
Il Sud bloccato dalla protesta dei tir, dal caro gasolio agli scaffali vuoti
Da più di una settimana autotrasportatori e agricoltori bloccano caselli autostradali, porti e strade statali in buona parte del Sud per protestare contro il rincaro del gasolio. Tutto è cominciato domenica 11 ottobre in provincia di Foggia e, nei giorni seguenti, la mobilitazione si è allargata a Calabria, Sicilia, Basilicata e Campania, per poi raggiungere Molise, Abruzzo e Lazio. Gli effetti ormai si vedono ovunque: nei supermercati mancano i prodotti freschi, i distributori restano senza carburante, i raccolti sono a rischio e alcuni stabilimenti hanno dovuto fermarsi perché non arrivano le materie prime. Oggi il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini incontra nella prefettura di Milano le associazioni nazionali di categoria e, nel pomeriggio, i comitati spontanei che guidano gran parte della protesta.
Il gasolio sopra i 2,2 euro
A far scattare la protesta è stata la fine dello sconto fiscale di 6,1 centesimi al litro sul gasolio, scaduto il 6 ottobre. Quel giorno, secondo l’osservatorio del ministero delle Imprese, il diesel self costava in media 2,244 euro al litro, e nei giorni successivi è aumentato ancora. Per gli autotrasportatori, soprattutto per i piccoli padroncini del Sud, il carburante è la prima voce di spesa, già cresciuta dall’inizio della guerra in Medio Oriente. Ad aprile un primo fermo nazionale era stato sospeso dopo la morte di Luigi Nappo, un camionista investito sull’A1 vicino a Caserta mentre organizzava un presidio. Questa volta con i camionisti sono scesi in strada anche gli agricoltori, colpiti dal prezzo del gasolio e, in Puglia, dal calo del prezzo dell’olio. “Abbiamo deciso di non lavorare più e di spegnere l’intera città”, ha detto Vincenzo Pianelli, agricoltore e autotrasportatore di Cerignola, dove dal 12 ottobre i blocchi hanno coinvolto buona parte della popolazione.
Da Cerignola al Lazio
Il primo grande presidio è nato al casello di Poggio Imperiale, sull’A14; pochi giorni dopo, a Taranto, gli operai dell’ex Ilva in sciopero contro la chiusura dello stabilimento hanno bloccato gli accessi alla raffineria ENI, e secondo l’azienda metà delle 300 stazioni Enilive della Puglia è rimasta a secco. Dal 16 ottobre la protesta ha raggiunto la Calabria, dove la Federazione regionale della logistica ha organizzato diciassette presidi tra il porto di Gioia Tauro, l’aeroporto di Lamezia Terme e gli svincoli della A2, e la Sicilia, dove il Comitato trasportatori siciliano ha proclamato il fermo dei mezzi. In Campania sono stati chiusi più volte tratti dell’A30 e dell’A1 ed è stato bloccato un varco del porto di Napoli. Tra domenica e lunedì i tir sono arrivati ai caselli di Frosinone e Ferentino. Già la settimana scorsa Conftrasporto, che definiva le proteste spontanee, aveva avvertito: “Abbiamo notizia che altri trasportatori di altre aree si stanno organizzando per fare blocchi stradali”.
Scaffali vuoti e fabbriche ferme
Secondo Confcommercio Sicilia, in cinque giorni la grande distribuzione e la filiera dei prodotti freschi dell’isola hanno perso tra 40 e 50 milioni di euro. “La situazione è estremamente preoccupante e conferma ancora una volta quanto la Sicilia sia vulnerabile sul piano logistico”, ha detto il presidente Gianluca Manenti. Il pastificio Rummo di Benevento, che non ha mulini propri, ha fermato la produzione perché è rimasto senza semola, mentre La Molisana sta rallentando e usando le scorte. L’associazione dei mugnai Italmopa parla di “assoluta emergenza” per la filiera del grano. In Abruzzo lo stabilimento Stellantis di Atessa ha sospeso la produzione perché non sono arrivati i componenti. Pesanti anche le conseguenze sulla vita quotidiana. Nel Messinese la raccolta dei rifiuti porta a porta è ferma in almeno quindici comuni, in Sicilia le aziende di trasporto pubblico temono di dover ridurre le corse degli autobus e a Cerignola il sindaco ha attivato il centro operativo della Protezione civile. Sono a rischio anche raccolti come le olive Bella di Cerignola e il pomodoro di Pachino.
Il silenzio dei media e la risposta del governo
Per giorni la protesta ha trovato poco spazio nei telegiornali e sulle prime pagine nazionali. Domenica lo ha fatto notare Fiorello, in collegamento con il Tg1. “La luce deve essere accesa anche al Sud”, ha detto, ricordando che i manifestanti “stanno protestando senza spaccare niente”. “Se tu non ci dai voce, lo Stato in pratica silenzia la piazza”, ha detto su La7 il giornalista calabrese Lino Polimeni, intervenuto dal presidio di Lamezia Terme. Salvini ha anticipato a oggi l’incontro previsto in un primo momento per il 27 e ha chiesto “buon senso e rispetto”, sostenendo che “alcuni blocchi stanno danneggiando il lavoro di tanti altri loro colleghi”. Il ministro ha promesso di erogare già da questa settimana 430 milioni stanziati in precedenza e di aggiungere altre risorse. Il Comitato trasportatori siciliano però vuole impegni firmati, perché “Un semplice comunicato o una dichiarazione d’intenti non possono bastare”. Se non arriveranno risposte, in Sicilia il fermo potrebbe andare avanti fino al 27 ottobre.




