
La BCE guarda alla geopolitica. Le banche italiane corrono sull’euro digitale
A luglio la Banca centrale europea ha lasciato invariati i tassi di interesse, il costo del denaro che regola i prestiti in tutta l’area euro, dopo averli alzati a giugno per contrastare l’inflazione. Questa pausa nelle decisioni sui tassi rischia però di essere solo una tregua. Tra il conflitto in Medio Oriente ancora lontano da una soluzione, il rischio di nuovi dazi e un’inflazione che potrebbe tornare ad alimentarsi attraverso l’energia, la politica monetaria resta legata a doppio filo agli sviluppi geopolitici. Brunello Rosa, economista e amministratore delegato di Rosa & Roubini Associates, indica settembre come mese più probabile per un nuovo intervento sui tassi, con dicembre tenuto aperto come opzione ulteriore. Il ragionamento parte da una lezione già pagata: nel 2022 Francoforte attese troppo, e si trovò poi a rincorrere un’inflazione vicina al 10%. Un aggiustamento troppo aggressivo, oggi, rischierebbe di deprimere una domanda già debole. Anche a Washington la FED si muove sotto pressione politica, segno che l’indipendenza delle banche centrali è ovunque messa alla prova dalla geopolitica.
In questo scenario instabile l’euro digitale, di cui NEXT ha già raccontato l’infrastruttura tecnica e la posta in gioco politica, ha ora anche una lista di nomi. È la prima volta che il progetto smette di essere solo un calendario e diventa un elenco di operatori concreti chiamati a testarlo.
I 36 istituti scelti
La BCE ha selezionato 36 banche e prestatori di servizi di pagamento per il progetto pilota, scelti tra oltre cinquanta candidature. Otto sono italiani: Poste Italiane, Monte dei Paschi di Siena, Isybank di Intesa Sanpaolo, UniCredit, Nexi Payments, Numia, Banca Sella e Satispay, quest’ultima candidata attraverso la controllata lussemburghese. Accanto a loro figurano gruppi europei come Deutsche Bank, Revolut, Stripe, Adyen e Worldline. Il test partirà nella seconda metà del 2027 e durerà dodici mesi, e non coinvolgerà la clientela delle banche, ma il personale della Bce e delle banche centrali nazionali, che potrà pagare con una versione beta dell’euro digitale online, in negozi selezionati e tra privati. Bankitalia, tramite la vicedirettrice generale Chiara Scotti, ha definito la partecipazione italiana la prova di un ecosistema dei pagamenti maturo e pronto a collaborare con l’Eurosistema.
La sperimentazione di Eur.Bank
Nel frattempo il sistema bancario italiano non aspetta Francoforte. Nove tra i principali istituti del Paese, da Intesa Sanpaolo a Banco BPM, da Banca Mps a Crédit Agricole Italia, hanno aderito alla sperimentazione tecnica di Eur.Bank, una stablecoin in euro promossa da Bancomat. A differenza dell’euro digitale, che sarà emesso direttamente dalla banca centrale, una stablecoin è un token digitale emesso da soggetti privati ma ancorato a una valuta esistente, così da mantenerne stabile il valore. Il progetto rientra nel quadro normativo MiCAR, il regolamento europeo che disciplina l’emissione e la vigilanza sulle cripto-attività. Nessuno vuole restare indietro su un’infrastruttura che, secondo la cronaca economica delle ultime settimane, separerà le banche che guidano la transizione digitale dei pagamenti da quelle che la subiscono. In parallelo cresce anche il fronte europeo: il consorzio Qivalis è salito a 37 banche in 15 Paesi, con l’ingresso di Intesa Sanpaolo e Bper accanto a UniCredit e Banca Sella, puntando però ai mercati istituzionali e alla finanza tokenizzata, cioè alla trasformazione di titoli e altri asset finanziari in strumenti digitali scambiabili su registri elettronici condivisi, un ambito diverso dai pagamenti al dettaglio su cui si concentra il progetto della Bce.
Francia e Germania caute
Non tutti corrono alla stessa velocità. Il nodo più delicato riguarda i depositi: Francia e Germania restano più caute sull’euro digitale, temendo che un portafoglio elettronico della banca centrale possa attrarre risparmio sottraendolo alle banche commerciali, un rischio che pesa meno sulle stablecoin, perché la liquidità che le sostiene resta comunque dentro il sistema bancario. Per questo la BCE sta valutando meccanismi e limiti quantitativi all’uso dell’euro digitale, pensati proprio per contenere l’impatto sulla raccolta bancaria. In Italia l’associazione di categoria sostiene il progetto come atto di sovranità digitale, ma chiede che i costi di adeguamento, definiti elevati, vengano distribuiti nel tempo.
Resta una distanza di fondo. Mentre la geopolitica impone decisioni rapide, l’infrastruttura pensata per ridurre la dipendenza monetaria dell’Europa procede su un calendario che si misura in anni. Le banche italiane, per ora, provano a coprirsi su entrambi i fronti: costruire subito l’infrastruttura privata dei pagamenti digitali, e presentarsi pronte quando quella pubblica, tra pilota e prima emissione, diventerà realtà operativa.




