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Medio Oriente sospeso: due tregue e mille incognite
© Imagoeconomica
17 Aprile 2026

Medio Oriente sospeso: due tregue e mille incognite

Con un cessate il fuoco di dieci giorni in Libano e una tregua USA-Iran in scadenza il 22 aprile, la regione vive ore decisive. Ma i nodi irrisolti restano tutti sul tavolo.

Dalla sera di giovedì 17 aprile è entrato in vigore un cessate il fuoco di dieci giorni tra Israele e il governo libanese, mediato dagli Stati Uniti e annunciato personalmente da Donald Trump con un post sul social Truth dopo telefonate ravvicinate con il presidente libanese Joseph Aoun e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. A Beirut, e in particolare nella periferia sud dove Hezbollah ha una presenza radicata, la notizia è stata accolta con fuochi d’artificio e colpi di celebrazione sparati in aria. La tregua, che scade il 26 aprile, secondo il Dipartimento di Stato americano è pensata per consentire negoziati verso un accordo permanente di sicurezza tra i due Paesi. Ma lo stesso annuncio lampo con cui Trump l’ha imposta rivela quanto sia stata controversa: secondo varie ricostruzioni giornalistiche, Netanyahu avrebbe preferito continuare le operazioni militari ed è stato messo davanti al fatto compiuto dal suo alleato americano.

Una tregua dentro l’altra

Questo secondo cessate il fuoco si inserisce in un quadro già molto instabile, quello della tregua tra Stati Uniti, Israele e Iran, annunciata l’8 aprile con la mediazione del Pakistan dopo quaranta giorni di attacchi che avevano spinto la regione sull’orlo di una guerra più ampia. Il cessate il fuoco in Libano era stato fin dall’inizio una delle condizioni poste da Teheran come prerequisito per qualsiasi accordo con Washington, e la sua esclusione dal primo accordo aveva generato tensioni immediate: Israele aveva continuato a bombardare il Libano, e l’Iran aveva risposto bloccando nuovamente il traffico nello stretto di Hormuz. Negli ultimi giorni prima della tregua libanese, l’esercito israeliano dichiarava di aver colpito oltre 380 obiettivi di Hezbollah nel sud del Paese nell’arco di ventiquattro ore, mentre il bilancio delle vittime libanesi dall’inizio di marzo aveva superato quota 2.196.

I nodi tra Washington e Teheran

Il fronte diplomatico più caldo resta però quello tra Washington e Teheran. L’11 aprile il vicepresidente Vance, l’inviato speciale Witkoff e Jared Kushner erano arrivati a Islamabad per colloqui diretti con la delegazione iraniana, che includeva il ministro degli Esteri Araghchi e il presidente del parlamento Ghalibaf. I negoziati, durati circa venti ore tra sabato e domenica, non hanno prodotto un accordo: Vance ha detto che gli iraniani si erano avvicinati alle posizioni americane, ma non abbastanza. Araghchi ha parlato di parti “a pochi centimetri” da un’intesa, salvo poi scontrarsi con quello che ha definito un irrigidimento dell’altra parte. I nodi principali restano gli stessi dall’inizio: gli USA vogliono lo stop all’arricchimento dell’uranio per almeno vent’anni e la piena riapertura di Hormuz; l’Iran chiede garanzie di sicurezza, revoca delle sanzioni e riconoscimento della propria sovranità sullo stretto. Pakistan e Turchia stanno lavorando per organizzare un secondo round di colloqui diretti prima della scadenza della tregua, fissata al 22 aprile.

Le condizioni che Israele impone al Libano

L’accordo si fonda su un memorandum in sei punti. Beirut si impegna ad adottare misure concrete per impedire a Hezbollah e a tutti gli altri gruppi armati non statali di compiere attacchi contro obiettivi israeliani, e le forze di sicurezza libanesi vengono riconosciute come unico garante della sovranità e della difesa nazionale del Libano, escludendo esplicitamente qualsiasi altro Paese o gruppo da quel ruolo. Netanyahu ha precisato che durante i dieci giorni le truppe israeliane rimarranno schierate in una zona di sicurezza rafforzata nel sud del Libano, larga circa dieci chilometri dal Mediterraneo al confine siriano, e ha posto due condizioni fondamentali per qualsiasi accordo duraturo: il disarmo completo di Hezbollah e una pace formale tra i due Stati. Israele mantiene intanto il diritto di adottare tutte le misure necessarie per l’autodifesa, pur impegnandosi a non condurre operazioni offensive contro obiettivi libanesi via terra, aria o mare per la durata della tregua.

Scadenze ravvicinate, scenari incerti: il rischio del domino al contrario

Gli scenari restano aperti e per nulla scontati. Trump ha dichiarato che un accordo con Teheran è “molto vicino” e che nuovi colloqui potrebbero riprendere a Islamabad già questo fine settimana. Ma l’ottimismo del presidente americano si scontra con la realtà di un negoziato ancora lontano dall’approdo. Gli esperti militari americani hanno avvertito che l’Iran conserva ancora migliaia di missili e droni d’attacco nonostante la campagna di bombardamenti, e che le milizie sciite finanziate da Teheran hanno condotto centinaia di attacchi contro le forze USA dall’inizio del conflitto. Sul fronte libanese, la tregua di dieci giorni è accolta con sollievo dalle popolazioni civili, ma la sua tenuta dipende da variabili difficilmente controllabili: la volontà di Hezbollah di rispettarla, la pressione interna israeliana per riprendere le operazioni, e soprattutto l’esito delle trattative con l’Iran, da cui il dossier libanese non può essere separato. Il rischio concreto è che, senza progressi reali entro fine aprile, entrambe le tregue si sgretolino trascinandosi dietro la finestra diplomatica più favorevole degli ultimi mesi.

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