
Occhi puntati su Islamabad: la tregua scade domani e l’Iran non si siede al tavolo
La giornata di domenica 19 aprile si è chiusa con un evento destinato a complicare ulteriormente una trattativa già in bilico: gli Stati Uniti hanno dichiarato di aver attaccato e sequestrato una nave da carico battente bandiera iraniana, la Touska, lunga quasi 275 metri, che secondo Washington aveva tentato di eludere il blocco navale nei pressi dello Stretto di Hormuz. Si tratta del primo caso di intercettazione da parte della Marina statunitense dall’avvio del blocco dei porti iraniani. Il Brent ha reagito immediatamente, salendo del 7,3% a 96,94 dollari al barile. Il tempismo è tutt’altro che casuale: il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran scade il 21 aprile e, a poche ore da quella scadenza, la tensione ha raggiunto uno dei livelli più alti dall’inizio del conflitto. Trump, annunciando il sequestro, ha ribadito le sue minacce: ha avvertito che “se l’Iran non accetterà l’accordo, distruggeremo ogni singola centrale elettrica e ogni singolo ponte in Iran”, aggiungendo di sperare comunque di riuscire a raggiungere un’intesa.
Il caos diplomatico di Islamabad
Sullo sfondo del sequestro navale, il quadro negoziale si è avvitato in una spirale di dichiarazioni contraddittorie. Trump ha annunciato l’invio di una nuova delegazione in Pakistan per il secondo round di negoziati, guidata ancora dal vicepresidente JD Vance affiancato dagli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner. Teheran, però, non ha confermato la propria partecipazione. L’agenzia di stampa statale Irna ha elencato le motivazioni del rifiuto: “richieste eccessive di Washington, aspettative irrealistiche, continui cambi di posizione, ripetute contraddizioni e il blocco navale in corso”. I Pasdaran sono stati ancora più espliciti: Tasnim, l’agenzia affiliata al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, ha precisato che nessun colloquio avrà luogo finché rimarrà in vigore il blocco navale statunitense. Eppure, in serata, fonti iraniane vicine ai negoziati hanno riferito alla CNN che una delegazione di Teheran arriverà martedì in Pakistan, composta come nel primo round dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, con l’aspettativa che mercoledì venga annunciata una proroga del cessate il fuoco. Il quadro che emerge è quello di un negoziato condotto su più binari, spesso in contraddizione fra loro: dichiarazioni pubbliche bellicose che convivono con canali diplomatici sotterranei ancora attivi.
Hormuz, il nodo che non si scioglie
Al centro di tutto resta lo Stretto di Hormuz. Centinaia di navi restano ferme alle estremità dello stretto, in attesa di autorizzazione al transito. Circa un quinto del commercio mondiale di petrolio passa attraverso Hormuz, insieme a forniture essenziali come gas naturale e fertilizzanti. La BBC ha confermato che il traffico è ancora completamente bloccato e nessuna nave è in transito. Gli Stati Uniti hanno inviato droni marini per ripulire lo stretto dalle mine. Sul fronte iraniano, i Pasdaran hanno nel frattempo sfruttato la tregua per riorganizzarsi e, sempre nella giornata di domenica, le Guardie rivoluzionarie hanno dichiarato apertamente di star ricostruendo missili e droni durante il periodo di cessate il fuoco. I nodi del negoziato restano tre, inconciliabili finora: la riapertura dello Stretto, il destino di quasi 400 chili di uranio altamente arricchito e la richiesta iraniana di sbloccare circa 27 miliardi di dollari di asset congelati all’estero. Sull’uranio la distanza è abissale: Washington chiede una moratoria di vent’anni sull’arricchimento, mentre gli iraniani offrono al massimo una sospensione di cinque anni. Le tre opzioni sul tavolo per le prossime ore sarebbero: un accordo che trasformi la tregua in pace, una proroga del cessate il fuoco mentre i negoziati continuano, oppure la ripresa dei bombardamenti.






