del MES è netto, le regole di bilancio europee comprano tempo e flessibilità solo finché i mercati si fidano della volontà dei governi di rispettarle, e in un contesto di frammentazione politica gli errori possono costare in modo sproporzionato.
La spesa per la difesa può ripagarsi in parte da sola
Il capitolo tematico affronta il riarmo europeo, che per l’eurozona significa circa 45 miliardi di euro aggiuntivi l’anno fino al 2035 per centrare l’obiettivo NATO del 3,5% del PIL. Il costo effettivo, spiega il rapporto, può essere molto inferiore ai numeri di facciata. Se gli acquisti privilegiano fornitori europei e attività ad alta intensità di ricerca e capitale, fino a 53 centesimi di ogni euro speso vengono recuperati nel lungo periodo tramite maggiore crescita e gettito fiscale, contro i 25 centesimi di uno scenario senza ricadute di produttività. Spese concentrate su personale, manutenzione o equipaggiamenti importati generano invece ritorni molto più modesti. La composizione della spesa, conclude il MES, conta quanto la sua dimensione.





