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Hormuz, uno shock globale che ha rivelato la fragilità energetica europea
© Imagoeconomica
10 Aprile 2026

Hormuz, uno shock globale che ha rivelato la fragilità energetica europea

La crisi dello Stretto di Hormuz rappresenta l’ennesimo stress test per il sistema energetico globale. Da questo snodo strategico transitano circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto (GNL) a livello mondiale e la sua parziale chiusura ha già prodotto un’impennata dei prezzi e una crescente instabilità sui mercati, solo in parte mitigata dalle prospettive di una parziale riapertura dopo l’annuncio dell’avvio del negoziato in Pakistan fra USA e Iran.

L’arresto dei carichi di gas e petrolio provenienti dal Golfo sta avendo impatti drammatici su molti paesi asiatici, che assorbono la grandissima maggioranza delle commodities che attraversano Hormuz. In diversi paesi, quali India, Filippine, Thailandia o Vietnam, le conseguenze sono già visibili e, in molti casi, drammatiche, con razionamenti, chiusure industriali, aumento vertiginoso dei costi e misure straordinarie di contenimento dei consumi. Interi settori produttivi, dalla ceramica indiana all’agricoltura del Sud-Est asiatico , sono stati costretti a fermarsi. Una crisi energetica “reale”, che colpisce direttamente la disponibilità fisica di combustibili.

L’Europa e la vulnerabilità silenziosa

L’Europa, che è meno dipendente dal Golfo, affronta una crisi più sottile ma non meno insidiosa. Le importazioni di gas dal Qatar coprono appena il 4% della domanda di gas europea mentre gran parte dell’export di petrolio dal Golfo è destinato all’Asia. Quindi, a differenza della crisi del 2022 innescata dall’invasione russa dell’Ucraina, non esiste un rischio immediato di interruzione delle forniture. Ciononostante, la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili si traduce in una significativa vulnerabilità economica. Una riduzione dell’offerta globale comporta infatti effetti sistemici sul mercato internazionale del GNL e del petrolio, generando una competizione più aggressiva tra acquirenti. In questo contesto, l’Europa si trova a dover pagare prezzi più elevati per assicurarsi forniture alternative. È qui che emerge la nostra fragilità strutturale: non controllando né i flussi né i prezzi, dipendiamo da un mercato globale altamente interconnesso e da decisioni geopolitiche completamente esogene. Secondo uno studio di Bruegel, se i prezzi del gas dovessero raddoppiare, la bolletta energetica europea aumenterebbe di circa 100 miliardi di euro in un anno. A ciò si aggiunge la dinamica del petrolio il cui mercato, ancora più globale, trasmette immediatamente ogni shock ai consumatori, siano essi famiglie o imprese. L’aumento dei prezzi energetici comporta pressione inflazionistica, riduzione del potere d’acquisto, rallentamento della crescita fino al rischio di recessione: l’energia è il primo canale attraverso cui la geopolitica si trasmette all’economia reale. In questo contesto, in uno scenario caratterizzato da navi ferme, carichi deviati, mercati in attesa degli sviluppi diplomatici, l’Europa resta spettatrice, senza strumenti di intervento se non politiche di mitigazione.

La diversificazione non basta

Negli ultimi anni, dopo lo shock russo, l’UE ha compiuto uno sforzo significativo di diversificazione, aumentando le importazioni di GNL, in particolare dagli Stati Uniti, che oggi rappresentano circa due terzi del totale. E, ragionevolmente, la Commissione sembra orientata ad allentare alcuni dei vincoli che gravano oggi sugli importatori in modo da allargare per quanto possibile la platea di fornitori globali. Tuttavia, questa stessa strategia espone il continente alla competizione globale per le forniture. In caso di crisi prolungata, una quota crescente di GNL americano potrebbe essere deviata verso l’Asia, disposta a pagare prezzi più alti pur di garantire la sicurezza energetica. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di rigidità: le limitate possibilità di diversificazione. Le nuove capacità di esportazione globale sono insufficienti nel breve periodo, mentre le alternative via tubo sono problematiche: l’idea di un ritorno al gas russo, oltre a essere politicamente controversa, riprodurrebbe le stesse vulnerabilità che l’Europa ha cercato di superare.

Non ci sono soluzioni immediate

Le leve esistono, ma sono interne e di medio-lungo periodo: riduzione della domanda di gas, accelerazione delle rinnovabili, elettrificazione dei consumi, maggiore integrazione fisica dei mercati, misure coordinate di efficienza e utilizzo delle risorse a livello europeo. E, su tempi ancora più lunghi, un rilancio a livello continentale del nucleare, fonte il cui contributo al mix elettrico si è più che dimezzato a partire dagli anni ’90. Paesi come la Spagna, che sono riusciti a ridurre la dipendenza dal gas nella generazione elettrica grazie alla crescita di eolico e solare, vedono prezzi più bassi e meno permeabili agli shock globali. Economie come quella italiana, che usano il gas come fonte principale per la produzione di elettricità, subiscono il contagio della volatilità nel prezzo del gas anche sulle bollette elettriche. La crisi attuale ci ricorda una realtà già nota: diversificare le fonti è necessario ma non basta a garantire la sicurezza energetica se non si riduce strutturalmente la dipendenza dai combustibili fossili. Altrimenti, ogni nuova crisi imporrà all’Europa di pagare il prezzo di decisioni prese altrove.

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