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Acque reflue, un potenziale enorme sfruttato a metà
© Imagoeconomica
1 Settembre 2026

Acque reflue, un potenziale enorme sfruttato a metà

La fotografia di Utilitalia rivela un paradosso: l’Italia produce acqua reflua di ottima qualità, ma ne riutilizza pochissima.

In un Paese che ogni estate fa i conti con un caldo sempre più torrido che provoca continue siccità, meno di un decimo dell’acqua reflua che potrebbe essere recuperata torna davvero utile. È quanto evidenzia l’ultima indagine condotta nel 2025 su un campione di 20 aziende idriche associate e 94 impianti da Utilitalia, Federazione che riunisce le aziende operanti nei servizi pubblici dell’Acqua, dell’Ambiente, dell’Energia Elettrica e del Gas.

I numeri raccontano la distanza tra ciò che si potrebbe fare e ciò che concretamente si fa. Secondo il Blue Book 2023 di Utilitatis, il riuso delle acque reflue depurate potrebbe coprire fino al 45% della domanda irrigua italiana. I dati ARERA contenuti nella Relazione Annuale al Parlamento 2024, indicano che il 17% dei volumi complessivamente depurati sarebbe riutilizzabile. Ma il volume effettivamente sfruttato si ferma a circa il 4% del totale depurato.

L‘aggiornamento più recente, contenuto nel Blue Book 2026 di Utilitalia e Fondazione Utilitatis, va in una direzione preoccupante: il tasso di riuso effettivo delle acque reflue depurate risulta sceso al 3,4%, a fronte di un potenziale tecnico stimato ora al 13,4%. Il rapporto usa un’espressione netta, mutuata dall’UNU-INWEH (l’istituto dell’Università delle Nazioni Unite per acqua, ambiente e salute): “Bancarotta idrica“, condizione in cui il Paese preleva più acqua di quanta riesca a restituirne al sistema. Il problema del riuso si inserisce in un quadro infrastrutturale più ampio: il 37,9% dell’acqua immessa in rete si disperde prima di arrivare a destinazione, la tariffa media familiare è salita a 411 euro l’anno (+7% sul 2025), e la rete idrica nazionale (oltre 324mila km, il 30% dei quali con più di 30 anni di età) mostra segni crescenti di deterioramento nonostante gli investimenti pro-capite siano più che raddoppiati, da 66 euro nel 2021 a un picco di 106 euro nel 2026 grazie al PNRR.

Chi usa l’acqua affinata?

Nel campione Utilitalia, la destinazione finale dell’acqua affinata è per l‘81% l’agricoltura, seguita dall’uso industriale (17%, ad esempio nei lavaggi) e da quello civile (2%). Sul fronte qualità, oltre il 50% del volume complessivo rientra nella Classe A, la più alta prevista dal Decreto Siccità (D.L. 39/2023), che recepisce in via transitoria il Regolamento UE 2020/741. Guardando al numero di impianti anziché ai volumi, la classe più diffusa è però la B: pochi grandi impianti concentrano la maggior parte dell’acqua di qualità alta, mentre la maggioranza si colloca su standard leggermente inferiori.

Un’Italia divisa in due

I dati per regione confermano la disomogeneità: la Lombardia domina con oltre 74 milioni di metri cubi in progettazione e 62 milioni già riutilizzati. All’opposto il Lazio, fermo a poco più di 13mila metri cubi in progettazione e zero riutilizzo effettivo.

Sul fronte tecnologico, per la disinfezione prevalgono le lampade UV (52% degli impianti), seguite da acido peracetico (34%) e ipoclorito di sodio (14%); per la filtrazione, filtri a dischi (37%) e a sabbia (31%). Per raggiungere la Classe A (che consente l’irrigazione di colture consumate crude) le aziende combinano più tecnologie, secondo l’approccio “multi-barriera” indicato dal Regolamento europeo.

Il nodo economico e normativo

Secondo le stime del Blue Book 2024, adeguare l’intero parco impianti nazionale al Regolamento 2020/741 richiederebbe un investimento tra 18 e 21 miliardi di euro, più 35,5 milioni l’anno di spese operative, cifre che vanno da 100mila euro per i depuratori più piccoli fino a 7,2 milioni per quelli di dimensioni maggiori. Una richiesta di risorse pubbliche che il presidente di Utilitalia Luca Dal Fabbro ha rilanciato in occasione del Blue Book 2026, in cui ha richiesto un contributo pubblico di almeno 2 miliardi di euro l’anno per i prossimi dieci anni. Tra gli strumenti proposti per incentivare proprio il risparmio e il riuso, il Blue Book 2026 introduce i “certificati blu“: titoli ispirati a quelli di efficienza energetica, pensati per trasformare il riuso dell’acqua in un valore economico misurabile e premiare chi riduce i consumi.

Resta aperto anche il nodo normativo: il riferimento operativo, il DM 185/2003, è considerato superato e troppo restrittivo per l’uso agricolo. Il Decreto Siccità ha introdotto un regime transitorio semplificato per gli impianti già in esercizio, mentre il DL Ambiente di ottobre 2024 ha introdotto per la prima volta la definizione di “acque affinate”, ampliando il perimetro del Servizio Idrico Integrato.

Facciamo il punto