
Neom e Dubai, le cattedrali nel deserto penalizzate da Hormuz
La situazione di stallo (non proprio alla messicana) tra Iran e Stati Uniti sta avendo delle ripercussioni su tutto il Golfo. Il collo di bottiglia del Medio Oriente ha messo in difficoltà il mercato globale, tra impennate generali dei prezzi e un contesto per niente florido per gli affari. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha trasformato il corridoio logistico in un’area a rischio, che ha fatto lievitare i prezzi delle polizze assicurative sui cantieri strategici e ha messo a rischio le infrastrutture dell’area. Chi ne risente soprattutto sono gli Stati limitrofi, soprattutto Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che giorno dopo giorno sperano che questa guerra possa finire quanto prima per riprendere gli affari a pieno regime,
Con le rotte marittime deviate il costo dei materiali da costruzione è aumentato del 30%, rendendo obsoleti i piani finanziari di fondi d’investimento enormi come il Public Investment Fund (PIF). Il colosso saudita si è ritrovato a fronteggiare un deficit di finanziamento strutturale, vista la limitata possibilità di spesa (15 miliardi nell’anno corrente rispetto ai 50 del 2025) e si è dovuto ridimensionare. Da qui le decisioni dei governi di Riyadh e Abu Dhabi di ridimensionare i loro progetti, come l’ampliamento di Neom, città futuristica saudita o gli investimenti immobiliari di Dubai.
Neom, un caso più unico che raro
Nel 2017 la annunciò in pompa magna il principe Mohammed bin Salman, nel 2026 è stata fortemente ridimensionata. La città di fondazione Neom nacque nove anni fa come il manifesto di Saudi Vision 2030, un programma promosso dal regno per ridurre la propria dipendenza dal petrolio e diversificare il settore economico. Un progetto con costi stimati intorno ai 500 miliardi di dollari (decuplicati post Hormuz), esteso su 26.500 km² nella provincia di Tabuk. Un’area enorme: per intenderci, più estesa della Sicilia. Concepita per operare al di fuori dei sistemi giudiziari e fiscali statali e alimentata al 100% da energie rinnovabili, il fulcro di Neom è “The Line”, una città lineare lunga circa 170 km.

Un’impostazione adatta alle nuove tecnologie, che però si è scontrata con l’instabile clima geopolitico. Nel 2026 l’enorme cantiere è stato ridotto notevolmente, si è passati letteralmente dalla megalopoli alla cattedrale nel deserto. I lavori che verranno completati entro il 2030 sono racchiusi in appena 2,4 chilometri per colpa della già citata crisi di liquidità che ha colpito il fondo PIF post-guerra in Iran. Da bin Salman è arrivato l’ordine di una selezione naturale dei cantieri: solo le infrastrutture funzionali all’economia del regno sopravvivono ai tagli.
The Line e Trojena, cambio di marcia
Con il deficit saudita al 3,3% del PIL e i costi di protezione anti-drone che pesano per il 7% sugli appalti, il Regno ha imposto una gerarchia brutale: tutto il cemento e capitali statali vengono drenati dal deserto del Tabuk verso Riyadh per Expo 2030 e i Mondiali 2034.
L’esempio perfetto che fotografa la difficoltà economica araba è la recessione del contratto da 4,7 miliardi da parte di PIF per un appalto assegnato alla multinazionale italiana Webuild, specializzata in costruzioni. L’azienda avrebbe dovuto costruire tre dighe in una delle roccaforti di Neom, Trojena. Pensata per essere la prima destinazione sciistica all’aperto in Arabia Saudita e votata all’unanimità come sede dei X Giochi asiatici invernali del 2029, non si farà più. Una ritirata ufficiale dal 29 marzo, che coinvolge non solo Webuild, ma anche altri colossi come Eversendai, holding malese specializzata nell’acciaio che ha contribuito alla costruzione anche del Burj Khalifa di Dubai e delle Petronas Twin Towers di Kuala Lumpur.

Tra le grandi aziende che non parteciperanno più alla costruzione di Neom, ci sono anche Samsung e Hyundai. Avevano tra le mani un contratto da 1 miliardo di dollari per i tunnel ferroviari ad alta velocità sotto The Line. Anche per loro è scattata la clausola di recesso e, vista la riduzione dell’opera, il lavoro della cordata sudcoreana è diventato pressoché inutile. Neom quindi ha adottato un aspetto più camaleontico: discostata dall’estetica della città hi-tech, ha abbracciato un approccio più pratico dedicato a data center, risorse idriche e portualità. Un hub più piccolo, concentrato sulla polifunzionalità, che ha saputo sacrificare il sogno avveniristico per garantire la propria sopravvivenza finanziaria.
Dubai, la città degli investimenti milionari rallenta
Oltre a Neom, il prezzo di Hormuz lo sta pagando caro anche Dubai. La città emiratina è estremamente vicina alla linea del fronte e sta attraversando un momento di saturazione del mercato immobiliare. Una grande ondata di consegne di immobili ultimati, circa 120mila unità nel 2026, che si scontra con una scarsa domanda internazionale. Fitch Ratings, agenzia di valutazione leader del settore, conferma una contrazione dei prezzi del 15%. Un campanello d’allarme per il modello di vendita di edifici non ancora costruiti, che sostiene le infrastrutture cittadine. Oppure basti pensare al prezzo dell’acciaio strutturale, aumentato del 40% a causa dei costi di trasporto e costretto a passare via terra dall’Oman.

Questa riduzione dei flussi turistici causata dalle restrizioni dello spazio aereo non sta aiutando le tasche dell’economia della città asiatica preferita dai milionari: la liquidità dei costruttori locali è sotto pressione e sta portando al rallentamento di progetti giganti come il rilancio di Palm Jebel Ali.
Il “fattore Hormuz”
Il blocco in Iran sta agendo da deterrente: l’instabilità dello Stretto proietta un’ombra di incertezza che ha già provocato una contrazione del 12% degli investimenti diretti esteri nel mercato del real estate locale, secondo i dati del UNCTAD World Investment Report. I capitali cercano lidi più sicuri (Batumi, Marbella e Cipro) e mercati meno esposti. Il mito dell’invulnerabilità del Golfo è sotto scacco matto dalla chiusura dello stretto iraniano.








