
Perché l’Italia vuole sospendere il Patto di stabilità (e perché la UE dice no)
La guerra in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno fatto impennare i prezzi del petrolio e del gas, rimettendo al centro del dibattito europeo una domanda che pareva archiviata: i vincoli di bilancio del Patto di stabilità sono compatibili con un’emergenza energetica di questa portata? Per l’Italia, la risposta è diventata sempre più urgente. Il prezzo del gas, che nei giorni scorsi oscillava intorno ai 40 euro per megawattora, è ben lontano dagli 80 del periodo pre-Ucraina. L’inflazione rischia di ripartire, la crescita è già stata rivista al ribasso, la Banca d’Italia prevede un PIL fermo allo 0,5% nel 2026, con il rischio concreto di zero in caso di crisi prolungata, e il governo si trova con pochissimi margini di manovra.
Quando si può derogare al Patto?
Il Patto di stabilità e crescita, riformato nel 2024, prevede che i Paesi membri mantengano il deficit al di sotto del 3% del PIL e seguano una traiettoria di riduzione del debito. Chi sfora finisce in procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, con vincoli supplementari sulla spesa primaria. Esistono però due valvole di sicurezza. La prima è la clausola di salvaguardia generale: può essere attivata in caso di grave recessione economica che coinvolga l’intera area euro o l’UE nel suo complesso. È quella usata nel marzo 2020 per il Covid. La seconda è la clausola di salvaguardia nazionale, che permette ai singoli Paesi di deviare temporaneamente dalla traiettoria prevista. C’è però un problema: questa clausola non può essere attivata da chi è ancora in procedura di infrazione per deficit eccessivo. Il che esclude l’Italia dalla seconda opzione, almeno finché non uscirà dalla procedura.
Il verdetto di Eurostat del 22 aprile 2026 ha reso questo nodo ancora più stretto: il rapporto deficit/PIL dell’Italia per il 2025 si è attestato al 3,1%, confermando la permanenza nella procedura per disavanzo eccessivo almeno fino al 2027. Un decimale sopra la soglia, ma sufficiente a precludere l’accesso alla flessibilità sulla difesa e a complicare ogni negoziato con Bruxelles.
Meloni: “Serve coraggio”
Al vertice informale di Cipro del 23-24 aprile, la premier Giorgia Meloni ha scelto il confronto diretto con Bruxelles. Il messaggio è stato chiaro: il piano della Commissione per rispondere alla crisi energetica “è un passo avanti ma non è sufficiente”, e l‘Europa “deve essere molto più coraggiosa”. Meloni non ha escluso uno scostamento di bilancio, cioè un aumento unilaterale del deficit, e ha rilanciato la proposta di scorporare le spese energetiche dal computo del Patto, sul modello di quanto già discusso per la spesa militare. L’Italia non è sola in questa pressione su Bruxelles. Il governo punta a costruire un fronte con Francia e Spagna, anche se le posizioni restano distanti: la Germania, con i suoi conti in ordine, non ha interesse a regole più morbide che livellerebbero il suo vantaggio competitivo.
Il fronte insolito tra Industria e sindacati
Il dato politicamente più significativo è che, su questo punto, governo e parti sociali parlano la stessa lingua. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha messo al centro del suo intervento pubblico la crisi di competitività delle imprese italiane ed europee: “L’Europa deve fare l’Europa, la strada è il debito comune che vada in investimenti, infrastrutture e transizione. È miope pensare che ogni paese possa fare per sé”. Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, è arrivato allo stesso punto partendo da premesse diverse: “Se va avanti la guerra la situazione sarà peggiore rispetto al Covid; al tempo della pandemia l’Unione Europea mise in campo il PNRR. Adesso occorre sospendere il Patto di stabilità per favorire gli investimenti pubblici e privati”. L’incontro faccia a faccia tra Orsini e Landini, alla presenza dell’assemblea dei delegati CGIL, è stato significativo: non capita spesso che industriali e sindacalisti si trovino esplicitamente d’accordo su una richiesta di politica europea.
Bruxelles per ora dice no
La Commissione europea ha risposto con una posizione chiara, ripetuta in più occasioni. La clausola di salvaguardia generale “può essere attivata solo in caso di grave recessione economica nell’area dell’euro o nell’Unione europea nel suo complesso”, ha spiegato una portavoce, aggiungendo: “Stiamo monitorando attentamente la situazione volatile in Medio Oriente, ma non ci troviamo in questo scenario”. Von der Leyen ha confermato la linea al vertice di Cipro, escludendo per ora le condizioni per attivare sia la clausola generale sia quella nazionale. C’è però un argomento ulteriore che circola negli uffici di Bruxelles: una sospensione del Patto, nelle condizioni attuali, potrebbe risultare controproducente: qualsiasi sostegno fiscale che aumenti la domanda di energia aggraverebbe la situazione, sia in termini di prezzi più elevati sia di carenze di offerta. Un ragionamento che taglia corto rispetto all’argomento del “coraggio” invocato da Roma.
Il dibattito tra gli economisti
Gli analisti indipendenti si mostrano più scettici del governo. Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani, riconosce che sarebbe stato meglio restare sotto il 3%, ma esclude che lo scostamento di bilancio sia la soluzione- Tuttavia ammette che, se Hormuz restasse chiuso a lungo, il ragionamento cambierebbe. Ma per ora, i mercati tengono, e agire sull’onda dell’emergenza rischia di indebolire la credibilità dell’Italia.
Lo studio del centro studi di Unimpresa offre però numeri concreti sulle opportunità: in uno scenario intermedio, con deficit al 3,4% del PIL, le risorse disponibili con una sospensione salirebbero a circa 13,9 miliardi di euro; nello scenario più espansivo, con deficit al 4%, si arriverebbe fino a 28 miliardi, una cifra paragonabile a una manovra anticrisi di piena potenza.
L’OCSE, attraverso il suo capo economista Stefano Scarpetta, ha aperto uno spiraglio: “Credo che la sospensione del Patto debba essere discussa a livello europeo. Le condizioni sono eccezionali e richiedono una riflessione collettiva”. Non è un sì alla sospensione, ma è un invito a non chiudere la porta in anticipo.
Cosa può succedere adesso
La situazione è in rapido movimento. Il Documento di Finanza Pubblica, approvato il 23 aprile, prevede una crescita del PIL rivista al ribasso, dallo 0,7 allo 0,6% per il 2026, e un deficit al 2,9%, già vicino alla soglia critica. Nelle prossime settimane il governo dovrà decidere se procedere con uno scostamento di bilancio unilaterale, con tutto il rischio che questo comporta sullo spread, o se continuare a fare pressione a Bruxelles in attesa che il quadro internazionale si deteriori abbastanza da rendere la posizione della Commissione insostenibile.
Il precedente del Covid pesa su tutto il dibattito: nel 2020 la clausola fu attivata in pochi giorni di fronte a una recessione conclamata. Il punto di attrito è capire se si debba aspettare che la crisi sia già piena prima di agire, o se sia più saggio anticiparla. Su questo, governo e Commissione restano, almeno per ora, su pianeti diversi.





