
Petrodollaro sotto pressione? Il petroyuan avanza, ma non sostituisce
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, da mercoledì messa in pausa per quindici giorni, ha riportato al centro dello scenario globale un nodo spesso sottovalutato: il legame tra energia, finanza e geopolitica. Non solo per il rischio di shock sull’offerta, ma per una dinamica più strutturale che si sta lentamente consolidando: l’uso selettivo di valute alternative al dollaro nel commercio energetico. Scelta tutta di carattere politico. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, non è soltanto un choke point logistico. In condizioni di crisi, diventa una leva sistemica. E dunque anche monetaria.
È in questo spazio che si inserisce il dibattito sul cosiddetto “petroyuan”. Secondo diverse ricostruzioni, Teheran ha iniziato a richiedere il pagamento di alcune tariffe di transito nello stretto in yuan, mentre Pechino ha rafforzato il proprio ruolo di acquirente dominante del greggio iraniano, spesso regolato nella valuta cinese. Il messaggio è politico prima ancora che economico: ridurre la dipendenza dal dollaro e, con essa, l’esposizione alle sanzioni statunitensi.
La convergenza tra Teheran e Pechino e la resistenza del dollaro
Per Iran e Cina si tratta di un’operazione convergente. Teheran cerca margini di manovra per aggirare un sistema finanziario dominato da Washington. Pechino, che ha fatto le dovute pressioni su Teheran per raggiungere la tregua last-minute, prosegue nel tentativo di internazionalizzare il renminbi e costruire un sistema commerciale più autonomo. Non a caso, il rafforzamento di questi meccanismi si inserisce nel quadro più ampio della cooperazione strategica tra i due Paesi, formalizzata nel partenariato venticinquennale del 2021.
Eppure, parlare di una vera e propria sfida sistemica al petrodollaro è, allo stato attuale, prematuro. I numeri restano inequivocabili. Circa l’80% delle transazioni petrolifere globali continua a essere denominato in dollari. Nelle riserve valutarie internazionali, il biglietto verde rappresenta ancora circa il 57%, contro una quota intorno al 2% per lo yuan. Anche nei pagamenti transfrontalieri, la valuta cinese rimane marginale, pur in crescita. Addirittura, anche nel riequilibrio lungo Hormuz che la tregua sembra poter costruire, si parla di dollari: Teheran potrebbe infatti ottenere di ricevere una tassa di passaggio lungo Hormuz pari a un dollaro al barile, sebbene pagato in criptovalute.
Il limite non è solo quantitativo dunque, ma strutturale. Il renminbi non è pienamente convertibile, è soggetto a controlli sui capitali e si inserisce in un sistema finanziario percepito come meno trasparente e prevedibile rispetto a quello statunitense. Il dollaro, al contrario, non è semplicemente una valuta: è un ecosistema globale che integra mercati finanziari profondi, strumenti di copertura, infrastrutture di pagamento e un livello di fiducia istituzionale difficilmente replicabile nel breve periodo.
Erosione selettiva e circuiti paralleli
Questo non significa che nulla stia cambiando. Al contrario, il fenomeno più rilevante è proprio nella sua gradualità. Più che una sostituzione, si osserva una dinamica di erosione selettiva. L’uso dello yuan in specifiche transazioni energetiche, soprattutto in contesti politicamente sensibili o soggetti a sanzioni, contribuisce a normalizzare alternative al dollaro tra Paesi che sentono la necessità di costruire una governance internazionale alternativa a quella occidente-centrica. Non si tratta di “de-dollarizzazione” globale, ma di una progressiva regionalizzazione del sistema. In questo schema, emergono circuiti paralleli che coesistono con quello dominante.
La Cina, forte della sua posizione come principale hub manifatturiero globale, è uno dei pochi attori in grado di sostenere questi circuiti offrendo ai partner non solo un mercato di sbocco per le materie prime, ma anche un sistema completo di approvvigionamento industriale. L’Iran, dal canto suo, sembra utilizzare Hormuz come uno strumento di leva selettiva. Più che chiudere lo stretto per sempre, mira a gestire l’accesso, premiando partner strategici e trasformando il transito in uno strumento di negoziazione. In questo contesto, la valuta diventa una componente della trattativa: un mezzo per ridurre la vulnerabilità finanziaria, non un fine in sé.
Prospettive future e il ruolo dell’Europa
Il vero punto di svolta, semmai, non dipenderà da Teheran o Pechino, ma dal Golfo. Il sistema del petrodollaro nasce negli anni Settanta dall’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita, fondato su uno scambio tra sicurezza e denominazione in dollari del petrolio. Senza un cambiamento in questo equilibrio, è difficile immaginare una trasformazione strutturale del sistema monetario energetico, visto il ruolo dominante del Golfo. Nel breve periodo, quindi, il dollaro resta dominante. Ma il suo monopolio appare meno incontestato. Nel medio-lungo termine, molto dipenderà dall’evoluzione del contesto geopolitico. Un rafforzamento dell’asse tra economie emergenti, con un ruolo centrale anche della Russia (viste le capacità produttive e il peso nel sistema OPEC+), o una crescente percezione di vulnerabilità legata all’uso politico delle sanzioni, potrebbe incentivare altri Paesi a diversificare. Al contrario, un consolidamento della posizione statunitense rafforzerebbe lo status quo.
Per l’Europa, la questione è meno teorica di quanto sembri. La crisi di Hormuz evidenzia una vulnerabilità strutturale: la dipendenza da rotte energetiche e infrastrutture finanziarie globali non controllate da Bruxelles. In questo contesto, rafforzare il ruolo internazionale dell’euro, diversificare le fonti energetiche e investire nella sicurezza marittima non sono opzioni strategiche, ma necessità. Il “petroyuan”, oggi, non sostituisce il petrodollaro. Ma contribuisce a ridefinire il contesto in cui esso opera. Non è la fine di un sistema. È l’inizio di una sua trasformazione in una dimensione frammentata, dove il potere monetario si gioca sempre più lungo le linee della competizione internazionale e della geopolitica.





