
Più pannelli, poco vento e tanto gas. A che punto sono davvero le rinnovabili in Italia
Chi segue le notizie sull’energia può avere a volte l’impressione di leggere due storie opposte visto che, da una parte, ci sono i comunicati che annunciano il nuovo record del fotovoltaico e, dall’altra, i rapporti che parlano di un Paese in ritardo sugli impegni per il clima. L’ultimo, il rapporto che l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile presenta domani alla Camera, sostiene che nel 2025 le rinnovabili hanno coperto appena il 20,5% dei consumi energetici. Negli stessi mesi Terna, il gestore della rete elettrica, certificava che le fonti rinnovabili avevano soddisfatto il 41 per cento della domanda di elettricità. Nessuno dei due dati è sbagliato, la differenza sta in quello che misurano, e capirla è il primo passo per orientarsi in un dibattito in cui la stessa realtà viene raccontata ora come un successo ora come un fallimento.
Elettricità ed energia non sono la stessa cosa
Il 41% si riferisce solo all’elettricità, cioè a una parte dell’energia che il Paese consuma; il 20,5% riguarda, invece, tutti i consumi finali, compresi il gas usato per scaldare le case e far funzionare le fabbriche e i carburanti di auto, camion e aerei. Ed è proprio fuori dalla rete elettrica che la transizione procede più lentamente. Secondo l’Istat, nel 2024 le rinnovabili coprivano il 41,7% del settore elettrico ma solo il 20,2% del riscaldamento e il 10% dei trasporti. Il risultato complessivo era una quota del 19,4%, contro una media europea del 25,2, che colloca l’Italia al diciannovesimo posto nell’Unione, dietro Germania, Francia e Spagna. Il dato del 2025, il 20,5% elaborato dal Servizio studi della Camera sui numeri del GSE (il Gestore dei Servizi Energetici), segna un passo avanti rispetto agli anni precedenti, rimasti tra il 18,9 e il 19,5, ma resta lontano dal 25,3% che il Piano nazionale per l’energia e il clima indicava per lo stesso anno ed è lontanissimo dall’obiettivo al 2030 del 39,4%.
Fonte per fonte
Anche dentro il sistema elettrico le cose non sono così lineari. Nel 2025, secondo Terna, la domanda è stata di 311,3 miliardi di chilowattora e le rinnovabili hanno prodotto circa 128 terawattora, il 2,3% in meno dell’anno prima. Il motivo è l’acqua dato che, dopo un 2024 molto piovoso, l’idroelettrico è sceso del 21,2% fermandosi a 41,4 terawattora e ha perso il primato che deteneva da sempre. Al primo posto tra le rinnovabili è salito il fotovoltaico, con 44,3 terawattora e una crescita del 25% in un solo anno. L’eolico invece è rimasto fermo, con 21,4 terawattora e un piccolo calo, mentre bioenergie e geotermia hanno garantito rispettivamente 15,7 e 5,3 terawattora. La tendenza è proseguita nel 2026: tra gennaio e settembre il solare è cresciuto di un altro 20,5% e l’eolico del 7, ma la domanda elettrica è aumentata del 5,2%, spinta anche dal caldo di settembre, quando i consumi hanno toccato il livello più alto per quel mese dal 2014. Così, nonostante la produzione rinnovabile sia salita, la sua quota sui consumi si è fermata al 42,1%, appena sopra il 2025. Le rinnovabili crescono, insomma, ma devono rincorrere una domanda che cresce a sua volta e un idroelettrico che dipende dal meteo.
Il ritmo che serve
Il PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima) prevede di arrivare nel 2030 a 131 gigawatt di potenza rinnovabile installata, di cui 79,2 di fotovoltaico e 28,1 di eolico ma, a fine settembre 2026, gli impianti in esercizio erano a 88,8 gigawatt, con 48,3 gigawatt di solare e 14 di eolico. Negli ultimi due anni l’Italia ha aggiunto poco più di 7 gigawatt l’anno, quasi tutti fotovoltaici, mentre per centrare il traguardo ne servirebbero circa 10. Il fotovoltaico, con circa 6 gigawatt l’anno, si avvicina al passo richiesto, l’eolico è invece la vera emergenza: nel 2025 sono entrati in funzione circa 600 megawatt, e per raddoppiare la potenza attuale entro il 2030 ne servirebbero più di 3.000 ogni anno, cinque volte tanto. Anche il Piano attribuisce all’elettricità un ruolo decisivo, con un obiettivo di circa il 63% di rinnovabili nella domanda elettrica al 2030, un traguardo che richiede di accelerare proprio mentre i consumi crescono.
Reti, permessi e comunità energetiche
Le ragioni del ritardo sono note e ricorrono in tutti i rapporti: investimenti insufficienti in reti e sistemi di accumulo, un mercato elettrico in cui il prezzo continua a essere fissato dal gas e autorizzazioni lente, spesso bloccate dai conflitti di competenza tra Stato e Regioni, tanto che Confindustria ha chiesto di riportare l’energia tra le materie di competenza esclusiva dello Stato. Secondo Terna, solo otto regioni sono in linea con la tabella di marcia sulle nuove installazioni. Qualcosa si muove sul fronte degli accumuli, che a settembre avevano raggiunto 8,3 gigawatt di potenza e 20 gigawattora di capacità, indispensabili per conservare l’energia del sole e restituirla la sera. Si muove anche la partecipazione dal basso con le comunità energetiche rinnovabili, che il PNRR finanzia con circa 800 milioni di euro, che hanno raccolto secondo il GSE quasi 48mila domande con l’obiettivo di attivare 1,8 gigawatt di nuova capacità. Sono numeri che raccontano un interesse reale dei territori, ma che da soli non bastano a colmare la distanza. Per arrivare al 2030 l’Italia dovrà installare in poco più di quattro anni più potenza rinnovabile di quanta ne abbia aggiunta nell’ultimo decennio, e spingere la transizione anche dove finora si è mossa poco, nel riscaldamento e nei trasporti.




