
Libia, energia e stabilizzazione: la nuova convergenza tra Italia e Stati Uniti
C’è un dettaglio passato come meno centrale nelle dichiarazioni seguite all’incontro tra Giorgia Meloni e Marco Rubio a Palazzo Chigi. Tra i vari dossier affrontati con il segretario di Stato statunitense, la presidente del Consiglio ha citato anche la Libia e la necessità della sua stabilizzazione. Non è un riferimento banale. Per anni Washington ha mantenuto un coinvolgimento intermittente e spesso secondario nel dossier libico, lasciando agli europei e ad altro partner regionali (Egitto, Emirati Arabi Uniti e Turchia su tutti) il compito di gestire relazioni politiche, interessi, crisi migratoria nel Mediterraneo centrale e penetrazioni di attori ostili (come la Russia). Oggi, però, qualcosa sembra cambiare.
Il tema emerge proprio mentre Roma accelera il proprio attivismo nel paese nordafricano. Nei giorni scorsi, mentre un importante impianto energetico destinato ai giacimenti offshore libici lasciava il porto di Ravenna diretto verso la Libia – a Palazzo Chigi, Meloni riceveva il primo ministro Abdul Hamid Dbeibeh. Energia e diplomazia si sono mosse ancora una volta in parallelo. Poche ore dopo dell’incontro con il libico, dall’ufficio della premier passava il capo della diplomazia americana.
Il dossier energetico
Dietro questa dinamica c’è soprattutto la centralità crescente del dossier energetico, tornato cruciale con il blocco di Hormuz. In un contesto segnato dalle tensioni regionali e dall’incertezza sulle rotte marittime globali, il gas libico e il gasdotto GreenStream tornano ad assumere per l’Italia un valore strategico che va oltre la semplice cooperazione commerciale. Roma considera sempre più la stabilità della Libia una componente della propria sicurezza energetica nazionale.
È qui che entra in gioco la dimensione americana. Secondo diverse ricostruzioni circolate nelle ultime settimane, gli Stati Uniti stanno sostenendo un percorso di accomodamento tra i principali centri di potere libici, nel tentativo di favorire una stabilizzazione pragmatica del paese. Più che puntare su una rapida transizione democratica, Washington sembra interessata a consolidare un equilibrio sufficientemente stabile da garantire sicurezza energetica, limitare l’influenza russa e contenere l’instabilità crescente nel Sahel.
Quattro dimensioni strategiche
La Libia, del resto, è tornata centrale in almeno quattro dimensioni strategiche: energia, sicurezza mediterranea, contenimento della Russia in Africa e, collegata, proiezione verso il Sahel – dove è in corso un nuova fase di caos, con il rischio che la regione diventi la roccaforte del terrorismo globale. In questo contesto l’Italia appare sempre più come il principale vettore occidentale sul terreno libico: il paese che dispone delle relazioni politiche più profonde, della presenza economica più radicata e della maggiore esposizione diretta alle conseguenze dell’instabilità. Su tutto, Roma dispone di credibilità, immagine accettata dai libici (come da altre collettività africane), virtù che ora entra anche in gioco nel continuo dialogo con Washington – in un percorso condiviso anche con la Turchia, l’altro grande attore ormai radicato in Libia.
Flintlock 2026 e l’equilibrio possibile
Anche sul piano securitario emergono segnali nuovi. Ad aprile, per la prima volta dalla caduta di Gheddafi nel 2011, forze americane e italiane hanno preso parte a manovre terrestri in Libia nell’ambito dell’esercitazione Flintlock 2026 guidata dal Comando Africa del Pentagono (Africom). Nello stesso periodo, le forze affiliate ai governi rivali libici hanno partecipato ad attività addestrative congiunte. Sono elementi che suggeriscono un tentativo di costruire almeno un coordinamento minimo tra i diversi attori armati del paese.
Tutto questo non significa che la Libia stia davvero uscendo dalla sua frammentazione. Il paese resta diviso tra Tripolitania e Cirenaica, attraversato da milizie, influenze esterne e istituzioni deboli. Ma proprio questa fragilità spinge oggi Italia e Stati Uniti verso una strategia sempre più pragmatica. L’obiettivo non sembra essere la soluzione definitiva dell’annosa crisi, quanto piuttosto la costruzione di un equilibrio sufficientemente stabile – tecnicamente accettato dalle Nazioni Unite – da proteggere interessi energetici, contenere le pressioni migratorie e impedire che il Mediterraneo centrale diventi un ulteriore spazio di penetrazione di attori rivali.







